I giorni scorsi hanno visto, in rapida successione temporale, la celebrazione di due eventi significativi per la cosiddetta “società civile”: la Giornata di Primavera del Fondo Ambientale Italiano (per gli amici, FAI) e la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, a cura dell’associazione Libera del buon Don Luigi Ciotti. Come la natura, a marzo si risvegliano i buoni sentimenti e la partecipazione dei bravi cittadini italiani, pronti a maravigliarsi dei beni a lungo negletti ed ignorati per poi scendere in piazza a portata di telecamere e manifestare il proprio impegno civile.

Tutto giusto, tutto bello. Peccato che ciò duri, Malherbe ci perdoni, l’espace d’un matin: siamo tutti figli di mamma Chiesa e papà Vaticano, e dobbiamo pur lavarci la coscienza, se non dal confessore – non s’usa più! – in qualche altro modo e con qualche altro mezzo. Ecco allora la geniale invenzione, la gigantesca scoperta dell’era postmoderna: la partecipazione a giornata, anzi ad ore, che smacchia tra arcobaleni e girotondi l’apatia e l’attendismo d’anni. In più- che secolo meraviglioso, il nostro- si fa movimento, moderato ma salutare, camminando beatamente insieme al gregge, favorendo la circolazione e il lavorio di parti spesso e volentieri troppo amiche della poltrona, o del pavimento (se s’è usi ad inginocchiarsi: vizietto comune, ma vergognoso a dirsi più che a farsi).

E via, quindi, verso la civiltà e la meta trionfante del politicamente corretto. Poco importa se si strumentalizzano temi sacrosanti e decisivi: marciare, non pensare! Antimafia e tutela dei beni e dell’ambiente son cose serie, da analizzare e discutere con giudizio e competenza: amara e banale verità, son cose dello Stato. Nessuno, o quasi, lo dice, ma la lotta alla criminalità organizzata, la difesa della legalità, l’educazione del vivere civile devono essere ambiti di pertinenza esclusiva dell’autorità statale. Stesso discorso vale per la salvaguardia dell’ambiente e dei beni storici cui è felicemente tappezzato lo Stivale da Bolzano a Ragusa: senza un programma, senza una volontà politica, senza, insomma, la potenza dell’intervento statale non si può tutelare un patrimonio sì vasto e ricco.

Peccato che lo Stato, in Italia, versi in condizioni drammatiche, quasi mortali, a causa di combinate e micidiali azioni lesive volte al completo svuotamento, e valoriale e materiale, delle funzioni della res pubblica in favore del mitologico libero mercato (leggi Capitale trasnazionale). Se la politica, i famosi reggitori – Platone, perdonaci – è quella attuale, poi, non v’è meraviglia alcuna nel constatare lo sfascio ideologico e il piattume d’uomini, presupposto e conseguenza della distruzione sistematica dell’idea stessa di Stato nazionale.

Libera e il FAI, come altre mille associazioni, svolgono un ruolo meritorio e valido, ma non sono la soluzione né la risposta primaria a problemi così profondi: senza l’ariete dell’azione statale i pomodori di Libera e le spille FAI possono far poco, e tantomeno l’impegno ad ore del borghese comune non potrà mai risolvere un dramma secolare come la mafia piuttosto che la carenza sistemica di fondi per la difesa del patrimonio nazionale. Ben vengano allora le manifestazioni e le marce e le passeggiate culturali, si celebrino gli eroi e i martiri caduti per la difesa della legalità e della civiltà, ma si faccia al contempo attenzione sulle cause profonde e serie che hanno comportato il progressivo ritiro dello Stato da ambiti di sua esclusiva pertinenza. Demoliti i luoghi comuni, aperte le menti, si potrà finalmente coordinare un’azione concordata tra popolo e Stato, tra società ed istituzioni. Senza questo poderoso cambiamento, assisteremo ad libitum a sfilate fini a se stesse, popolate da attori, non cittadini.