C’è un’Italia nascosta nella bellezza delle sue terre, nei fiori profumati delle dolci stagioni, nei colli silenziosi che il vento bacia con il suo alito, con la gente che vive in un paesello di tremila anime, arrabattandosi tra un prete e le campane, un trattore e un motocarro sul cui cassone sta della frutta fresca ed un vecchietto che solo soletto, con il suo bastone e la sua coppola in testa, porta la ricetta al farmacista. C’è un’Italia più vera, dimenticata da Dio; e forse per questo ha il fascino del luoghi scomparsi. Da Napoli in giù l’Italia cambia volto. Qui nessuno sa cosa sia il progresso. Sì, la tecnologia c’è, le nuove generazioni sono cresciute con il cellulare in mano, internet e il tablet, ma non sono alienate. I bambini giocano in strada, tra le ruve si vedono ancora flotte di teste fresche tirare calci ad un Super Santos, giocare alla vecchia zoppa, bussare alle porte degli anziani e scappare; beccarsi qualche insulto e attendere le scazzottate dei genitori. È un’Italia più genuina, la cui vita è ancora scandita dal suono delle campane. Un tocco a morto risveglia tutto il vicinato, dalle finestre spuntano uomini e donne a chiedere chi è che ha lasciato questo mondo.

Il paese si ritrova unito nei momenti religiosi, vero collante della Tradizione: madonne, santi e santini girano per il paese, altarini e canti animano, in riti che affondano le loro radici in un lontano passato, la vita piuttosto serena degli abitanti. Viva Maria! E suona la banda musicale. Sono scene di vita quotidiana e non di un paese specifico. In fondo il Meridione d’Italia è una patria nella Patria: tutto il Meridione è paese. Stesse abitudini, stesse tradizioni, stessa nostalgia. È un’Italia che conosce ancora la vivacità della vita contadina e operaia, tutto scorre nella quiete dei giorni felici. Nessuno galoppa per strada, nessuno ha fretta di fare questo o quell’altro, la gente campa di speranza – e disperata muore -, eppure, senza lavoro e ridotta al macero da una politica assassina e succhiasangue, che ha fatto del Meridione la ruota di scorta dell’intera penisola, trova sempre il modo per essere felice e spensierata. Natale con i tuoi e Pasqua pure. Anzi, vigilie e Pasquetta incluse, perché, se il tempo è bello, ci si sposta in campagna. Famiglie di trenta, quaranta persone, zii, nonni e cugini, si spostano per stare insieme tra un bicchiere di vino, una chitarra in mano e sacchi di ben di Dio sulle tavolate. La famiglia tramanda, racconta, è memoria del passato, insegna ai giovani il come. C’è lo zio che magari per Pasqua ha ucciso il capretto e non si fa manco problemi. Perché lo zio non è vegano, e manco vegetariano. Egli dice di crescere da solo gli animali. Dà loro la pasta, la frutta e gli ortaggi che coltiva: “quando la metto in bocca, so cosa mi mangio”. Non ha lavoro, e se ammazza il maiale, è perché l’inverno deve campare con le sue provviste.

Insomma, in scene come queste, e moltissime altre ancora, c’è una sorta di spirito anticonformista, incapace di adattarsi alla routine della realtà cittadina e civilizzata. Fanno ridere gli emigrati che ritornano nelle settimane di festa o di vacanza meravigliandosi di come si sia ancora indietro. “Qui non c’è niente -dicono- e non ci starei manco un giorno di più”. E in loro l’ideologia del progresso ha svolto già il suo lavoro. Essa è un leviatano, vuole divorare ciò che ad essa non si conforma. Non sopporta il vivere da sé, il vivere bastando a sé. Ha bisogno della casa in centro, possibilmente in zone servite dai mezzi. Anzi, se ci passa la metropolitana è pure meglio. E la wi-fi in casa, l’ascensore ovviamente perché al terzo piano è faticoso salire le scale. E se non ti fai il risvolto ai pantaloni sei anni ’80, e pure se non ti tagli i peli. Il fisico palestrato, in fondo la virilità ci vuole pure. Ma quale famiglia? A parte che la nuova avanguardia sarà costituita dal genitore 1 e 2 con la terna al lotto e 25, 60 e 38. Il progresso, se non lo si tiene a bada, ammoglia. Per riprendere le parole di George Simmel, in un interessante saggio del 1903, intitolato La metropoli e lo spirito del mondo è evidente “la resistenza dell’individuo a venir livellato e dissolto all’interno di un meccanismo tecnico-sociale”. Le condizioni create dalla metropoli -che poi, estendendo il concetto, è la città baciata dal progresso a prescindere da quanto sia grande- sono immagini sempre diverse che vanno “dalla brusca irregolarità racchiusa in uno sguardo” alla “imprevedibilità di sensazioni inattese”. La metropoli, sostiene Simmel, è il luogo in cui si svolge la vita economica, il luogo in cui regna l’economia monetaria, pratica che si connette, dal punto di vista degli effetti psicologici, ad un dominio dell’intelletto. “L’uomo metropolitano reagisce con la testa, e non con i sentimenti; un’accresciuta consapevolezza è il suo presupposto psichico. Ecco dunque la vita metropolitana soggiacere ad un accrescimento della consapevolezza e a una predominanza dell’intelligenza. E con ciò la reazione ai fenomeni metropolitani è affidata a quell’organo della psiche meno sensibile e più distante dagli stati profondi della personalità”.

Solo in un contesto simile l’uomo può divenire oeconomicus stricto sensu, ineluttabilmente soggetto, cioè, al dominio della pratica e delle transazioni monetarie. Economia monetaria e dominio dell’intelletto sono intrecciate nel loro nucleo più profondo. “La pragmaticità con cui entrambe trattano gli uomini e le cose, il modo in cui una giustizia formale si accompagna sovente a una durezza senza scrupoli” sono tutti caratteri che appartengono ad un universo più sofisticato, meno “originale” verrebbe da dire. L’uomo metropolitano “è indifferente a tutto ciò che è autenticamente individuale, poiché da questo derivano relazioni irriducibili a operazioni logico-intellettuali”. Il denaro -per sua natura- travalica i confini più strettamente individuali, la pratica monetaria è omnipervasiva, per cui “il denaro ha a che fare solo con con ciò che è comune a ogni cosa; concerne esclusivamente il valore di scambio, il valore che riduce tutte le qualità e le individualità all’unica domanda: quanto?”. Al di fuori di questa pragmaticità, che Simmel attribuisce al tipo metropolitano senza propositi d’accusa o di difesa, ma solo di compassione, vi è un universo del tutto diverso, fatto di affetti e sentimenti, una contea più o meno felice, popolata non da strani hobbit, ma da uomini che basano la loro vita cercando l’umano che c’è nell’altro. Con questo, a scanso di equivoci, non si vuole raffigurare un paradiso terrestre; si tratta di vederci non un una zona franca, dove il peccato di Adamo non ha macchiato i suoi abitanti, ma un diverso rapporto con l’altro, una diversa empatia nelle relazioni a tu per tu. E lo si capisce facendosi una passeggiata per le vie di un qualsiasi paesino: gli anziani che giocano al bar con la Moretti sul tavolo, la tranquilla confusione che vi si scorge. Tranquilla poiché non è delirante: la vita quotidiana è disordinata, si sottrae alle logiche della civilizzazione. Per il panettiere che avvisa il vicinato suonando il clacson e gridando come un dannato non esiste – né deve esistere – alcuna colpa, è normalità; bloccare il traffico parcheggiandosi in doppia fila non dà luogo a fiumi di parole.

C’è poi un aspetto peculiare che inquadra al meglio questo tipo di mentalità: considerare l’ospite, il forestiero, il conoscente come sacro. Una nevrosi all’accoglienza, a chi tratta meglio l’altro. Il caffè lo si offre, a casa o al bar; in una compagnia l’importante è stare insieme, l’aspetto pecuniario passa in secondo piano: offrire e pagare per l’amico è un dovere. Da un punto di vista antropologico, quanto descritto è una sciatteria bella e buona, poiché tutto è approssimativo. La logica dell’obbedienza non ha la meglio su quella dell’anarchia. La legge bisogna rispettarla, ma se è una legge ingiusta, allora me la vedo io. Lo Stato può poco. Questo Stato in particolare. Ma in fondo cosa c’è di meglio che vivere in questa caotica e serena quotidianità che in una delirante e frettolosa normalità? Tra gli anziani seduti in piazza si ricordano ancora gli anni passati, anni di speranze e di sacrifici, fatti vecchi e immagini di un paese che fu. Quanto è vera questa Italia, quanto è vera questa piccola, felice umanità!