Il tormentone retorico del nostro tempo, espresso dai circuiti politici di un certo liberismo funzionale al sistema, spesso, è quello dell’ormai sacrale “ce lo chiede l’Europa”, che in realtà si pone come perfetto elemento legittimante ogni azione compiuta o decisione imposta dall’eurocrazia di Bruxelles. Il blocco eurocratico, infatti è oggi divenuto, quasi, la nuova chiesa   Laica verso la quale mostrare cieca devozione e profondo senso di appartenenza e di riconoscimento.
Ormai, parlare di stato-nazione o di popolo sembra essere divenuto una bestemmia degna dei peggiori profanatori dell’inconfutabile “comunità” della finanza e della competitività economica. Quella della devozione spasmodica nei riguardi dell’Unione Europea e quel senso di sudditanza psicologica nei riguardi di ogni ordine assoluto imposto dai Diktat della sacerdotessa Merkel, è una vera e propria patologia irrazionale congenita ai meccanismi della nostra epoca, che induce i soggetti a vedere nell’Europa, nel potere della moneta unica e nello smantellamento dei confini nazionali la sola via d’uscita da questa crisi senza fine. È l’eurofilia, l’amore incondizionato verso quel sistema sovranazionale chiamato “Europa”, al di sopra d’ogni cosa, anche delle angherie brutali che, a livello finanziario, questo blocco economico esercita sui popoli “sovrani” dell’Eurozona.

L’amore per l’Europa e la sua unica moneta, sostenuto ed idolatrato dagli economisti del miglior liberismo contemporaneo, impone una visione delle cose secondo ordini costantemente globalizzati ed universalistici, in grado di trascendere ogni dato reale. La fede europeista, infatti, impone le logiche del pensare il reale oltre il culturalismo particolare, ignorando l’esistenza di popoli e nazioni storicamente e profondamente differenti tra loro.
Se è difficile rintracciare un’unità nazionale storicamente evidente ed effettivamente consistente all’interno delle singole nazioni (specialmente dell’Italia), figuriamoci quanto lo sia all’interno della comunità europea. Cogliere l’esistenza di quella tanto sognata, dai sacerdoti dell’europeismo, identità europea, è impresa assolutamente impossibile. Non esiste, di fatto, una cultura europea condivisa. Governare popoli antropologicamente e culturalmente così differenti, con tradizioni, usi e costumi, lingue e, soprattutto, strutture di pensiero così varie e diversificate (perché figli di sviluppi e dinamiche storiche diverse e, talvolta, antitetiche), rappresenta, oltre ad un atto di ingiustizia di fondo, un’assurdità di pensiero del tutto evidente.

Governare un ellenico allo stesso modo di uno scandinavo, imponendo ad esso medesime direttive e norme comportamentali è cosa del tutto irrazionale, poiché le istanze dei due sono inevitabilmente diverse. Le nazioni, invece, intese come autorità centrali in grado di esercitare il proprio potere su gruppi comunitari più ristretti e sicuramente figli di una evoluzione culturale maggiormente unitaria, meglio riescono idealmente a rispondere alle esigenze particolari dei singoli uomini. Il “sogno della grande Europa unita” – procedendo oltre rispetto alla funzionalità che possiede nei confronti delle logiche del Mercato Unico internazionale e globalizzato- rappresenta un’utopia che mai troverà legittimazione, poiché imporre una politica universale di questo tipo significherebbe annullare quel profondo e netto particolarismo e quella diversificazione marcata esistente tra i singoli popoli europei. Tuttavia, le ambizioni maggiori del sistema  sovranazionale sono proprio quelle di eliminare ogni singola traccia di tradizionalismo e spiritualismo umano, rompere drasticamente i rapporti col passato e con i valori culturali, in nome ed in risposta ai dettami del mono-pensiero universale che impone ed ambisce ad imporre a tutti le medesime regole e leggi: quelle del libero mercato. Inoltre, gli intenti di questa retorica snervante del “Ce lo chiede l’Europa”, di fatto, sono il tentativo di delegittimazione dell’autorità sovrana e della libertà decisionale dei singoli  stati, che non dovranno più rispondere alle necessità dei propri cittadini (del popolo) ma a quelle di una gerarchia di oligarchi della finanza che, in nome di austerità economiche e di incentivazione della competitività del mercato, si assumono la licenza di stabilire ogni norma d’azione e di pensiero.

Forse, in futuro, gli Stati sovrani non saranno nemmeno più liberi di decidere autonomamente i destini della propria gente e, addirittura, non avrà nemmeno più autorità in campo alimentare, non potendo nemmeno proibire la distribuzione ed il commercio di alimenti nocivi. Se dovesse essere approvato il celebre TTIP, di fatto avverrà questo, e le nazioni non avranno più libertà di giudizio nemmeno su tematiche così  importanti come l’alimentazione e la salvaguardia dei prodotti. Nell’Europa dei popoli schiavi e servi di oligarchie di potere finanziario, e non nell’Europa dei popoli liberi, fratelli ma esistenti nella propria indipendenza ed identità, tuttavia, il tentativo di mantenere il proprio asservimento nei riguardi del dominio atlantista non è un fatto di novità. Riguardo L’attuale processo di indebolimento progressivo della sovranità delle nazioni ci si potrebbe richiamare alla  “crisi di Sigonella”, avvenuta trent’anni fa – che vide come protagonista uno tra i più celebri, discussi e, sicuramente scomodi, personaggi politici italiani della Seconda Repubblica, ovvero Bettino Craxi -, che  rappresenta un esempio originario di quello che è il tentativo internazionale, da decenni ormai, di annientare totalmente l’autorità decisionale dei singoli popoli del pianeta, bisognosi invece di riconoscimento di sovranità e di identità assoluta.

Nell’Europa della finanza, nel tempio sacro del neo-liberismo selvaggio, l’autorità e la sovranità delle nazioni sono un fatto secondario.Le esigenze primarie sono, invece, quelle di rispondere devotamente ai sacramenti del libero mercato internazionale. Il fatto quasi evidente è che l’Europa, in realtà, altro non è che un perfetto meccanismo di governo politico volto, appunto, a minare l’autorità decisionale dei governi nazionali e dei popoli.