“Umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare). Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.” – Così scriveva Pier Paolo Pasolini sul Corriere. Ma cosa sono loro in realtà se non marionette svuotate dal ruolo di uomini i cui fili sono mossi dall’alto? Servi costretti ad ubbidire, e quanti di loro vorrebbero voltarsi e passare all’altro lato, forse più consoni ai loro ideali? “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri.”: sono umani e spesso possiedono le vostre stesse speranze, con l’unica differenza che loro hanno tutto da perdere nel cercare di portarle a compimento. Chiaramente i fanatici sono ovunque. Ma la differenza sta nell’uomo – e poi nel poliziotto – che è costretto ad eseguire gli ordini per paura delle conseguenze nel poliziotto – ma non l’uomo – che, senza distinzione alcuna, colpisce e agisce come una scheggia impazzita. “Minchia signor tenente e siamo qui con queste divise che tante volte ci vanno strette. Specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette. E siamo stanchi di sopportare quel che succede in questo paese, dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un milione al mese”, cantava Giorgio Faletti nel 1994. Sono uomini e ragazzi. Muratori, Giornalisti, Dottori, Infermieri, Salumieri, Commesse, Segretarie, Studenti, Docenti. Poliziotti. Che differenza c’è? Sono persone prima di tutto, persone esattamente come chi punta il dito contro, e come tali hanno reazioni umane: la paura e la rabbia. “Non è la prima volta in questi mesi, a Roma e in altre città, che polizia e studenti si scontrano. Ma la violenza non era mai arrivata a questo punto. Sono state due ore e mezzo d’ira e di sangue.”, scrivevano Giampaolo Bultrini e Mario Scialoja.

Dove finisce Valle Giulia del ’68 e Milano del 2015? Di tutto quello che è stato Valle Giulia e più in generale il ’68 ci portiamo il peggio. L’ira primordiale. Ma la differenza sta in individui che, per la maggior parte, non credono nemmeno in quello per cui stanno distruggendo o combattendo. Un’onda, una marea, un vortice di falsi miti e ideali sterili e disastrosi, di smania di esprimerli con bestialità inumana.  È ipocrita il sessantottino, che lottava contro il baronato ed oggi è barone, pretendendo servilismo in cambio di un’inverosimile carriera. Ma accanto alla devastazione senza ragione alcuna, a queste barbarie sterili, si affianca un ostentato finto perbenismo da parte della società che si definisce “civile”. La stessa società che devasta e sporca la propria città incessantemente, ma prontamente scatta a ripulire e a puntare il dito contro il “nemico” comune. Ma chi è il nemico comune? Tutti. Si tratta unicamente dell’ennesimo modo collettivo di cercare “il cattivo” a cui attribuire le colpe individuali di tutti.

Le patologie del nostro tempo sono narcisismo e ipocrisia. Giustifichiamo sempre noi stessi dando colpe agli altri e non riconoscendo mai le nostre responsabilità, individuali e collettive. Frasi sintomatiche tese unicamente a dislocare sempre l’attenzione sull’altro e ad assolvere noi stessi, se non sempre in termini assoluti, almeno in termini relativi. La società è ipocrita anestetizzata dalla percezione del vuoto che l’individuo ha dentro, cresciuto in una cultura dell’immagine, che in maniera violenta e innaturale ha imposto di anteporre l’apparenza. Immersi e smarriti in una cultura narcisista, in cui il vero narcisista è ingabbiato nella limitazione di recitare la parte del populista urlatore e anticonformista. La società attuale attribuisce un’eccessiva importanza al successo, al denaro e all’apparire; soprattutto all’apparire sempre integri e immacolati, anestetizzati da quell’ipocrisia che distorce la realtà, nascondendoci dietro veli (pietosi). Dove finisce Valle Giulia del ’68 e Milano del 2015? Il confine è labile e sottile, attraversato unicamente da una futile esigenza di protagonismo.

“Bella vittoria, dunque, la vostra! In questi casi, ai poliziotti si danno i fiori, amici.”