Qui ad Atene noi facciamo così. Fu questa la risposta di Pericle nel discorso agli Ateniesi del 461 a.C. alla necessità di spiegare cosa fosse la democrazia. È quello che facciamo qui, e già si capisce perché l’aristocratico Platone ne avesse ben da ridire al riguardo. La democrazia venne definita dai suoi genitori non come ciò che essa rappresentava o avrebbe dovuto rappresentare, ma ciò che tramite suo nome si faceva. Mai una parola di così cristallina semantica, demos (popolo) e cratos (potere), si è fatta portatrice di una ontologia altrettanto complessa. Cosa è infatti il potere del popolo? O meglio il governo del popolo? Se perfino Pericle dovette accontentarsi di darne una definizione procedurale è segno evidente che questa parola così potente trascina dietro di sé una idealità che è assai più forte della sua manifestazione reale.

Cosa è quindi la democrazia? Potremmo limitarci a dire che è un grande malinteso. Come Kelsen faceva notare già nel 1955, l’ambiguità di questa idea così grande giace proprio nell’assurda riflessione di “chi parla soltanto dell’idea e chi soltanto della realtà del fenomeno”. Allora forse sarebbe necessario riprendere Sartori e il suo rimprovero, un rimbrotto il quale ci ricorda che mentre tutti sappiamo come dovrebbe essere una democrazia ideale, assai poco sappiamo, aggiungerei accettiamo, delle condizioni di una democrazia possibile. E questo ha portato non già ad un freno alle attribuzioni della democrazia, corrisposto da adeguata riflessione, ma ad un suo sovraccarico strutturale di aspettative che la sta demolendo. Quale autore ha mai scritto che compete alla democrazia il benessere di tutti, l’istruzione gratuita di massa, l’assistenza pensionistica, la tutela della salute, il lavoro, il diritto alla casa? Quando è che la democrazia è finita per coincidere tout court con il welfare state? La politica quotidiana si fa paladina continuamente dell’onere di adempiere a tali titanici impegni, finendo poi per disattenderli quasi puntualmente e generando quel senso di delusione e frustrazione di cui si beano i pericolosi coppieri del vino puro di Platone.

Das Zeitalter des Perikles / Foltz

“Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.”

Ponendo una definizione sostantiva che si basa sul contenuto delle politiche di uno Stato, si finisce inesorabilmente per indebolire le strutture di carico della democrazia con obiettivi normativi che possono essere stati perseguiti, forse anche meglio, da regimi non democratici. Huntington faceva notare che la confusione di democrazia e pratiche virtuose porterebbe ad escludere tutti quegli Stati in cui i livelli di corruzione, incapacità, inefficienza della classe politica li hanno resi oggetto di odio e avvilimento, sebbene ciò non ne stabilisca in sé la minor democraticità. E allora da dove bisogna partire per fondare autenticamente la democrazia?

Forse, proprio dalla strada suggerita da Pericle. Quella empirica e procedurale, quale formulata da Schumpeter:

Il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare.

È un ottimo punto di partenza. Ma che freddo che traspare da queste righe, che calotta glaciale che si cala per ibernare qualcosa che nel suo farsi storico ha scaldato gli animi, le vene ai polsi, le passioni, il sangue, le menti e i calamai di tanti uomini e donne. Muove assai di più moti e moventi dell’animale politico umano la facondia retorica del discorso di Gettysburg del 1863 del Presidente Abraham Lincoln, dove la democrazia fu scolpita a fuoco come “government by the people, of the people and for the people”. Che visione maestosa, imponente, adamantina dell’edificio democratico! Ma quanti e quali pericoli si insinuano in essa e nella libertà che essa conferisce e riconosce al popolo. Quanti maliziosi coppieri che si affannano alle damigiane del vino, senza curarsi di annacquarlo per non obnubilare il raziocino del popolo! Perché nel più grande pregio della democrazia, così come definita da Schumpeter, si annida anche la sua più bella perversione. La democrazia non dà alle genti il diritto di scegliere, concede loro il diritto di sbagliare.

Vox populi. Vox Dei” scrive Sartori, “(…) il punto è, qui, di fondare la democrazia. E un fondamento di legittimità non attribuisce verità: attribuisce un diritto. Il popolo non ha sempre ragione nel senso che non sbaglia mai, ma nel senso che ha diritto di sbagliare, e che il diritto di sbagliare compete a chi sbaglia per sé, a danno proprio.

In quale Atlante ci ha appena trasformato il professore fiorentino. Ma che lezione che ci sta impartendo! Se il diritto di sbagliare compete a noi, a danno proprio, significa che la democrazia è uno strumento di equilibrio, nel quale una perversione che potrebbe dannarci assume in sé vera valenza di libertà. Ma quanto è breve il passo tra fisiologico e patologico? Alle volte è forse solo sfumato. Perché quando la democrazia è svilita nella sua componente puramente ideale, il governo del popolo, l’adempimento egolatrico di una distorta idea di sovranità del popolo, allora essa cessa di essere democratica e finisce per diventare tirannica. La tirannia della democrazia è il veleno peggiore per un popolo, perché finisce per convincerlo di avere sempre ragione, avendo diritto a sbagliare.

Il popolo è sovrano, ma la malizia di cattivi consiglieri gli fa dimenticare di esserlo nelle forme e nei limiti delle Costituzioni. Si è combattuto secoli per abbattere l’assolutismo e si vuole forse adesso ripristinarlo come un assoluto della moltitudine invece che del singolo? La democrazia non è il governo del popolo, è la responsabilità morale del popolo di fronte alla Nazione e allo Stato. La parola chiave non è Sovrano, è Responsabile. I diritti non sono un privilegio, ma discendono dai Doveri e non subordinano quest’ultimi. Ma quanta difficoltà a concedere alla democrazia questa grandezza, soprattutto alla nostra. Assistiamo alla rovinosa caduta di chi non ci ha mai ascoltato, di chi ci ha mentito, di chi ha finito per alienarci, e festeggiamo brindando mentre odiosi presunti puri ci fan da chierichetti per la nostra liturgia laica di esaltazione del popolo e dei suoi bisogni, versando più vino di quanto la nostra coppa possa contenerne e di quanto il nostro raziocino possa sopportarne. Abusiamo di noi stessi. Tornano allora con burrascosa irruenza le ponderate parole di Linz:

Ci sono condotte politiche che, per quanto indesiderabili, sono relativamente normali in alcune democrazie. Tuttavia, se portate all’estremo e se rimpiazzano le altre forme del dibattito politico, esse contribuiscono a distruggere la fiducia nei politici, nei partiti, perfino ad indebolire la legittimità del processo democratico. Persone qualificate e potenzialmente motivate potrebbero essere indotte a ritirarsi dalla politica, così riducendo la qualità complessiva della classe politica

ed ecco il vino versato, eliminare l’immunità, ridurre gli stipendi, tutti sono adatti a fare tutto

Le condotte alle quali faccio riferimento sono quelle caratterizzate da aggressività, mancanza di rispetto ingiustificata per gli oppositori e le loro motivazioni, dallo stimolo degli appetiti più bassi dell’elettorato, dal pregiudizio e dall’odio, dal rivangare i conflitti passati, dalla corsa al rialzo per ingannare gli elettori, dal populismo in alcune sue forme quando si tenta di contrapporre il “popolo” a “loro”, cioè ai cospiratori o ai traditori dell’interesse nazionale. (…) Anche quando non vi siano queste tendenze antidemocratiche e distruttive, nelle democrazie moderne si trovano sufficienti motivazioni per criticare i partiti e i politici,”; che sembrano sempre più sordi, assenti, lontani da noi, “per quanto talvolta esse siano contraddittorie

Qui forse dovremmo porre tutta la nostra attenzione: “Desideriamo che i partiti siano uniti nel sostenere le politiche del governo, invece di dedicarsi al dibattito intra-partitico, ma allo stesso tempo ci lamentiamo della scarsa personalità dei politici e della sudditanza nei confronti del partito. Vorremmo che i nostri leader avessero esperienza, ma allo stesso tempo respingiamo l’idea della professionalizzazione della politica e invochiamo perfino la non rieleggibilità alle cariche pubbliche.”; ecco il libro VIII della Repubblica di Platone, ecco la demagogia dell’uguaglianza che rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte

Come elettori, ci lamentiamo del fatto che i nostri rappresentanti non difendono i nostri interessi specifici, che sono sacrificati per favorire le politiche di più ampio respiro, ma allo stesso tempo li critichiamo perché rappresentano interessi specifici che, guarda caso, non corrispondono ai nostri. Ci pare che i politici abbiano perso il contatto con la realtà, che vivano in un mondo tutto loro, che dipendano dal partito o dalla carica ricoperta per il loro sostentamento, ma poi invochiamo il principio dell’incompatibilità del ruolo politico con qualsiasi attività professionale

Cominciate a sentire il vino che sale? La sbornia che monta? Abbiamo innaffiato a sufficienza la pianta della tirannia di una distorta idea di sovranità che finirà per uccidere la sovranità stessa? In Homo Videns, Giovanni Sartori ha ben spiegato che per ogni incremento di demo-potere è necessario un bilanciamento di demo-sapere. Perché in caso contrario la democrazia diventa sistema di governo nel quale saranno i più incompetenti a decidere. “Il che vuol dire”, chiude il professore, “un sistema di governo suicida”.  

Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza, che della dittatura è pronuba e levatrice. Così muore la democrazia: per abuso di sé stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo”;

(Platone, La Repubblica, VIII)