«Gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura».
Giambattista Vico

La ruota della Storia, checché ne dica Fukuyama, non solo non ha mai smesso il suo moto, ma anzi, negli ultimi tempi, ha cominciato a correre in maniera inaspettata e preoccupante. Mai come oggi, infatti, sul destino del fantomatico Occidente liberale e liberista pesano cupe incognite, foriere d’un futuro tutt’altro che roseo. I nodi gordiani di un ventennio caotico e impazzito hanno indirizzato gli eventi verso una ben determinata meta, ormai chiara a tutti: guerra.
La pax americana è destinata a concludersi, prossimamente, in forza di almeno due fattori decisivi: la disastrosa situazione economica globale e la cupio dissolvi yankee.

Nulla di nuovo dal mondo occidentale, si potrebbe affermare parafrasando Remarque: chiunque, leggendo un qualsiasi libro scolastico di Storia, potrebbe rintracciare, quasi esattamente, punto a punto le stesse dinamiche in moto oggi. Una crisi finanziaria – dovuta a un’eccessiva liberalizzazione dei mercati e al ridimensionamento del ruolo regolatore dello Stato –  comporta una brusca contrazione dell’economia produttiva; i governi, per incompetenza o malafede acuiscono i danni con criminali manovre di austerity; la situazione diviene critica, crolla il sistema bancario, poi quello industriale: la disoccupazione esplode e i salari cadono. È quello che successe negli USA nel 1929, nella Germania di Weimar nel 1930, nell’Eurozona e negli USA dal 2007 in poi.
Guarda caso, il giovedì nero del 1929 aprì la strada a un decennio di tensione e violenza, caratterizzato dall’ascesa del Nazismo e dell’autoritarismo nell’Europa sconsquassata dall’austerità e dalla deflazione provocata dal gold standard (cambio fisso antesignano dell’Euro). Fu soltanto grazie allo sforzo bellico che l’economia riuscì a superare le conseguenze del crack di Wall Street, sulla pelle di 50 milioni di vittime e di enormi distruzioni.

Evidentemente, a Bruxelles e a Francoforte si ignora la Storia contemporanea (oltre che i basilari principi della macroeconomia, nda): al fallimento Lehman Brothers e alla conseguente criticità del momento si è risposto con l’austerità dei bilanci nazionali e con la svalutazione incessante del Lavoro. Al crollo dei PIL europei è corrisposto  il boom dei disoccupati e delle aziende fallite, delle famiglie in difficoltà e dei nuovi poveri. In quasi 8 anni di stagnazione (tragico record), nonostante quantitative easing, svalutazione dell’euro contro dollaro e riforme a pioggia si è bruciata una quantità immensa di ricchezza reale senza concludere nulla. Anzi, dall’eurozona la caduta continua dei prezzi, segnale mortale per ogni speranza di ripresa, si dirama e contagia a livello globale, riuscendo ad arrestare anche l’impetuosa crescita Cinese.

A ciò si aggiunga, infine, il declino sempre più evidente degli USA come superpotenza economica e geopolitica dopo le disastrose esperienze medio-orientali e il caos dell’amministrazione Obama: le elezioni del nuovo presidente, nel 2016, rappresentano uno spartiacque fondamentale per il futuro prossimo. Washington non accetterà facilmente di abdicare al ruolo di arbitro assoluto del Mondo: i recenti sviluppi antirussi, dalla crisi di Crimea in poi, le mosse pro-Erdogan, la volontà di porre i boots on the ground in Siria sono solo alcuni dei tanti allarmanti segnali di rinnovata bellicosità, extrema ratio di un sistema in completo sfascio.