Ha deciso di farla finita un pensionato di Civitavecchia dopo aver perso i risparmi di una vita a causa di un mostro di nome bail-in. Era un ex operaio di sessantotto anni, Luigino D’Angelo, vittima, dicono, di una legge severa e di un intreccio sfortunato di circostanze. Eppure quando Luigino sottoscrisse le obbligazioni che probabilmente l’hanno ammazzato, quando un anonimo impiegato di banca gliele sottopose e gli fece firmare una pratica contenente mille clausole, riassumendola alla buona, sorridendo, ammiccando, tranquillizzandolo in merito alla bontà dell’operazione, come sempre avviene in questi casi, si era ancora in tempi di bail-out, anche se questo forse il pensionato lo ignorava, come lo ignoravano le migliaia di famiglie depredate come lui, che hanno protestato domenica scorsa in Piazza Montecitorio. Dettagli.

Quello che però qui preme sottolineare, viste le ambiguità dei media a rivelarlo, è che fu l’Europa (l’amata, il sogno di Altiero Spinelli) a progettare il mostro che perseguitò quel pensionato e con lui migliaia di risparmiatori italiani. Fu l’Europa a desiderare di punire coi risparmi di una vita di lavoro le fisiologiche asimmetrie informative che caratterizzano il rapporto fra banca e cliente. Fu l’Europa a voler sanzionare la negligenza pazzesca di non consultare periodicamente i siti delle opache Consob e Bankitalia, che parlavano di quei titoli sottoscritti che non rendevano neanche tanto, ma che si sarebbero vaporizzati rapidamente. Fu l’Europa a “chiedercelo” nella sua tipica impersonalità istituzionale, nella sua boria asciutta e impenetrabile, di cambiare quel perdente “out” in un vincente “in”, di modificare quella mortale preposizione distorcente della concorrenza e del mercato, primo valore della civiltà europea. L’Europa fu la causa scatenante; e benché possa sembrare strano, è ora l’Europa a distogliere il Governo dalla volontà di ristorare i danneggiati superstiti. Altri dettagli!

E pensare che non prima dell’epoca in cui quel pensionato era giovane, tutte queste parole altisonanti, o meglio anglo-sonanti, le quali vengono impiegate oggi come fossero già nostre, venivano tradotte in italiano comprensibile, sicché si poteva provare addirittura a capirle. Non c’erano gli endorsement degli intellettuali ai politici, non c’erano le serie TV da spoilerare, non c’erano gli hashtag, e si traducevano persino i nomi dei filosofi: Adamo Smith, Carlo Marx, Federico Nietzsche. Perché in effetti un termine come bail-in, in questa terra di socievole e mediterraneo carattere, non dovrebbe neanche esistere; e i liguri dovrebbe legittimamente arrabbiarsi per la confusione che ingenera col genovese belin. “Bail” in italiano significa “garanzia”, mentre “in” e “out” hanno i loro corrispondenti nelle parole “interno” ed “esterno”. Ed è proprio questo il passaggio che è malauguratamente sfuggito a quel pensionato suicida di sessantotto anni. Il passaggio da una parola del lessico bancario inglese a un’altra del lessico bancario inglese, deliberato presso un’apolide stanza di un organismo europeo. Il passaggio da una preposizione a un’altra: tanto è breve il confine che divide la vita dalla morte, l’informazione dalla confusione.

Con la garanzia esterna (bail-out) le banche sull’orlo del fallimento venivano salvate dallo Stato, attingendo alla fiscalità generale. Ma questa prassi non piacque al liberismo istituzionalizzato, che predica la competitività e la concorrenza come valori assoluti, prevalenti su qualsiasi altro. Così venne sancito il principio per cui a risanare le banche in crisi dovevano essere soltanto coloro i quali in quelle banche hanno investito o depositato denaro (bail-in). Tutto ciò secondo una gerarchia subdolamente equa: a pagare sarebbero stati prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti, poi i correntisti, ma solo questi ultimi con criteri progressivi.

Così il bail-in è diventato legge. Poi, attraverso il salva-banche, è diventato anche realtà. Presto migliaia di famiglie si sono accorte di possedere obbligazioni subordinate che, pur firmate in tempi di bail-out e con i metodi tipicamente truffaldini adoperati dai bancari, ora sono carta straccia, non valgono più nulla, e l’ignoranza non le scusa: dovevano sapere. In una di quelle famiglie viveva il pensionato di sessantotto anni poi impiccatosi a un balconcino interno della sua abitazione. Anche lui doveva sapere. Anche lui doveva informarsi sulla situazione economica della sua banca. Anche lui doveva muoversi nella giungla chiamata mercato, nella giungla dei bilanci e dell’inglese finanziario, lui ex-operaio ENEL. Questo gli imponeva l’Unione Europea, questo gli richiedeva la cultura della “nostra Civiltà”. Perché sennò si morirebbe di falsa concorrenza, di assurdo statalismo, di tasse troppo alte, di debiti sproporzionati, di improduttività. Tutte quante ossessioni compulsive del sedicente “europeismo”, già trasformatosi in casta autocratica e succhia-sangue nonché in braccio secolare del potere dei mercati.
Resta poco da dire, se non manifestare una volta di più il profondo sconcerto e l’amarezza per una vicenda che ha ben poco del sortilegio e molto di codardia e irresponsabilità dei potenti. I quali, sembrerebbe, quando vogliono farsi troppo amici dei poveri, è allora che stanno per pugnalarli.