Partendo dalla “autocritica di un critico”, captatio benevolentiae in cui il lettore ha subito modo di incontrare e riconoscersi nell’unico vero protagonista del libro, l’homo televisivus, Polesini passa all’analisi critica del quotidiano incontro televisivo, scorrendo un divertente quanto inquietante palinsesto concettuale che non risparmia chef nazo-dittatoriali (Full Metal Cracco/Hartman), ortaggi d’ogni dimensione e allusione, “nani fenomenici” (i bimbi Robocop) sempre più bravi-bravissimi, come Mike avrebbe voluto, poi pubblicità dalle voci grottesche e esasperate (quella della “parigina sbronza” che sbiascica il nome di qualche profumo misterioso rimane quella più affascinante e incomprensibile), quindi fiction preistoriche riciclate e/o spacciate per postmoderne, Festival di Sanremo surgelati quanto certi conduttori, reality show assai poco real e, infine, persino l’apparentemente innocuo zapping televisivo. Dai “cattivi infiniti”, di hegeliana memoria, di Beautiful e Paperissima (da secoli troppo beautiful, troppo vicini-vicini), alla conclusione di eco morale per cui la Rai confida “che il bene si trasformi in share”, Polesini sottolinea atteggiamenti italiani ormai consolidati nei confronti delle mostruose meraviglie televisive (“Riviviamo le stesse stagioni, però invecchiando. Una bella sfiga. D’altronde, siamo italiani, mica tedeschi”). Taglio ironico e spietato, a tratti satirico, in questo piatto di primizie mediatiche mal digerite l’autore sembra non solo elencare una mera lista di oscenità manifeste, ma alcuni effetti latenti che sembriamo ormai aver accettato senza (purtroppo) essercene resi conto.

Per esempio: la ridondanza di talent show improbabili (per assenza dello stesso talent) sembrerebbe mostrare come e quanto “il talent” spettacolarizzato abbia dato un bel calcio in c**o alla sana e obsoleta “competenza”; il format che si oppone esplicitamente alla creatività (ma gli autori esistono ancora? Dove sono finiti? Forse Chi l’ha visto? ne sa qualcosa…); la vittoria di Suor Cristina (di Cristina un po’ meno, ma di Suor sicuramente! Chissà come sarebbe andata senza l’appellativo provvidenziale…); i programmi in prima serata con i bambini ma destinati agli adulti (“Di sera ci sono i grandi, forse non vi è chiaro”); la perenne esposizione di Minotauri (“esseri umani con il corpo da uomo e la faccia da Montecitorio”); il dopoguerra “dell’Italietta nostra amata” e le mafie in tv ecc ecc… Forse alla fine la verità è davvero che “noi ci indigniamo soltanto davanti e dentro la televisione. Fuori dal rettangolo, chiniamo il capo”?  Forse perché, mentre una volta “era il merito a darti lustro, adesso è la lotta maldestra. La misura gradita è la delinquenza, indifferente se a parole o a fatti”? È quindi vero che “pur consci di essere fregati, insistiamo a guardare quei salotti ricettacoli di maschere della peggior commedia dell’arte”?

Polesini non sentenzia, non giudica, non ammonisce esplicitamente, ma il suo elenco di oscenità spettacolarizzate non potrebbe non far riflettere. Tutti a criticare, per dire, il Grande Fratello, e nessuno che ammetta di vederlo. La domanda è immediata: chi saranno mai quei milioni di telespettatori che garantiscono alla rete quel palinsesto così ingombrante?  Sarà mica vero, allora, che l’homo televisivus italiano ama farsi fottere?

In tutto ciò, “noi continuiamo a ballare con lo stesso rassegnato slancio dei violinisti sul ponte del Titanic”.

Il bello di tutto ciò è che l’iceberg, stavolta, ce lo siamo costruiti da soli.