«Un uomo valeva per come sapeva morire».
C. Mazzantini

«Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio». Questa è la massima di Emiliano Zapata, leader politico e rivoluzionario messicano. In essa è contenuto il segreto di una maniera di stare al mondo che si è ormai estinta da tempo. Inattuale e forse inattuabile in questo miserabile tempo presente fatto di tweet, selfie e dancing booty. Non c’è posto per la dignità nel mondo di oggi. Non c’è spazio per l’onore.  Morire in piedi: una promessa di Eterno in cambio della vita effimera. Ecco quello che non sappiamo più fare. Eppure c’è stato un tempo in cui sapevamo morire.  Abbiamo avuto dei grandi esempi nella Storia, dall’antichità ad oggi.

Annibale Barca, il condottiero cartaginese che fece tremare Roma, bevve il veleno conservato nel suo anello pur di non farsi prendere vivo dai romani. Per  dare uno smacco al nemico, per morire “in piedi”, appunto. Come duemila anni più tardi farà lo scrittore francese Pierre Drieu La Rochelle. È una maniera di stare al mondo, di rimanervi cioè, anche dopo la morte. Per consegnarsi all’Eterno. Catilina venne trovato moribondo, tra i cadaveri dei nemici, sul campo di battaglia. Con la stessa indomita fierezza sul volto che aveva da vivo. Un altro che ha saputo morire in piedi. Come Giuseppe Mazzini, repubblicano di ferro, che rifiutò la grazia concessagli dal re pur di non riconoscerne l’autorità. Morì da esule in patria, con una condanna  – mai eseguita, è vero – che pendeva sulla sua testa. Lo fece per l’onore, per fedeltà alle sue idee.

Cos’è l’onore?, chiede la giovane amante dell’ufficiale D’Hubert, interpretato da Keith Carradine, nel film di Ridley Scott I duellanti. «L’onore è indescrivibile…incommensurabile», risponde l’ufficiale. L’onore è quella cosa che una volta persa non si ritrova mai più. Lo si recupera solo con un grande gesto eclatante, che, nella maggior parte dei casi, consiste nella propria dipartita dalla vita terrena. La morte è uno dei tabù del nostro tempo. Non si osa nemmeno pronunciarla, oggi, per paura. Per vigliaccheria. Il coraggio non è più un valore. Non sappiamo più affrontare la morte, non sappiamo darle un significato, così come abbiamo svuotato di senso la vita stessa. Una la conseguenza dell’altra. Eppure, giusto ieri, nel secolo appena trascorso, vi sono degli esempi a cui mirare: gesti eclatanti di uomini che hanno affrontato la morte con coraggio, dignità e onore per dare maggior significato alla propria esistenza. Il Novecento è pieno di uomini di tale portata, a destra come a sinistra. Al centro mai.

«Meglio morire come una meteora effervescente che spegnersi tremolando», affermava il giovane soldato Ernst Jünger sui fronti della Prima Guerra Mondiale. «Ucciderete me, ma l’idea che in me vive non morirà mai», asseriva invece il giovane e coraggioso politico socialista Giacomo Matteotti che venne picchiato, sequestrato e infine ucciso dalla banda di squadristi  capitanata dal fascistissimo Dumini. Matteotti aveva denunciato, con un coraggioso discorso in parlamento, le irregolarità e i soprusi da parte dei fascisti nelle elezioni del 1924. E con quelle parole scrisse la sua condanna a morte per iscrivere il proprio nome nel firmamento degli eroi. In compagnia di uomini di tale statura vi è anche Antonio Gramsci, politico sardo comunista, che finì in carcere per le sue idee. Scrisse nel 1928 alla madre: «Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione […] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini». Anche lui, come Mazzini con il re, rifiutò la grazia concessagli da Mussolini, che gli riconobbe il coraggio. Morì nel 1937, in libertà provvisoria, per le sue pessime condizioni di salute, dignitosamente. «Vita, sei nostra amica. Morte, sei nostra amante!». Questo fu il motto che portò il superfascista Alessandro Pavolini a morire in guerra, fucilato dai partigiani, consapevole di andare  incontro alla morte nell’avventura di Salò. Anche Benito Mussolini morì in piedi, fisicamente, davanti alle fucilazioni partigiane. È vero però che venne bloccato al confine, travestito da tedesco, per fuggire in Svizzera e avere salva la pelle. Non è ciò che si intende in questa sede. Eppure fu lui a dire che un uomo doveva saper vivere e morire in piedi. Di queste parole si ricordò Indro Montanelli, giornalista di destra nato sotto il segno del Duce, quando il 2 Giugno 1977 ricevette le pallottole dei brigatisti rossi che gli spararono alle gambe, mentre tornava a casa. Percorreva sempre lo stesso tragitto, contrariamente a quanto i pavidi colleghi gli avevano consigliato, prevedendo l’attentato. E grazie alle parole di Mussolini (che non seppe metterle in atto) ebbe salva la vita. Una volta ricevuta la prima scarica ebbe la tentazione di accasciarsi a terra, ma quelle parole gli risuonarono nella mente e si aggrappò all’inferriata che costeggiava la strada. Non si lasciò cadere, cosicché la seconda scarica lo prese nuovamente alle gambe e non al torace, cosa che lo avrebbe di certo ucciso. Il giorno dopo l’attentato, Indro, tornò alla sua scrivania di giornalista per continuare a lavorare. Non sarebbero certo bastate quattro pallottole a fermare un uomo come lui. Una sua opera saggistica, frutto di una coraggiosa inchiesta giornalistica dell’immediato dopoguerra, porta appunto il titolo di Morire in piedi. Rivelazioni sulla Germania segreta.

Un anno dopo l’attentato a Montanelli, Peppino Impastato, giovane e coraggioso  giornalista comunista, denunciò la vigliaccheria insita nei sedicenti uomini d’onore della Mafia siciliana definendola «una montagna di merda». Lui, figlio di un mafioso, seppe denunciare i soprusi che la disonorata società, meglio nota come Cosa nostra, compiva da tempo nel feudo di Cinisi. E una volta morto il padre, gli uomini del boss Gaetano Badalamenti, tre contro uno – ovvio! – lo sequestrarono e uccisero vigliaccamente, affinché non potesse parlare. Non vi è onore in questo, nessun coraggio in queste azioni. Nello stesso 1978 il centrista demoscristiano Aldo Moro scriveva lettere dalla prigionia dei brigatisti rossi, affinché il parlamento collaborasse con i terroristi, pur di avere salva la vita. Non morì in piedi. Ma accovacciato nel cofano di una Renault 4, crivellato dalle pallottole dei brigatisti. In contro a morte certa andarono nel ’92 i giudici Giovanni Falcone (uomo di sinistra) e Paolo Borsellino (uomo di destra). «Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola», e viene ricordato per sempre. Come Beppe Alfano, giornalista missino, padre della europarlamentare Sonia Alfano, il quale, un anno più tardi, andò incontro ai suoi carnefici mafiosi che lo aspettavano dietro l’angolo per porre fine alla sua vita e chiudergli la bocca. Affrontò la morte, in piedi.

«Una volta, sapevamo morire. I nostri Samurai offrivano al mondo il loro esempio. Oggi, muore lo spirito, e non sappiamo offrire altro che transtistors. Talvolta ci si ribella, ma non ci si sa più togliere la vita». Queste le parole di Yukio Mishima, uno dei più grandi scrittori del Novecento. Per fedeltà, dignità e onore decise di togliersi la vita attraverso la tradizionale pratica giapponese del seppuku. Non accettò quel patto scellerato che il Giappone stava mettendo in atto: il passaggio obbligato alla modernità, obolo dovuto dei vinti ai vincitori. Non riconoscendo se stesso in quel mondo, si sottrassee alla vergogna del suo presente, preferendo il Paradiso dei vinti alla Terra dei perdenti. Quando si dice, la nobiltà della sconfitta… Era il 1970. Una morte tra tutte si è scelta come emblema di questa maniera di stare al mondo, di quel tipo umano, ormai estinto da tempo, scivolato via da questo mondo liquido che non trattiene più nulla. Il filosofo Julius Evola, in seguito ad un bombardamento alleato su Vienna, perse l’uso delle gambe. Ma nonostante ciò, lui seppe morire in piedi – letteralmente- proprio come aveva sempre indicato nelle sue opere. Poco prima di spirare, si fece portare da due fidati amici davanti alla finestra di casa, facendosi reggere ai fianchi, impossibilitato a farlo lui stesso, per rimanere in posizione eretta. Per morire in piedi, contemplando un mondo fatto di rovine.