Non sarà la paura a fermare la voglia di viaggiare. Non saranno le bombe, il terrorismo o l’odio a chiudere le porte di casa e noi barricati all’interno. Secondo il rapporto annuale stilato dal World Trade & Tourism Council (WTTC) il 2015 è stato un anno molto positivo per questo settore, infatti viaggi e turismo sono cresciuti del 3,1% generando così in maniera diretta 2,5 milioni di posti di lavoro e in maniera indiretta addirittura 4,7 milioni. Dati positivi visto e considerato che un decimo del PIL globale proviene proprio dal settore del turismo e la percentuale è in previsione di crescere.

Senza ombra di dubbi gli ultimi avvenimenti hanno generato non poche preoccupazioni relative alla sicurezza e sicuramente avranno conseguenze negli anni a venire. Indubbiamente il settore mostra delle buone capacità di ripresa anche favorite dai provvedimenti che i governi stanno prendendo per garantire la sicurezza dei turisti. Le tristi vicende degli ultimi mesi non impediranno alle persone di continuare a viaggiare, sicuramente nel breve periodo avranno un impatto più o meno forte: questo dipenderà anche dal tipo di viaggiatore e dalla destinazione. Sicuramente come prima meta l’Europa ne risentirà parecchio. Ma il turismo riuscirà a riprendersi dopo questa serie di eventi avversi, nel (non troppo) lungo periodo si parlerò di un’ottima capacità di ripresa del settore che continuerà con la sua costante crescita. Secondo alcune stime i disordini politici possono rallentare il settore per un periodo medio di 27 mesi, i disastri ambientali per circa 24 mesi, a scalare le epidemie per circa 21 mesi e il terrorismo invece molto meno, infatti si stima una diminuzione dei viaggi per un periodo circa di soli 13 mesi.

Sono i giovani soprattutto a non farsi fermare da paure e da dubbi. La loro è l’epoca dei “Viaggi senza”: si parte a tasche vuote, niente soldi, poche le mete prestabilite, bagagli poco pesanti, spesso zaini, e soprattutto sempre meno aerei per i giovani. Così torna di moda lo spirito “On the Road” descritto nel romanzo autobiografico dello statunitense Jack Kerouac, l’idea di viaggio a lungo termine, un nuovo stile di vita e l’dea di viaggio come nomad working. Rimane certamente un fenomeno di nicchia che interessa per la stragrande maggioranza i giovani, in parte anche i nostalgici della cosiddetta Beat Generation e, inoltre, raccoglie anche quei viaggiatori particolarmente sensibili rispetto ai temi dell’eco sostenibilità e dell’anti consumismo. Una delle ultime mode è la scelta di viaggiare senza aerei, che in molti casi diventa più che altro una provocazione provocata dall’insofferenza verso le compagnie aeree. Tra le tante motivazioni che portano a compiere questo passo troviamo: la scelta dell’eco-sostenibilità (già citata), la voglia di più lentezza in una vita già frenetica durante tutto il resto dell’anno e il bisogno di scegliere.

Questo vagabondaggio crea anche i nuovi Kerouac 2.0: le storie e gli sforzi di chi viaggia senza voli e all’avventura vengono condivisi con i propri social “amici”. Ma tra questi nomadi digitali, quelli che scrivono sono oggi davvero tantissimi, e cosa colpisce nella massa? Sicuramente non la prosa e nemmeno spesso l’inventiva, ma ciò che resta è il cambiamento. Il viaggio è un cambiamento di se stessi, è un pezzo che si aggiunge alla propria persona. I nomadi 2.0 viaggiano a piedi, in bici, in treno, in pullman o per mare. Spinti tutti dalla necessità di rimanere attaccati alla strada, non perdendosi nemmeno un centimetro di quel percorso. Un viaggio senza fretta e senza sprechi, che conoscono gli impedimenti di un tempo, dalle barriere fisiche a quelle  geopolitiche: frontiere, montagne, mari e guerre.

I treni sono come l’estate, avvicinano le persone per la durata di un tempo fuggitivo e insolito. Le tengono vicine, le spingono a parlarsi, le invitano a intravedere nel fondo degli occhi dell’altro qualcosa che si pensava non si potesse mai vedere” (Federico Pace).

Ma si parte e si torna, e se il vero viaggio, in fondo, fosse il ritorno?