“Milano vicino l’Europa, Milano che banche, che cambi, Milano gambe aperte, Milano che ride e si diverte!” cantava Lucio Dalla, nei lontani Anni ‘70. E oggi si diverte Milano? All’Expo più chiacchierata di sempre, Milano ha  ancora le gambe aperte? Negli anni della tremenda crisi finanziaria, la cui fine è sempre più annunciata ma di fatto tarda a manifestarsi, tirano ancora le banche ed i cambi?
Nelle impressioni di chi l’ha immaginata, cullato dai luoghi comuni di meridionale Doc, la città si presenta fedele ai suoi miti di puntualità ed efficienza. All’uscita dall’aeroporto di Linate infatti il 73 attende a porte aperte i viaggiatori, quasi come un taxi collettivo, che subito dopo la tratta  in aereo si ritrovano su un mezzo pubblico pronto a portarli nelle varie destinazioni meneghine. Per chi è abituato ai ritmi e ai tempi delle città meridionali o della capitale, l’evento in questione è come la comparsa di una cometa: più unico che raro.
Arrivati a Piazza Cinque Giornate non si fa attendere neanche il tram numero 9, che rapido ci porta in Piazza 24 maggio, a detta degli amici milanesi totalmente cambiata (in meglio) causa Expo. Da lì proseguiamo a piedi per raggiungere il nostro alloggio, poco distante in una traversa di Corso San Gottardo. Dopo una breve sosta in hotel il contatto con la città va oltre ogni aspettativa: il cielo infatti, sfatando un consolidato luogo comune, è terso: il sole splende sulla grigia Milano. Passeggiamo per il “Naviglio Grande” con lo sguardo che si perde tra i locali e l’acqua del canale. Sushi, trattorie, tavole calde e birrerie non si contano su un passeggio che ha il fascino dell’Europa centrale, della pulizia e dell’organizzazione, eterna Chimera dell’Italietta che arranca, bella ma sporca, con mille località turistiche ma con altrettanti disservizi. E poi librerie, negozi di quadri ed oggettistica a completare un’atmosfera che non ha nulla della città industriale tutta cemento che vive nel comune immaginario terrone.

La passeggiata milanese continua, lungo Corso Ticinese, che sopra il nome ufficiale della via presenta l’iscrizione: “Via dell’Ironia, non è una conseguenza è una necessità”, dove a murales che ritraggono i Rolling Stones, se ne alternano altri di Falcone e Borsellino per arrivare ai locali – e i compianti – Gaber e Jannacci, ritratti con i loro sguardi affascinanti sulle saracinesche lungo la strada. Dopo il colorato Corso Ticinese finalmente cominciamo ad avvicinarci al Duomo. È qui che comincia a manifestarsi la Fauna Milanese. Nella congiunzione astrale che vede insieme Expo e una delle tante Fashion Week, in strada si mescolano autentiche modelle e aspiranti Fashion Blogger, per un vestiario che dall’alta moda  sfocia nel grottesco. Le nuove icone e le loro caricature: la cosiddette “Fashion Victims”, schiave dei cataloghi e delle foto di Instagram, che sfoggiano capi appariscenti senza poterseli minimamente permettere.
Ma in fondo è così. A Milano ci si sente investiti del dovere di vestire in un certo modo, per essere parte di qualcosa, per essere qualcuno nell’indiscussa capitale della moda. Oltre agli affezionati modaioli, tutti pelle e jeans aderenti, ad affollare le strade del capoluogo lombardo  ci sono gli avventori dell’Expo. Vagonate di turisti venuti da tutto il mondo, per prendere parte all’esposizione  universale dedicata al cibo e all’alimentazione sostenibile, il cui slogan più azzeccato, dato il difficile momento storico, sembra essere: “Difendere le culture significa rispettarle”. Una folla incredibile, per uno spazio di 110 ettari, una serie interminabile di strutture, alcune belle, altre anonime, altre ancora oltremodo pacchiane; odore di cucina e sole che batte. Ecco cos’è in breve l’Expo 2015 in uno degli ultimi weekend dell’esposizione universale. Un evento con un indiscutibile colpo d’occhio, fatto di tanti colori e tanto entusiasmo e che al di là delle interminabili polemiche pare, almeno adesso, avere un buon successo. Nella nostra breve visita però non abbiamo avuto modo di entrare  nei padiglioni più quotati: Emirati arabi, Giappone, Brasile e Italia. Causa le file kilometriche tutte superiori alle tre ore.

Alla fine della giornata usciamo stanchi, da un evento a suo modo epocale, con il ricordo del padiglione del Turkmenistan, costellato di foto del leader politico nazionale e di un simpatico cuoco Malesyano intento a preparare una pietanza tipica a mo’ di pizzaiolo acrobatico. Appena il tempo di ritornare in centro ed è già sera , che decolla con l’aiuto di Internet, che ci consiglia una trattoria in zona San Gottardo: La Conchetta.
L’ambiente è raccolto e accogliente e all’entrata sul bancone si intravede un autografo con dedica di Paolo Conte il che per noi, amanti del cantante ma ancor di più della buona cucina, depone molto bene. La cena, che va avanti a base di funghi, risotto, Barbera e zabaione appena preparato è un piacere assoluto, per un prezzo che data la qualità del cibo e del servizio risulta assolutamente equilibrato.

Dopo la cena è d’obbligo il giro “in Colonne” per mescolarsi con la gioventù milanese, quella più alternativa, un po’ “de sinistra”, che seduta per terra canta, parla e fa casino, nel suggestivo scenario delle colonne di San Lorenzo.
È questa, dentro e fuori i luoghi comuni che da Totò e Peppino con i loro Colbacchi sino ai Siani e Bisio di Benvenuti al Nord hanno affollato l’immaginario dello Stivale, la Milano che si è presentata ad una coppia di turisti in un week-end di Settembre. Meno fredda delle vituperate descrizioni, ordinata e precisa come una città Svizzera e popolata da un umanità oltre modo variegata. Insomma come dicono gli inglesi: “The place to be”.