In questi giorni, la visita del presidente iraniano Hassan Rohani sul suolo italiano ed il suo incontro con Matteo Renzi ha di certo suscitato molteplici fermenti ed indignazioni da parte di più fronti dell’opinione pubblica. L’incontro in sé,  ai fini della politica strategica internazionale è stata un’importante azione sul piano dei rapporti geopolitici, dal momento che l’Iran rappresenterebbe un validissimo partner sia sul piano economico che sul piano della lotta al terrorismo. Tenuto conto del fatto che, nello scenario mediorientale,  a differenza dei mai abbastanza demonizzati sauditi, l’Iran rappresenta una delle migliori potenze militari impegnate nella lotta alla follia omicida dell’estremismo islamico del califfato di Al Bagdadi. L’apertura, in termini di accordi internazionali,  dell’Italia rispetto all’Iran, a lungo termine, potrebbe rappresentare un importante mutamento di orizzonti, rispetto alle univoche politiche di asservimento al potere egemonico della potenza a stelle e strisce. Gli stessi che contestano il fatto d’aver ospitato in Italia il “cattivissimo” Rohani (figli di quel “obamismo” ai limiti del fanatismo, che non vede alternative al modello unicamente atlantista), sono gli stessi che esaltano, magari il governo se concentra le proprie attenzioni sul tema delle “unioni civili”, disapprovando, invece, un’azione obiettivamente acuta e fondamentale sul piano dei rapporti economici e geopolitici o che non si indignò, magari, quando il governo Renzi distruggeva i diritti sociali dei lavoratori con quella perfida manovra liberista del “Jobs act” e l’abolizione dell’articolo 18.

Tralasciamo il successo evidente di questo incontro e il lodevole successo sul piano economico dello stesso, e procediamo oltre.  Superando la solita retorica ultra-occidentalista e neo-illuminista dell’esportazione della democrazia nel mondo e del “dirittocivilismo”, ciò che ha legittimamente innescato il fervore del dibattito è stato il fatto che, in occasione di questo incontro, siano state coperte alcune statue, presenti nei musei capitolini,  rappresentanti corpi nudi. La scelta si dice che sia stata presa al fine di non urtare la sensibilità del leader straniero che, nel superficiale immaginario collettivo, in quanto capo di una nazione mediorientale  saldamente legata ai principi religiosi dell’islam, dovrebbe, di conseguenza,  essere portatore di una morale totalmente inquisitoria e della negazione stessa del senso del bello e dell’artistico, confondendo, in questo modo, un uomo dalla raffinatissima cultura come Rohani con un feroce miliziano dell’ISIS che deturpa statue e strutture architettoniche d’ogni genere non in linea con il proprio macrocosmo di valori culturali.

Si ignora che Rohani, è pur sempre rappresentante anche di una cultura antica e nobile come quella persiana che, analizzando alcune opere d’epoca pre-islamica presenti su quelle terre, evidentemente, possedeva un rapporto assolutamente non conflittuale con il nudo e con l’espressione di ogni singola forma della corporeità umana. Infatti, la scelta della copertura delle statue non è stata dettata da una richiesta esplicita del presidente iraniano, ma altro non è che il frutto di un autocensura interna. Censura radicata in quel substrato ideologico di un certo perbenismo moralista nostrano, sempre accondiscendente nel genuflettersi passivamente dinnanzi a qualunque cultura esistente sul pianeta purché non sia la propria. È il trionfo del “boldrinismo” multiculturalista, internazionalista e  “bunoista”. Si accetta di annullare la propria identità culturale non appena ci si trovi a confronto con uomini e donne di altri paesi. Ma guai a crollare nel “razzistissimo” principio della difesa delle proprie radici culturali ed identitarie,  esibendo e non nascondendo il patrimonio artistico e nazionale della propria cultura, prodotto diretto di precisi rapporti sociali che caratterizzano la nostra storia, e quindi la nostra essenza, che ci differenziano dall’altro.

Ma si sa, la linea più in voga, in quest’ultimo periodo,  è quella del cosmopolitismo assoluto, dell’uomo senza nazione,  cittadino del mondo e “mentalmente aperto”, che non osa applicare il principio differenzialista del tradizionalismo culturale e dell’identitarismo. Il modello antropologico più funzionale a questo mondo occidentale sempre più individualista e sempre meno comunitario, è quello dell’uomo che, senza resistenza, accetta la globalizzazione più cieca. Quella globalizzazione universalista che, rispondendo perfettamente alle logiche illuministe liberal-progressiste, ambisce all’appiattimento dell’umanità in un unicum indistinto senza autonomia e senza radici. La valorizzazione della propria arte, infatti,  rappresenta l’esaltazione dei valori che costituiscono l’apparato globale della propria cultura, e sancisce quell’elemento che contraddistingue gli approcci alla vita e all’esistenza dei diversi popoli del mondo. Le volontà di annullare le radici profonde della propria civiltà e della propria storia nascono, invece, da quel contesto ideologico post-moderno (derivante anche da un certo marxismo positivista) che si oppone al concetto della differenza umana per concretizzare quel principio ideologico del “siamo tutti uguali”, quindi l’intera cultura, che, di fatto, rappresenta l’elemento vitale delle bellissime e naturalissime differenze particolari tra gli uomini, diviene un orpello da abbattere. Nelle logiche di questi emergenti approcci di pensiero, di fatto, non vi è più la cultura e quindi il particolarissimo identitario al centro della riflessione, ma quell’ossessivo principio del “si deve essere uguali ad ogni costo”; ma chi ha decretato che gli uomini debbano rinunciare a se stessi per sposare il proprio Io alla linea d’esistenza dell’altro,  per non offendere la diversità di nessuno?

Le differenze,  sono l’elemento vitale d’ogni cosa, quei dettagli della vita che definiscono i paradigmi estetici. E laddove vi sia annullamento delle differenze v’è annullamento della bellezza: così come coprire la nudità artistica di un opera di marmo, equivale ad annullare la bellezza stessa. L’arte rappresenta, inoltre,  il pezzo costitutivo di una parte della personalità della nazione e contiene in sé parte dell’evoluzione dei tempi che hanno prodotto l’affermarsi di una determinata cultura, e la rappresentazione del nudo nell’arte indica anche una determinata concezione dell’uomo e della donna,  della bellezza del corpo, che ci distingue, in questo senso,  dal modo di concepire le cose proprie della cultura orientale, radicandosi a partire dalla matrice culturale della filosofia della vita di stampo greco-latino. Ciò che ci distingue,  forse, dal mondo orientale, invece, fiero ancora della propria cultura,  della propria storia e delle proprie tradizioni è proprio questo,  il fatto di  non accettare più noi stessi, la nostra identità, il nostro essere, ormai totalmente annebbiato dall’uniformità assoluta del processo di globalizzazione delle cose.

L’annullamento del riconoscimento e della fierezza verso la propria cultura è il primo livello di distruzione totale di una civiltà ed è per questo che bisogna riappropriarsi della fierezza delle proprie origini e della propria storia, per non venire ingurgitati dalle fauci dell’egualitarismo globalista. L’Occidente sta, forse, compiendo un processo di autodistruzione, di suicidio collettivo culturale,   di annichilimento volontario della propria identità e della propria presenza nel mondo.