La poca pragmaticità e la sufficienza con cui la ragione sfiora oggi i concetti producono la diffusione della categoria dell’ovvio. L’ovvietà è quella cosa, considerata connaturata ad un concetto (mentre invece è scaturita dal giudizio del soggetto!), in virtù della quale si è autorizzati a tralasciare, trascurare, sorvolare il concetto medesimo. La famiglia ad esempio, è cosa ovvia. Sembra assurdo certo, dal momento che quest’ultima mai come oggi è tirata in ballo, pesantemente messa in discussione o malamente tutelata. Eppure è così, è ovvia perché ha visto scalfire la propria monoliticità, la propria autorità; in quanto entità nucleare, è cosa ormai di second’ordine rispetto all’individuo e ad esso del tutto soggetta. E’ solo a livello verbale che si fa di tutto per rivestire il suo inesorabile declino di modernismo ed attualità e a parole quali family friendliness è affidata la difesa di diritti e prerogative dell’entità familiare. E’ la forza banalizzatrice e conformante della Neolingua, è lo snaturamento dotato di legittimità verbale. Già in family friendliness, c’è qualcosa di perverso. Si può essere amici o nemici tout court della famiglia? Ovviamente no, ma in questo modo il concetto è tagliato fuori da un dibattito complesso ed articolato, è reso pop, ridotto alla logica binaria del si o no, pro o contro, like o dislike (Facebook docet) senza spazio per appendici, correttivi, interrogativi. Più che di concetto perciò, sarebbe meglio parlare di slogan.

Lo slogan del family friendly catalizza in sé la tutela della libertà, dell’accessibilità, della mobilità della famiglia in trasferta (in vacanza o al ristorante che sia). Passino fasciatoi negli autogrill e seggioloni ai ristoranti, di fatto necessari, ma gli armamentari ludici per bambini pretesi dai gentiori al ristorante? Qualcosa ci sta sfuggendo di mano se “amico della famiglia” è chi propugna servizi superflui a difesa di un libertarismo genitoriale che rimonta al moderno predominio dell’individualità di cui si è parlato sopra. Non più genitori ma individui con figli a carico, a nulla si può rinunciare, per nulla ci si può adattare, si può condividere; ci si sposta in blocco per trovare nell’altrove del fuoriporta ognuno il proprio personale spazio. L’enterteinement sembra essere l’unico collante della famiglia nucleare che, privati figli di area gioco o smartphone a tavola, non sa affrontare sé stessa (e il problema educativo che essa pone) né una socialità più estesa rispetto a quella familiare (il sapersi cioè comportare senza disturbare altrui). Più che di famiglia “mononucleare” perché non parlare a questo punto di famiglia “plurindividuale”?

Sembra secondario, ma il problema educativo posto dal family friendly è di primario interesse nella considerazione della deriva dell’entità familiare oggi. La banalizzante logica binaria ci si para di nuovo dinanzi: educazione oggi prevede che esistano due tipi di famiglie, quelle rumorose dunque cafone e quelle silenziose dunque educate. Poco importa se le prime rimandano potenzialmente a una dimensione italica sanamente nostalgica e patriarcale, in cui c’è chiasso laddove c’è riunione e se nel secondo caso il silenzio sia un portato della distrazione, dell’alienazione dei componenti dal contesto unitario conviviale. Viva allora la televisione accesa a tavola, le partite a candycrush e i giochi al ristorante.

A questo snaturamento di certo, non può non aver contribuito il Mercato. Ambiente, dotazioni, strutture sono addirittura esaminate da vere e proprie associazioni che si propongono di mappare i locali a seconda della qualità di comfort f.f. offerti. Persino la famiglia subisce infiltrazioni sempre più deleterie derivate dalle logiche di consumo, una su tutte quella del “diritto divino” del consumatore di pretendere in quanto individuo pagante. Su questa scia fra non molto verrà legittimata l’incapacità educativa delle famiglie in locali pro-urla e suoneriecoatte-friendly, cinema pro-sgranocchiapopcornaboccaperta e chi ne ha più ne metta. Perché non andare direttamente al Mc Donald’s di quartiere (ormai ogni quartiere ne ha uno) dove i giochi a tavola (la sopresa dell’happy meal) e non (le strutture-gioco esterne) ci sono già? Dove la pratica del mangiare fuori può essere sbrigata in non più di trenta minuti (fila alle casse inclusa)? Dove il self-service e i menu fissi tolgono dall’imbarazzo di saper interagire col personale e saper scegliere cibo adeguato per sé e per i propri figli? No. La famiglia plurindividuale pagante vuole l’uno e l’altro. Del resto, perché dover scegliere se si può aver tutto?