Arcinota è la ricchezza arcaica dell’Europa meridionale e di molti stati che si affacciano sul bel mare nostrum. Altrettanto nota, ma non per illustri meriti, è la condizione in cui versano le sovraintendenze e gli apparati divulgativi e di ricerca, quali appunto musei e siti di scavo. Nell’approccio all’arte antica riscontriamo, a livello prettamente nazionale, una particolare sciatteria, una fastidiosa noncuranza e sottovalutazione dei reperti e delle ricchezze ad oggi rinvenute. Didatticamente parlando, le istituzioni italiane, da molti decenni a questa parte, prediligono un’identificazione culturale all’interno dello steccato moderno e contemporaneo, passando dal Rinascimento fino alle forme astratte più note. Non sia mai, non si svaluterà qui l’immenso bagaglio artistico dal Medioevo in poi; c’è tuttavia da constatare come il rifiuto, il livore e perché no, anche la paura, per un certo tipo di manifestazione artistica, si faccia sempre più sentire, nonostante le recenti rassicurazioni ministeriali. Chiaro esempio di questo pregiudizio tutto italiano è quello di accostare – non è raro riscontrare simili contingenze – la classicità al fascismo creando un disastroso e pericoloso quid pro quo, più o meno indirizzato al recidere un legame fra mondo antico e contemporaneo. Inutile dire che un simile accostamento, per una qualunque persona dotata dei minimi rudimenti storici ed artistici, risulta degno della miglior fantapolitica distopica.

Da quando è stata inventata l’archeologia, sono sempre stati i paesi nordici e più in generale anglosassoni, a farsi portabandiera dei lavori di scavo e di recupero, a volte per autentiche motivazioni conoscitive e divulgative, altre per mera competizione nazionale – famosissimo rimarrà il caso di Pergamo e gli scavi dal 1873 fino al 1878 condotti dal tedesco Carl Human – in mancanza di olimpiadi o guerre. Possiamo esser certi di una cosa: il mondo mediterraneo e latino ha perso da tempo il primato didattico e accademico – le pubblicazioni di maggior rilievo in tal senso sono tedesche, inglesi e talvolta francesi – e gli effetti si notano ancora oggi.

Ritratto di Alberto Thorvaldsen dipinto da Horace Vernet, probabilmente verso il 1833 ed oggi conservato presso il MET. Lo scultore danese di ascendenze islandesi innamoratosi di Roma e dell'arte classica, fu, assieme al nostro Antonio Canova, uno dei più fulgidi esponenti del neoclassicismo, pur provenendo da una terra e da una cultura non latina, ma estremamente romanizzata nel gusto. La sua vicinanza con il mondo in ascesa dell'archeologia e dello studio iconografico, lo condussero, nel 1797, a prender sede all'interno del celeberrimo studio romano, appartenuto precedentemente allo scultore inglese John Flaxman, sito in via del Babuino 119, visitabile tutt'oggi. Dopo anni di successi, Thorvaldsen divenne membro dell'Accademia di San Luca di Roma, di cui fu presidente negli anni 1827-28

Ritratto di Alberto Thorvaldsen dipinto da Horace Vernet. Lo scultore danese innamoratosi di Roma e dell’arte classica fu fulgido esponente del neoclassicismo, pur provenendo da una terra e da una cultura non latina. La sua vicinanza con il mondo in ascesa dell’archeologia lo condusse, nel 1797, a prender sede all’interno del celeberrimo studio romano sito in via del Babuino 119. Dopo anni di successi, Thorvaldsen divenne membro dell’Accademia di San Luca di Roma, di cui fu presidente negli anni 1827-28

Se da una parte i poli museali più noti e gli atenei di ricerca più fruttuosi sono sostanzialmente appannaggio dell’Europa centrale, la materia prima rimane ancora una volta strettamente legata alle nazioni di provenienza. Grecia e Italia – non considereremo in questo frangente Iraq ed Egitto – in quanto paesi europei ma detentori di un patrimonio artistico immenso, si ritrovano assoggettati ad un rigore inutile e deleterio, il quale non solo ha falcidiato le economie locali, ma ha anche inquietantemente eroso quella già traballante empatia fra popolo ed eredità ancestrale. Sempre durante l’ottocento, la Grecia venne materialmente espropriata di numerosi beni archeologici, i quali oggi sono sparsi in tutto il mondo; non si sindacherà sulla bontà o meno di tali azioni, possiamo però oggi in parte considerare tali scelte, ai fini scientifici e umanistici, felici, ma solo in parte.

Città come Londra, Berlino, Monaco, Parigi, Copenaghen, Amsterdam, Vienna – le cui ricchezze sono diretta conseguenza della dominazione o dell’influenza romana ed ellenistica – fanno più cultura di quanto purtroppo non si riesca a fare nei paesi dove tale realtà è nata; non c’è quindi da stupirsi se molti direttori di musei e filantropi provengono da paesi simili, poveri di tradizioni architettoniche ed artistiche sì tanto fulgide e pertanto, desiderosi di rivalsa e riscatto.

Ritratto di Johann Joachim Winckelmann del 1768, dipinto da Anton von Maron e conservato presso il castello di Weimar. Winckelmann è considerato come uno degli esponenti di spicco del primo periodo neoclassico, nonché teorico del movimento. Studioso d'antichità e archeologo, il tedesco di Stendal, come altri ancora, fu estremamente affascinato dalla Grecia e dall'Italia, decidendo di fermarsi a Roma, ove divenne dapprima responsabile della biblioteca di Villa Albani sulla Salaria e poi, nel 1764, venne onorato con la soprintendenza alle antichità di Roma. L'ennesimo non latino che con successo, comprese meglio di altri la classicità antica

Ritratto di Johann Joachim Winckelmann del 1768, dipinto da Anton von Maron. Winckelmann è considerato come uno degli esponenti di spicco del primo periodo neoclassico, nonché teorico del movimento. Studioso d’antichità e archeologo fu estremamente affascinato dalla Grecia e dall’Italia, decidendo di fermarsi a Roma, ove divenne dapprima responsabile della biblioteca di Villa Albani sulla Salaria e poi, nel 1764, venne onorato con la soprintendenza alle antichità di Roma.

Da poco il TAR del Lazio, ha deciso di annullare le nomine ministeriali di cinque direttori stranieri. Le parole del ministro/satrapo Franceschini non lasciavano spazio ad alcun dubbio:

Un passo storico per l’Italia e i suoi musei che colma anni di ritardi, che completa il percorso di riforma del ministero e che pone le basi per una modernizzazione del nostro sistema museale. I musei italiani hanno perso molto terreno rispetto a quelli stranieri, in termini di modernizzazione, valorizzazione e servizi aggiuntivi. Serviva un salto di qualità sulle regole ed ora ci mettiamo sullo stesso piano di un sistema museale internazionale in cui i direttori dei musei vanno da un paese all’altro, con una competizione sana e virtuosa

Torna fastidiosamente l’orrido mantra dell’internazionalizzazione e della “sana” e “virtuosa” competizione – chi glielo spiega al boiardino che questa andrebbe rilegata ad ambiti sportivi e non culturali ed economici? – Con tutto che i nomi respinti rappresentavano senza alcun dubbio delle eccellenze nel loro campo, qui la storia non è più da ricollegare ad una logica di merito, largamente accettabile, bensì ad una sciocca e cieca esterofilia. Sulle venti nomine per i maggiori musei nazionali, sette erano state assegnate a stranieri: Eike Schmidt, noto esperto di arte fiorentina, che doveva prendere il posto di Antonio Natali, ex direttore colonna portante degli Uffizi; Cecilie Hollberg alla Galleria Estense di Modena; Peter Aufreiter alla Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia; Gabriel Zuchtriegel al Parco archeologico di Paestum; Peter Assmann al Palazzo ducale di Mantova; James Bradburne alla pinacoteca di Brera; Sylvain Bellenger al Museo di Capodimonte presso Napoli. Cinque teste son volate, ma per pochissimo: il Consiglio di Stato, ancor più recentemente, ha infine deciso di sospendere la decisione del TAR, pur riservandosi di porre il punto finale ad ottobre. A posteriori, rimangono glaciali le parole di Schmidt, il quale non è stato direttamente coinvolto nella vicenda:

La prima reazione è stata di incredulità, ma ero più distrutto quando ho saputo del ritorno dei gladiatori al Colosseo

Come potergli dare torto, lo spettacolo che i centurioni danno ogni giorno nel centro della capitale è vomitevole e raccapricciante, tuttavia quella sua tracotanza teutonica lo dipinge antipatico comunque, nonostante gli indiscutibili meriti esperienziali e di logica ragione. Il TAR ha sostanzialmente preso tre ceffoni nel giro di qualche mese. Alle parole del turbolento Vittorio Sgarbi, già indignatosi nei giorni successivi alle nomine e per la scarsa – quanto vera – valorizzazione del nostro personale competente, si aggiungono quelle dell’attorucolo Sergio Castellitto, il quale, affogato nelle acque della sua nullezza, se ne esce così:

No ai direttori stranieri? Ci meritiamo che Pompei crolli

A certuni andrebbe regalato un cervello nuovo, ma è meglio per tutti fare lo sforzo di tollerare e capire le gravi deficienze di certi imbecilli, irrecuperabili, anziché dar loro un peso che neppure meritano. Insomma, se da una parte molte nomine – e anche di grandi eccellenze femminili – sono state confermate, dall’altra ancora perdura lo scandalo, nonostante la contro sospensione.

Si faceva riferimento all’impossibilità di reclutare personale statale straniero, mentre il nostro debosciato ministero si difendeva paventando una mobilità e larghezza di campo che esiste solo nelle menti desolate dei più inetti funzionari di partito, felici di riempirsi la bocca con accomodanti parole, ma privi di cultura, impossibilitati dunque a relazionarsi in modo appassionato e sincero con il nostro patrimonio. Franceschini è un fantoccio, ma dice bene quando ricorda il ritorno in patria di numerosi esperti e validi elementi – altro che i soliti cervellacci – proprio con l’intento di occuparsi dei nostri impianti museali e lancia una bassa stoccata facendo presente al TAR, che Gabriele Finaldide facto italiano, britannico de jure – è direttore della National Gallery di Londra. Non serviva ricordarlo, tutto il globo riconosce che i mirabili esempi di italiani all’estero affossano chiunque: quando ce ne ricordiamo e torniamo volenterosi, sappiamo essere ciò che realmente siamo, ovvero un popolo accorato, sofisticato, audace e all’occorrenza guerresco. Peccato per i nostri piani alti nazionali, popolati più da indegni agnelli anziché maestosi lupi.

Gabriele Finaldi, dal 2015 direttore della National Gallery di Londra: una delle eccellenze esportate all'estero

Gabriele Finaldi, dal 2015 direttore della National Gallery di Londra

Non è utile schierarsi da una parte o dall’altra in questa ridicola vicenda, i torti si fanno ombra in egual misura. Ci sono, piuttosto, da proporre alcune semplici soluzioni: in qualità di stato-culla di un vastissimo repertorio artistico, capace di far impallidire l’intera comunità internazionale, dovremmo investire ingenti risorse nella formazione dei nostri giovani, affinché possano poi divenire loro, in modo quasi fatale, i reggitori dei destini museali e dei nostri siti archeologici, senza considerare coloro che potrebbero essere inviati direttamente all’estero.

Dove prendiamo i soldi? Ma dalle esosissime tasse ovviamente, anche perché se le si vogliono mantenere così alte, vi deve essere la certezza del loro nobile impiego. Anziché focalizzarsi su cavilli e questioni burocratiche, magistratura e ministeri dovrebbero essere i primi promotori per la creazione di nuovi organi di istruzione e sensibilizzazione, con il preciso intento di costruire i futuri stendardi della cultura italiana, pan-mediterranea ed europea. Le eccellenze non mancano nel nostro paese, questo è indiscusso, ma purtroppo non le sappiamo valorizzare e pertanto, secondo anche una logica questione di merito, preferiamo essere esterofili. Consideriamo anche che molto spesso, un dirigente del territorio, non solo conosce meglio l’area, il che può risultare un vantaggio, ma potrebbe essere un più appetibile bersaglio per i ricatti e le manipolazioni delle potenti cosche criminali o della parassitaria burocrazia; la vicenda della Reggia di Caserta ne è un perfetto esempio. In un mondo così ridotto, la cultura diventa spesso orpello decorativo e occultante per molti filantropi – Getty e il suo museo, o i Packard e le donazioni ad Ercolano – tuttavia non è dai privati, ma dalla collettività, da una forte mobilitazione popolare e sociale, che dovrebbe scaturire l’irrefrenabile voglia di porre su un piedistallo questa grande ricchezza di cui siamo inconsapevoli proprietari: con la cultura si mangia!

Cortile della Getty Villa, il complesso museale ricostruito secondo i canoni architettonici ellenistico-romani simili a quella della Villa dei Papiri di Ercolano. Comprendente anche un peristilio, il polo di Malibu ha più di 44.000 mila opere d'arte, principalmente di epoca greca e romana, comprate o sottratte tramite il mercato nero, nell'arco di svariati decenni. Esso fu aperto nel 1974 dal petroliere Jean Paul Getty, quello che oggi potremmo definire un filantropo. Ma come può, un uomo che specula sul cambiamento climatico - all'epoca non sentito come oggi - e felice alleato del capitalismo, avere così a cuore le sorti dell'arte antica? Autentica passione e spirito di divulgazione oppure reconditi fini ammantati dal bello? Nel dubbio, ci ridiano l'Atleta di Fano: ma sapremmo valorizzarlo meglio noi o loro?

Cortile della Getty Villa, il complesso museale ricostruito secondo i canoni architettonici ellenistico-romani simili a quella della Villa dei Papiri di Ercolano. Il polo di Malibu ha più di 44.000 mila opere d’arte comprate o sottratte tramite il mercato nero, nell’arco di svariati decenni.

Concludendo, i veri intellettuali rifuggono da queste idiote partigianerie e individuano nella divulgazione, nella militanza valoriale attiva e nello studio le uniche soluzioni affinché non si ripetano spettacoli simili, i quali non solo ci pongono ancor più in ombra rispetto ad altre lande, ma ci dovrebbero a maggior ragione esortare a recidere ogni bizantinismo e ogni convenzione fino ad ora accettata.

Franceschini e il TAR sono sostanzialmente due ammuffiti crostoni della vecchia solita pappa maleodorante. Ciò che oggi la storia e la Tiche Italia ci impone è di riassestare il merito come massimo valore collettivo e nazionale: non importa dunque, in prima battuta, la nazionalità di chi viene posto nelle molte dirigenze, ciò che conta è che le risorse creino devozione, amore e vivacità. Ma non ci si azzardi a porre in secondo piano l’italianità: basta perdere tempo, come già detto da numerosi e numerose volte, rimettiamo al centro dei nostri pensieri l’umanesimo e la classicità. Fra venti anni, quando la nuova gioventù latina si affaccerà su un mondo devastato dalla bruttezza, il passo affinché i direttori di ogni museo al mondo possano provenire dai nostri pesanti atenei, sarà brevissimo.