Fatta la premessa che scrivere di tasse in modo brillante è come tentare di battere il record dei cento metri correndo sul fango, tenteremo l’impresa: quella di sporcarci fino in fondo, ovviamente.
Uno dei problemi sociali italiani, uno dei tanti, è l’evasione fiscale. L’evasione stimata si aggira tra i centocinquanta e i duecento miliardi di euro, una cifra che incombe come il Vesuvio sull’economia nazionale. Assunta la dovuta e un po’ retorica condanna nei confronti degli evasori,  è pur vero che, in Italia, l’evasore ha argomentazioni condivisibili per salvarsi la morale: la pressione fiscale a livelli insostenibili, i servizi pubblici insufficienti, sprechi odiosi che  ogni giorno alimentano dozzine di inchieste, diventano una sorta di discriminante preventiva, un giubileo permanente con tanto di indulgenza plenaria.  Le motivazioni usate dell’evasore abituale sono talmente radicate nel sentimento nazionale che chi viene scovato non si sente nemmeno più in dovere di giustificarsi. Questo a riprova del fatto che le giustificazioni sono già nell’aria: si respirano in quel ventaglio composito di disservizi che lo Stato offre ai cittadini. In questa fase, per farla breve, le giustificazioni precedono le malefatte.
Però, al di là di questo scenario pullulante di attenuanti, c’è un fatto che bisogna ammettere: agli italiani di pagare le tasse proprio non va.

Siamo franchi con noi stessi: l’idea di spartire con lo Stato il frutto del proprio lavoro, così è percepita l’imposizione fiscale, non rientra nell’antropologia di questo nobile e godereccio popolo, fin dalle epoche più risalenti. Si pensi che i Romani immaginarono una distinzione per la proprietà terriera, quella tra fondi sul suolo italico e i cosiddetti fondi provinciali, proprio per una questione di tassazione. Dal momento che sui fondi provinciali gravava il pagamento di un tributum (o stipendium), il giurista Gaio non li descrive come proprietà di chi paga le tasse, anzi, per il fatto stesso di pagarle, chi lo fa non è proprietario del fondo ma è titolare di qualcosa di simile a un usufrutto; come a dire che la proprietà di qualcosa e il pagamento delle imposte sono due cose incompatibili.
Sarà pure una questione da Azzecca-garbugli, ma ci fa capire come le radici della nostro disamore per l’erario affondino fin nel diritto romano e siano, per questo, quanto mai difficili da sradicare.
Tutti ricorderanno quel tipo un po’ britannico di Padoa Schioppa, allora ministro dell’economia, quando esordì in un programma televisivo dicendo “le tasse sono una cosa bellissima”. C’è da crede che per un minuto un silenzio terrificante invase l’intera nazione, come nel film Qualunquemente quando un cliente chiede la ricevuta fiscale e tutto il locale ammutolisce. Non è esagerato immaginare gli italiani rimasti  paralizzati davanti alle televisioni, totalmente incapaci di reagire di fronte a una confessione così assurda e inesplicabile.  La dichiarazione fu avvertita come una bestemmia perché contravveniva al senso comune con indicibile tracotanza, benché la pronunciasse un uomo mite e con occhialoni tondi.
Padoa Schioppa stava semplicemente ribadendo un concetto che sta alla base del funzionamento delle odierne democrazie, ma questo non gli bastò per salvarsi da quel plotone di esecuzione composto dai vari Cicchito, Gasparri e altri decorati rappresentanti della pancia degli italiani.

I problemi sociali che hanno a che fare con il modo di sentire e di pensare di un popolo si risolvono  molto lentamente. Velocizzare il processo però è forse possibile. E per far questo si può stare al di qua del principio di piacere, come lo chiamava Freud.
Si tratta semplicemente di mettere lo zucchero sull’orlo del bicchiere per far bere la medicina e  per far rimpinguare un po’ le casse.
Al fastidio ancestrale di pagare le tasse bisogna incastonare un piacere, e quale piacere è più condiviso di quello del gioco?  L’odio che gli italiani hanno per le tasse è pari solo all’amore che essi hanno per il gioco. Basti passare dinnanzi a una tabaccheria per farsene un’idea quantitativa. Il popolo, o meglio, quella massa a basso reddito che ne è erede, prima si batte per la redistribuzione delle ricchezze poi fa la fila per giocare al Lotto, cioè fa una colletta in cui tutti si tolgono qualcosa per creare uno o due nuovi miliardari: l’esatto opposto della redistribuzione. D’altronde non si bada a coerenza e razionalità di fronte alla ruota della fortuna: quando gira non c’è destra o sinistra, sopra o sotto.

Purché si vinca qualcosa, gli italiani partecipano in massa, dalle sagre di paese ai concorsi letterari, il vero motore immobile è il premio, sia esso un prosciutto o una valigetta di bigliettoni, l’idea di fondo non cambia. Questo movente lo avevano già capito le multinazionali del cibo e i vari distributori, tanto che ormai la gente fa la spesa per riempire la carta punti e per vincere qualche elettrodomestico. Le mamme comprano il latte per i punti prima ancora che per i congiunti. E così va avanti, nella sua ludica quotidianità, la Repubblica della Fortuna.
Questo scenario non può che partorire un’idea, provocatoria ma non troppo.
Se il Governo italiano associasse al pagamento delle tasse una posta proporzionale al gioco del Lotto, per conto di ogni contribuente, sarebbe fortemente contrastata l’evasione fiscale. In molti si  sentirebbero scagionati dal vizio e giocare sarebbe la massima diligenza civile. Non dico che tutti si accalcherebbero per dichiarare di più in vista di una maggiore probabilità di sbancare, ma è probabile che un certo piacere si associ alla contribuzione e che piano piano ne diventi parte. Interi quartieri si assocerebbero per fare dei sistemoni (di contribuzione fiscale)? Sembra assurdo, e lo è. Ma c’è un fondo di verità che consiste proprio nell’idea di infondere un piacere immediato e individuale in qualcosa che produce un piacere troppo differito per creare dipendenza.

Il professor Padoa Schioppa aveva ragione, ma ha toccato le corde sbagliate e non aveva il talento del motivatore.  Era troppo immerso nei numeri per tastare la pancia batraciana dell’evasore tipo. Se l’avesse fatto, avrebbe saputo che gli italiani sono un popolo motivato dai montepremi prima che dai buoni propositi.