Chi, in seguito alle immagini selvagge provenienti dalla piazza di Colonia, ha gridato allo scandalo per la mancata reazione degli uomini tedeschi, ha perso completamente di vista il quadro generale in cui, purtroppo, ha agito l’empia lussuria dei sedicenti profughi. L’Europa, appena entrata nel 2016, infatti, rivive  a distanza di generazioni il dramma delle marocchinate, seppur in tempo di pace. Il vecchio continente, una volta fucina del mondo, è per l’ennesima volta squarciato da tali e tante tensioni da poter ben essere definito a terra, annientato, derelitto; in una parola, kaputt.

Sono passati decenni da quando Curzio Malaparte, capitano degli Alpini distaccato come corrispondente di guerra nell’Europa Orientale, percorreva le grandi pianure dell’est al seguito delle armate di Hitler impegnate nell’operazione Barbarossa contro l’URSS. A quel tempo, il Reich poteva ancora sognarsi millenario, Mosca sembrava  a portata di mano e la Wermacht si credeva invincibile: nelle immense retrovie dell’ostfront, dai Pirenei fin oltre la Crimea sventolava incontrastata la croce uncinata.
Eppure, sotto la crosta d’acciaio e di feldgrau, l’occhio attento e mai banale di Malaparte già intravedeva i primi segnali dello sfaldamento e della crisi mortale che colpiva l’Europa. Attraverso le sue vaste e altolocate conoscenze, nei numerosi itinerari lungo il fronte e nelle zone d’operazione, nei viaggi di rientro verso l’Italia, tra i mozziconi di frasi e i deliri alcolici delle notti scandinave,egli notava il virus proliferare e diffondersi, scavalcare confini ed eserciti, giungere ovunque e nulla tralasciare.

«Tutti siamo destinati ad essere un giorno kopparôth, vittime, ad essere kaputt».
Il sangue, allora, annegava gli europei: gli anni di guerra, l’ennesima stupida guerra, cavavano dal corpo esanime del continente le flebili forze residue, mentre il cupio dissolvi si impadroniva dei tedeschi, instancabili provocatori di morte. Gli ebrei, i sovietici prigionieri, i finnici disperati, gli alpensjager impazziti, i generali rosi dal prussianesimo, tutti, nessuno escluso, finivano presto o tardi kaputt.
Poteva, in tutto questo, salvarsi ciò che rimaneva dell’Europa?
Secondo Malaparte, no. Anzi, ad acuire la malattia mortale del continente sarebbe giunta, da oltreoceano, la peste offerta dai liberatori. Come un terribile uno-due pugilistico, la libertà, invece di rinvigorire i popoli, finiva l’opera che la tirannia aveva iniziato, corrompendo e disfacendo definitivamente il già fragile tessuto sociale, la pelle dell’Europa in fiamme.

Il disastro contemporaneo, quindi, ha radici lontane. Distrutte scientemente da élite imbelli le certezze su cui si era basata la ricostruzione post-bellica durante il Trentennio glorioso, eletto a feticcio il dio mercato, la “peste” si ripresenta ora, sotto vesti diverse, ma con identico risultato. Come all’epoca di Malaparte, un continente formalmente unito (ieri dalle SS, oggi dall’Euro) è  roso da enormi contrasti, da immense paure e squallide realtà, mentre alle porte altri e più terribili mostri sono pronti a prendere ciò che resta dell’Europa e, soprattutto, degli europei.

Settant’anni di progressiva e inarrestabile americanizzazione del costume e della società, difatti, spingono verso il disastro la massa inerme degli europei, indistinguibili ormai nella sterminata teoria di sfruttati cui oggi è pieno il mondo. Tutto ciò che è in odore di Tradizione, di Storia, di autenticità rispetto ai modelli made in USA è stato cestinato, offerto in sacrificio alle divinità yankee. Risultato? Un’immensa downtown, senza confini grazie a Schengen, senza futuro grazie all’euro,  abitata da cerulei automi convertiti al politically correct e alle logiche di genere, svirilizzati e abbruttiti nel loro abominevole tuffo verso l’abisso.
Un continente divenuto deserto di ghiaccio, immobile nello spettrale biancore della morte, come i cavalli bloccati nel Ladoga gelato cantanti da Malaparte: «Muore tutto ciò che l’Europa ha di nobile, di gentile, di puro. La nostra patria è il cavallo».