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Il sommo e disilluso cantore della mancata borghesia italiana, Leo Longanesi, usava dire che la borghesia è «un’etica della responsabilità, più che una condizione socio-economica», non essendo la prima implicita nella seconda. Il ceto medio non va infatti confuso con la borghesia: l’Italia abbonda da cinquant’anni del primo ma è da sempre carente della seconda. Borghese non è il benestante bensì chi fa propria «un’etica della responsabilità» in tutti i momenti della vita: nella famiglia come nel lavoro, nelle relazioni interpersonali e in politica, nella ricerca culturale e nelle relazioni economiche. A proposito di queste ultime, pare ormai inutile lamentare come da decenni si sovverta l’etica borghese. Plateale esempio ne è l’abbandono totale agli effimeri piaceri del consumismo, di cui neppure ci rendiamo conto, per pigra assuefazione, e che possiamo evitare solo con un’operazione di rigido autocontrollo. Si risponderà: ma il consumismo è il trionfo dell’etica borghese, materialista e mondana, legata a doppio filo alla logica degli affari. Quale miglior coronamento di un pensiero simile che non l’idolatria del consumo indi del mercato, culla del manierismo faccendiero borghese. L’obiezione sarebbe corretta se il consumismo fosse effettivamente un’attitudine al mercato materialista, ma tale non è.

Se considerassimo invece la frenesia divoratrice del consumismo come un’inedita forma di spiritualismo post-religioso, capiremmo istantaneamente che si tratta della negazione del materialismo privatista di natura borghese. È la sovversione del principio di proprietà privata non in senso socialista, bensì in una malsana forma di capitalismo inconcludente, avvitato com’è nella logica “consumate di più affinché si produca di più”

La borghesia si afferma proprio con l’affermarsi della proprietà privata non unicamente dei mezzi di produzione, quanto della gestione del patrimonio e del mercato quale luogo di interazione tra privati. Il rapporto dell’individuo con la materia, con la materialità delle cose, è ben evidente: ciò che è mio è tale in virtù del diritto al possesso continuativo e allo sfruttamento, contro la coercizione dello Stato. Intendendo la proprietà privata come il privare la società di beni che faccio miei per il godimento personale, si capisce come io debba assumermi la responsabilità morale di tale godimento. Qui risiede l’etica borghese di cui parlava Longanesi, ossia nella fatica morale connessa alla privazione di risorse. Il passaggio dal geloso controllo delle proprie cose alla spensieratezza a ciclo continuo del consumismo ben trascina con sé l’accantonamento del problema morale: dal consumo responsabile al consumo irresponsabile, che però inverte le logiche stesse del consumo.

Leo Longanesi (che si autodefiniva "conservatore in un paese in cui non c'è nulla da conservare") scrittore, editore, disegnatore e borghese fin nel midollo, fu il massimo fustigatore e cantore crepuscolare della borghesia italiana, che vedeva ridotta, debole e corrotta.

Leo Longanesi, “conservatore in un paese in cui non c’è nulla da conservare”. Scrittore, editore, disegnatore e borghese fin nel midollo, fu il massimo fustigatore e cantore crepuscolare della borghesia italiana, che vedeva ridotta, debole e corrotta.

Consumare è una costante naturale: tutti gli esseri viventi consumano risorse, e l’uomo non fa eccezione. Come l’uomo primitivo sottraeva manualmente risorse al mondo per provvedere al sostentamento, così l’uomo moderno si avvale di strumenti ben più complessi per il soddisfacimento dei propri bisogni. Cambiano i mezzi ma non i fini. Che si consumi in abbondanza è positivo se le risorse sono abbondanti; allarma però constatare la traslazione dei fini insita nel consumismo:

Non più il consumo per il soddisfacimento di bisogni, ma la creazione di bisogni per soddisfare il consumo.

Elevare il consumo a fine dell’azione umana è sovversivo dell’ordine che ha regnato tra gli uomini per secoli. Si instaura dunque l’imperativo amorale del consumare-per-consumare, in un’ascesa esponenziale potenzialmente infinita che si scontra con la finitezza delle risorse. A un’idea in un certo senso etica del consumo si è sostituita l’idea del consumarsi ciclico delle cose, del loro deteriorarsi, proprio nell’etimo del termine. Gli oggetti vengono acquistati per essere consumati, deteriorati, e poi buttati via. Il problema dell’obsolescenza programmata sta lì a dimostrarlo: molti oggetti sembrano progettati apposta per durare poco, così che si è costretti a comprarne di nuovi, alimentando le imprese e un meccanismo logicamente ed ecologicamente folle. Gli oggetti in tal modo non vengono chiamati a entrare a far parte della vita dell’individuo, a formare cioè il suo patrimonio, perché usciranno dall’orizzonte dell’individuo ben prima che questi abbandonerà il mondo. In altre parole, si comprano oggetti da realizzarsi nel presente, senza alcuna idea di futuro poiché questo implica una trasmissione dei beni, un’eredità da tramandare, una stabilità esistenziale cui tendere. Non interessa comporre un patrimonio perché si dovrà assumere la brigosa responsabilità di averne cura, costruendo così un vincolo alla libertà momentanea.

La responsabilità del risparmio, una volta incoraggiata dallo Stato nelle molteplici forme di accantonamento previste, risulta ora anacronistica secondo la vulgata capitalistica contemporanea

La responsabilità del risparmio, una volta incoraggiata dallo Stato nelle molteplici forme di accantonamento previste, risulta ora anacronistica secondo la vulgata capitalistica contemporanea

Un banale e scontato esempio è quello della proliferazione dei grandi magazzini dell’arredamento, in cui si possono acquistare mobili e altri oggetti per la casa a basso prezzo e di ancor più bassa qualità. Fino a non molti anni fa quella dell’arredamento era una scelta importante proprio perché vincolante, per alcuni è stata addirittura una non scelta, avendolo ricevuto in eredità. I mobili erano pensati per durare, per non consumarsi, avrebbero dovuto perciò essere massicci, resistenti, classici, in una parola: stabili. Ovviamente la stabilità del mobilio faceva da contorno a una stabilità familiare, con la certezza della trasmissione generazionale e la garanzia che qualcun altro avrebbe beneficiato dell’acquisto di quegli oggetti, della sottrazione di quelle risorse. Era nelle cose una forma di progettualità quasi teleologica, un fine trascendente nel possesso della materia, degli oggetti, che quasi vivevano di vita propria pur nella sottomissione della proprietà. Sembra una contraddizione ma uno sguardo più attento rileva la demarcazione: la proprietà di un oggetto diveniva una forma di dono del medesimo, proprio perché, nonostante l’acquisizione sussuma l’esclusione del resto della società dal godimento, la destinazione d’uso dell’oggetto era proiettata verso un indefinito futuro potenzialmente infinito in cui altri uomini e altre donne avrebbero sfruttato quanto oggi viene custodito e tramandato. Un’idea quasi romantica di possesso materiale che ben si realizzava nella dote di nozze: perfino la biancheria era destinata alla successione generazionale! Figurarsi gli immobili, i tendaggi, le biblioteche, gli arredamenti, i preziosi, gli oggetti d’arte, ma anche – più umilmente – oggetti da lavoro, cimeli di famiglia, accessori d’abbigliamento.

Le mani tese a cercare disperatamente di agguantare i beni che calano dall'alto sembrano tratte da un teatro di guerra, invece siamo nella Gran Bretagna e questo è il Black friday, l'usanza nata negli USA di iniziare le promozioni natalizie nel giorno successivo il Giorno del ringraziamento.

Le mani tese a cercare disperatamente di agguantare i beni che calano dall’alto sembrano tratte da un teatro di guerra, invece siamo nella Gran Bretagna e questo è il Black friday, l’usanza nata negli USA di iniziare le promozioni natalizie nel giorno successivo il Giorno del ringraziamento.

Non si dica allora che il consumismo sia una concezione materialistica del mondo, si è proprio dimostrato il contrario. Nella mente del consumista, compulsivo e instabile non per propria volontà, certamente per propria negligenza, alberga una visione del mondo di dominio spirituale sulle cose (e forse, alla lunga, anche sulle persone): si compra senza rifletterci troppo, si compra cose alla moda, oggetti belli (e chi decide cosa è bello?), poi quando la moda passa o il prodotto si è deteriorato lo si butta via e se ne compra un sostituto, a cuor leggero. In questa logica elementare che abbiamo delineato in maniera del tutto approssimativa, si capisce come si riaffermi il senso di dominio sulla materialità delle cose, sul mondo, che l’essere umano occidentale aveva perso parimenti con l’abbandono delle grandi religioni e poi delle grandi ideologie.

Misticismo dell’iPhone

Per farla semplice, suonerebbe pressappoco così: se non posso cambiare il mondo grazie alla provvidenza divina e neppure attraverso l’azione secolare dell’intervento politico, e non riuscendo a sopportare l’idea che il mondo si svolga sotto i miei occhi senza che io possa toccarlo, ebbene cosa mi rimane da fare per stabilire la mia superiorità sul mondo materiale? Cambiarlo d’abito, rifargli la facciata. Curiosamente questo anelito di dominio si accompagna in realtà alla sottomissione della tekné alla tecnologia, del saper fare dell’uomo al far fare delle macchine, che stanno prendendo il sopravvento. Rispetto alle religioni e alle ideologie, che propongono un fine ultimo dell’azione umana in una nemesi escatologica e predispongono così un piano d’azione in quella direzione, l’abbandono consumistico non ha nulla a che vedere con una forma di progettualità a lungo termine che possa inserire l’attività del singolo in un flusso più ampio in cui possa sentirsi appagato e dotato di senso. È l’estraniante prospettiva dell’eterno presente in cui tutto si produce e si consuma all’istante e ogni istante, fatto di idee, sentimenti, emozioni, pensieri, e legato alla materialità delle cose, diventa unico e irripetibile, slegato dagli altri.

L’insostenibile leggerezza del consumismo si consumerà essa stessa in una depressione cronica, quando si inizierà a comprendere che l’euforia schizofrenica che si prova nel circondarsi di oggetti da scartare a piacimento corrisponde a quella del bambino quando viene accontentato dai genitori nell’acquisto del giochino oggetto del suo capriccio

Non di rado il bambino abbandona il giochino e a volte si pente perfino di aver tanto insistito e tanto provato gioia per un così futile piacere. Chi siano i bambini nel caso è chiaro, chi i genitori lasciamo ai lettori desumerlo. Auspicabile, se non necessario, appare un ritorno graduale per via culturale ad un’etica del consumo di carattere borghese, una responsabilità personale per tutto quanto si faccia, si dica e si compri. Non è pensabile che si instauri un’autorità preposta al controllo, si deve invece esercitare per via individuale quel particolare gusto nella virtù del metron, il giusto mezzo, che fu la cifra morale dell’antichità classica greca e romana. Bando agli eccessi e riflessione su ciò che si fa, una proposta semplice e efficace ma di difficile attuazione, se inoltrata all’indirizzo di una moltitudine di infatuati. Come ogni sbornia, si spera che anche quella del consumismo finirà. Come ogni sbornia, conduce allo spiacere di postumi, ma la ripresa di sé è lì a portata di mano come il rinsavimento lo è per qualsiasi male momentaneo. Ma al varco del rinsavimento quale idea del mondo capace di donare una progettualità di lungo periodo attenderà gli affrancati?