In un recente articolo su linkiesta, si può trovare la risposta della Apple ai consumatori, riguardo la durata dei propri prodotti. Tre (per gli i-phone) e quattro (per i Mac) sono gli anni di vita di questi oggetti, destinati ad essere rimpiazzati dalle nuove rispettive versioni. Questi dati non stupiscono più di tanto. L’azienda fondata da Steve Jobs, infatti, non è certo la prima a mettere in atto quella strategia conosciuta con il nome di “obsolescenza programmata”, che consiste nella definizione della durata di un prodotto in modo da renderne la vita utile limitata a un periodo prefissato. In sostanza, si limita consapevolmente il “ciclo vitale” di un determinato oggetto, al fine di suscitare nei consumatori esigenze di accelerata sostituzione di quello stesso bene di consumo, scoraggiando l’acquisto dei pezzi di ricambio (che risulta essere spesso non conveniente).

È evidente come questa strategia sia il principale motore del consumismo. L’economista e filosofo della decrescita Serge Latouche la definisce “l’arma totale del consumismo”. Lo si appura tutti i giorni: basta semplicemente pensare che alla prima versione dell’i-phone ne sono seguite tredici in meno di dieci anni, per un totale di oltre 650 milioni di copie vendute. Certo, si potrebbe notare come la gente decida spesso di passare al nuovo modello di un determinato prodotto, anche quando quello vecchio continua a funzionare. Questo fenomeno, lungi dall’essere isolato rispetto all’obsolescenza programmata, ne rappresenta semplicemente una variante, che prende il nome – sempre per usare le parole di Latouche – di “obsolescenza percepita”, resa possibile dall’incessante bombardamento attuato dalla pubblicità. Sono i martellanti messaggi promozionali, le allettanti offerte e gli onnipresenti volantini nelle cassette della posta a creare, nell’immaginario comune, la presunta necessità di stare sempre dentro qualche centro commerciale per comprare, anche solamente per prevenire una possibile mancanza, così come un buon medico dovrebbe fare con i propri pazienti. È l’ennesimo paradosso interno a quella che Zygmunt Bauman ha chiamato “società liquida”: tanto debole da un punto di vista sociale, quanto asfissiante verso il singolo individuo.

Comunque, quest’incredibile quantità di oggetti di consumo in circolazione significa principalmente due cose: tanti soldi (non per tutti, sia chiaro), ma anche altrettanti rifiuti. Che fine fanno gli oggetti che vengono sostituiti dalle nuove rispettive versioni? Si riciclano? Teoricamente questo dovrebbe accadere, visto che anche le stesse aziende sostengono dei programmi tesi al riciclo dei propri prodotti (come l’Apple Renew). Praticamente, però, la via più praticata sembra essere quella dell’accumulazione di montagne di scarti nelle discariche occidentali, da trasportare all’occorrenza in qualche paese economicamente arretrato. Si tenga presente che, nel 2009, una fonte non certo di parte come il Corriere della sera ha mostrato come ogni anno dalla popolazione mondiale vengono generati ben quattro miliardi di tonnellate di rifiuti, per la maggior parte dal mondo occidentale, ma in generale da quello consumista. Del resto, l’obsolescenza programmata è espressione di una determinata visione del mondo, che preferisce la quantità alla qualità, sempre più condivisa a livello globale, in quanto ben si sposa con le politiche economiche neo-liberiste, storicamente ostili a qualsiasi tipo di limite, sociale o naturale che sia. Alla luce di quello che si è solamente accennato, mentre si consulta il numero dei prodotti Apple venduti al secondo (!) non possono che risuonare le oramai celebri parole di Latouche: «Dove andiamo? Dritti contro un muro. Siamo a bordo di un bolide senza pilota, senza marcia indietro e senza freni, che sta andando a fracassarsi contro i limiti del pianeta».