Steve Murphy è un agente della DEA (Drug Enforcement Administration), cresciuto professionalmente negli anni Settanta a Miami, dove i criminali erano ragazzi in infradito che vendevano marijuana: «Quando ho cominciato, un arresto per un chilo di erba era un motivo per festeggiare. In breve tempo, sequestravamo sessanta chili di cocaina al giorno. Pensavamo di fare una grande differenza. La verità è che non spostavano una virgola: te ne lasciavano sessanta, per poterne portare seicento». A distanza di qualche anno, la città era diventata il centro dello spaccio di coca, importata dalla Colombia, in cui gli hippies avevano lasciato il posto agli spacciatori, le ciabatte alle armi, gli spinelli alla violenza. Tuttavia, 3245 omicidi per ragioni di droga a Miami, nel giro di cinque anni, non sembravano interessare il governo americano, che si mosse solamente per impedire il continuo passaggio di miliardi di dollari dagli States alla Colombia: una cosa inaccettabile per Reagan e soci, soprattutto se lo scalo di tale traffico era la Nicaragua comunista.

Il personaggio di Murphy, nella serie televisiva Narcos, funge da voce narrante della storia. La sua parte, così come tutte quelle in inglese, vengono regolarmente tradotte nelle altre lingue, mentre i dialoghi in spagnolo rimangono tali, in modo da conferire maggior realismo allo svolgimento della vicenda. Perché, infatti, Pablo Emilio Escobar Gaviria, terzo di nove figli di un agricoltore e di un’insegnante, nato a Rionegro e cresciuto nelle strade di Medellín, dovrebbe parlare americano? Per chi non lo sapesse, i gringos, in tutta l’America latina, non erano visti bene, a seguito delle loro politiche anti-comuniste, che avevano portato, in Argentina e in Cile, i vari Videla e Pinochet (non proprio dei bravi ragazzi) ai rispettivi governi. Il dittatore cileno, in particolare, non aveva la simpatia dei narcotrafficanti, visto che fu proprio lui a stroncare la diffusione della cocaina nel suo paese, uccidendo chiunque trafficasse roba. Insomma, gli americani, negli anni Ottanta, non erano affatto i benvenuti in Colombia. Eppure, l’agente Murphy ci andò, facendo di Escobar la sua ossessione. All’inizio, per lui, fu come partire per una guerra, fondata sulla dicotomia, tipicamente americana, del bene contro il male. A distanza di poco tempo e di tante esperienze, però, le “cazzate patriottiche”, avrebbero lasciato il posto al pragmatismo: «Se c’è una cosa che ho imparato dalla vita dei narcos è che la vita è molto più complicata di ciò che pensi. Il bene il male sono concetti relativi. Nel mondo dei trafficanti di droga fai quello che credi sia giusto e speri che vada tutto bene».

Il proprio senso di giustizia, Escobar lo ha sempre seguito senza esitazioni. Dalla fondazione del “cartello di Medellìn” (con i fratelli Ochoa e Gacha, il “messicano”), vera alba del suo impero, alla candidatura come presidente della repubblica colombiana. Le sue attività lo fecero finire su Forbes, come uno degli uomini più ricchi al mondo. Si parla di un traffico di miliardi di dollari l’anno, così tanti da suscitare in lui la voglia di fare del bene. Per usare le parole di Murphy: «Immaginate di nascere in una famiglia povera, in una città povera, in un paese povero e di avere a ventotto anni così tanti soldi da non riuscire a contarli. Che cosa fareste? Realizzereste i vostri sogni?». “Don Pablo” era chiamato dagli abitanti dei quartieri poveri, speranzosi di vedere un uomo della strada, benefattore verso la sua gente, spodestare gli oligarchi, i politici di sempre. Un “Robin Hood” lo definiva la stampa di parte, comprata come tutto il resto. Pura apparenza, tipica di un paese come la Colombia, patria del cosiddetto “realismo magico”, secondo cui un contesto veritiero e altamente dettagliato, viene invaso da qualcosa di troppo strano da credere. Il motto era semplice: plata o pomo, soldi o piombo. Tutto ciò che “El patrón” non otteneva con le buone, finiva col prenderselo con le cattive. Perfino una volta consegnatosi al governo colombiano, dopo aver generato una guerra civile, ucciso politici, giornalisti e poliziotti, ottenuto l’abolizione dell’estradizione negli Stati Uniti, poté trattare i termini della resa. Il risultato? La costruzione de La catedral, una villa più che una prigione, dove trascorrere qualche anno assieme ai suoi compagni, con i militari ad una distanza minima di tre chilometri. Non tutto, però, era destinato ad andare per il meglio. Continua Murphy: «Il problema è che non si possono controllare i propri sogni, specie se sei Pablo Escobar, specie se sei cresciuto in Colombia»; col passare del tempo, infatti, la situazione degenerò, perché i nervi erano sempre più tesi, i morti cominciavano ad essere troppi e gli alleati troppo pochi.

Sul finire della prima stagione, la risata mostrata sfrontatamente durante il suo primo arresto ha ormai abbandonato definitivamente la faccia di Escobar, braccato e per questo costretto a fuggire dalla sua cattedrale, ancora una volta lontano dalla propria famiglia, per lui principale ragione di vita. Il prodotto targato Netflix è riuscito ad affiancare a una storia avvolgente (in parte romanzata, ma piuttosto fedele alla realtà) e a dei personaggi complessi (e per questo lontani da facili giudizi), un sostrato socio-culturale non indifferente, capace di far immergere lo spettatore (al quale vengono richieste delle conoscenze minime sul contesto storico) nella Colombia di quegli anni, focalizzando l’attenzione sul ruolo che gli Stati Uniti, eterni presenti delle politiche sudamericane, hanno giocato in quella situazione. La nuova stagione, attesa per la seconda metà dell’anno, riprenderà dalla promessa di Murphy: «Escobar diceva sempre: meglio una tomba in Colombia, che una cella negli Stati Uniti. Indovina un po’ figlio di puttana? A me sta bene».