L’America è ovunque. È nella televisione, nel cinema, nella pubblicità, nelle strade, negli atteggiamenti, nella moda. L’America è nei nostri occhi, perennemente accarezzati da lenti a stelle e strisce. L’America è diventata il nostro modo di pensare, il nostro atteggiamento, lo sguardo fisso sulle strade che si perdono placidamente nel deserto infuocato, le campagne dove riecheggia una chitarra lontana, i motel sperduti nel bosco, lo squallore di Las Vegas, le metropoli scintillanti. L’euforia liberale e talvolta libertaria costringe noi europei a modelli di pensiero che non ci appartengono e che pure sono la logica e prospettica conseguenza di antiche idee europee, e che per questo motivo ci attraggono in un modo letale – da intendere in senso letterale, sia ben chiaro, essendo siffatti modelli forieri di morte se esportati e adottati acriticamente, come d’altra parte tutto il mondo sembra fare. Lo sguardo acuto, talvolta ironico e talaltra drammaticamente serio, di Jean Baudrillard (1929-2007) nel libro America (1986) costringe l’europeo a guardare proprio al cuore degli Stati Uniti, paese emblema della modernità e simbolo della cosiddetta e spesso mal interpretata libertà. L’America, scrive il filosofo, ci esalta e ci disillude al tempo stesso, sprigiona un’aria da mattino del mondo, forse perché la distanza dello sguardo culturale non le appartiene, è qualcosa di antico, antiquato, rimasto dall’altra parte dell’Oceano, nelle terre europee.

L’America è la versione originale della modernità, noi ne siamo la versione doppiata o sottotitolata, scrive Baudrillard. E ancora,

l’America esorcizza la questione dell’origine, non ha il culto dell’origine né il mito dell’autenticità, non ha un passato né una verità fondatrice. Non avendo conosciuto l’accumulazione primitiva del tempo, vive in una perenne attualità.

La modernità intesa come perenne attualità: ecco il segreto dell’America, eccentrica America, decentrata America, America senza centro. Tanto tempo fa gli americani si sono affrancati dalla centralità europea, e da questo atto destabilizzante è nata la modernità eccentrica e senza identità.

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Da qui la definizione: la modernità è eccentrica oppure non è. Per questo, sostiene Baudrillard, noi europei non potremo mai allontanarci da noi stessi, decentrarci allo stesso modo, non saremo dunque mai propriamente moderni. In questa impossibilità di fatto, l’Europa è costretta in una morsa: da una parte, l’alleanza non solo politica ma anche culturale con il mondo americano e dunque moderno, e, dall’altra, l’aggancio alla propria tradizione spirituale e tradizionale, il cui recupero, ancorché necessario, è precluso, o quantomeno limitato, dall’attitudine silente ad accettare la modernità tout court, pena il sentirsi collocati nel lato sbagliato della storia. Noi europei assorbiamo [la modernità] nostro malgrado, afferma Baudrillard, a dosi omeopatiche, con un misto di attrazione e di risentimento. Diventiamo moderni e indifferenti a malincuore, di qui il poco smalto della nostra modernità. All’opposto, sostiene il filosofo, il resto del mondo non occidentale sprigiona un’aura differente:

Altrove, la cultura è di una gravità insopportabile. Le culture forti (Messico, Giappone, Islam) ci rimandano il riflesso della nostra cultura degradata, e l’immagine della nostra colpevolezza profonda. Il sovrappiù di senso di una cultura forte, rituale, territoriale, fa di noi [europei] tanti gringo, zombi, turisti cui è stato assegnato domicilio nelle bellezze naturali del paese.

Un giudizio forte e sincero, e purtuttavia difficilmente confutabile. L’India, il mondo arabo, il sud-est asiatico, ma anche la Russia profonda, la Cina superstite e il Giappone lontano dai centri metropolitani ci imbarazzano per la loro testardaggine a voler vivere nella loro tradizione – ci imbarazzano per la nostra rottura cosciente e incosciente con la nostra tradizione. L’Europa ha fatto a meno della tradizione, seppur nell’impossibilità totale di un simile proposito, e con lo sguardo rivolto a Occidente, dall’altra parte dell’Atlantico, spera in un riscatto prometeico di un impossibile e inarrivabile mondo nuovo. L’America è la bussola implicita della nostra vita.

Nell’assunto che moderni si nasce e non lo si diventa, appare chiara la schizofrenia dell’Europa odierna: non facciamo che imitarli, parodiarli con cinquant’anni di ritardo, e peraltro senza successo. Ci mancano l’anima e l’audacia di quello che potremmo chiamare il grado zero di una cultura, la forza dell’incultura, sostiene senza mezzi termini Baudrillard, senza con questo avanzare alcun giudizio morale sull’incultura americana. Anzi, al contrario, e con un sovvertimento alquanto bizzarro ma senz’altro audace, il filosofo sostiene che in America

la banalità, l’incultura, la volgarità non hanno lo stesso senso che in Europa. […] Il fatto è che una certa banalità, una certa volgarità che in Europa ci appaiono inaccettabili, qui ci sembrano più che accettabili: affascinanti. E tutte le nostre analisi in termini di alienazione, di conformismo, di uniformità e di disumanizzazione cadono da sole: rispetto all’America sono loro a diventare volgari.

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Gli elementi della (in)cultura americana che hanno vieppiù condizionato lo stile di vita europeo e, con esso, quello di tutto il mondo, sono elencati disordinatamente da Baudrillard nel corso del libro. Tra questi, quantunque esposti in modo approssimativo: la solitudine dell’individuo, che spesso si trova nelle megalopoli a mangiare da solo (niente è più contraddittorio rispetto alle leggi dell’uomo o dell’animale, perché le bestie hanno sempre la dignità di spartire o di contendersi il cibo); il delirio di una vittoria a vuoto, o per meglio dire uno sforzo sovrumano e inutile […] che si fa per dimostrare a se stessi che si è capaci di farlo, esemplificato dal gareggiare in una maratona (l’antico “abbiamo vinto!” diventa “I did it!”); il sorriso non per cortesia né seduzione bensì semplicemente pubblicitario, il quale nello stesso tempo tiene a distanza e partecipa della criogenizzazione degli affetti; la smodata attenzione per il corpo, ovunque e sempre vezzeggiato, coccolato e viziato nella certezza della sua non risurrezione e che diventa perciostesso preoccupazione funebre; la centralità assegnata al cervello (“io sono il mio cervello”), spia di un’antropologia semplificata, ridotta all’escrescenza terminale del midollo spinale; l’indifferenza nei confronti degli status sociali, da cui la disinvoltura dei rapporti al di là di qualsivoglia etichetta tipicamente europea (tuttavia, quando nessuno è più assillato dal giudizio altrui né dai pregiudizi, s’instaura una maggiore tolleranza, ma anche una maggiore indifferenza [che] è al tempo stesso una qualità e un’assenza di qualità).

Ma due sono le reali profezie che Baudrillard avanza nel descrivere il mondo americano. Baudrillard sembra infatti parlare con un discreto anticipo della cultura selfie: il video, che ha sostituito lo specchio, ci riflette e ripete la nostra immagine non più secondo logiche narcisistiche, bensì per un continuo e schizofrenico folle autoriferimento, perso il quale l’uomo moderno smarrirebbe i punti cardinali della sua posizione al mondo. La cultura del video, insomma, sottolinea in pari tempo la sua [dell’individuo] intensità in superficie e la sua insignificanza in profondità. Ma la profezia più eclatante è quella relativa al cosiddetto e tanto spesso evocato gender: la dissoluzione di modelli sessuali di riferimento e schemi di genere ha dato origine a una confusione e a una creatività senza precedenti.

Non si oscilla più fra il desiderio e il godimento, ma fra la propria formula genetica e la propria identità sessuale (da trovare),

scrive acutamente il filosofo. D’altra parte – e questa è propriamente la condizione dell’uomo informe – la liberazione ha lasciato tutti in uno stato di indefinitezza (è sempre la stessa storia: una volta liberati, siamo costretti a chiederci chi siamo). E allora ciascuno cerca il proprio look genetico (espressione di Baudrillard), ciascuno crea la propria formula e, nel “gioco” della differenza, ciascun individuo è (si considera) autonomo e assolutamente originale.

Jean Baudrillard

Jean Baudrillard

Se la visione entusiasta dell’America è qualcosa che, in quanto europei, non ci appartiene, dall’altra parte la Weltanschauung trascendente e storica dell’Europa sfuggirà sempre agli americani. Insomma, da una parte, l’americana pragmaticità vitale e genuina della giovinezza; dall’altra, l’europea malinconia dello spirito critico e della maturità di chi ha visto troppo per entusiasmarsi ancora una volta. Detto con le parole di Baudrillard:

siamo noi europei a immaginare che tutto culmini nella trascendenza, che niente esista che non sia stato pensato nel suo concetto. Gli americani non solo non se ne occupano, ma la loro prospettiva è all’opposto. Non già concettualizzare la realtà, bensì realizzare il concetto e materializzare le idee. […] Qui in America ha senso solo ciò che si realizza, o si manifesta, per noi ha senso solo ciò che si pensa, o si nasconde.

E nella dissoluzione di ogni profondità, senso, gusto e identità, l’America è sì lo specchio della nostra decadenza, ma, quanto a lei, non è decadente affatto, è di una vitalità iperreale, vive e sopravvive in modo entusiastico, primitivo, e noi europei, e con noi il resto del mondo, la osserviamo invidiosi, desiderando di avere la sua innocenza e freschezza, quasi attraversati da una crisi di mezza età. Ma tutto ciò sembra più una ubriacatura temporanea: la tradizione, che finora abbiamo tradito e che continuiamo a tradire, è in realtà il vero sigillo dell’Europa, il contraltare occidentale dell’America. Eppure forse è proprio in questo duetto bizzarro – la vecchia Europa e la nuova America, la profonda Europa e la superficiale America – che si rivela l’identità dell’Occidente, l’antinomia strutturale del blocco geo-politico-culturale occidentale, la sua forza contraddittoria, la sua centralità eccentrica.