di Andrea Virga

Qui a Madrid, ha riscosso un buon successo di pubblico e di critica il musicalMi Princesa Roja”, che porta sulla scena la figura di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange Española. Lo spettacolo, presentato il 1 ottobre 2015, è arrivato al quinto mese di scena (oltre cento rappresentazioni), ospite del piccolo Teatro Arlequín Gran Vía, in pieno Broadway madrileño, ai margini di quella grande arteria della Capitale spagnola, che per un largo periodo della sua vita (1939-1981) si è chiamata proprio Avenida de José Antonio. La regia dell’opera è del cineasta Álvaro Sáenz de Heredia, figlio del più famoso José Luis Sáenz de Heredia (1911-1992), allievo di Buñuel e regista ufficiale del franchismo, con pellicole come Raza e Franco, ese hombre, a sua volta cugino primo di José Antonio, attraverso sua madre Casilda. A lui si deve, anche a fronte di un investimento non elevato (325.000 €) una soluzione tecnica indubbiamente creativa e, se si vuole, eretica rispetto ai generi codificati.

In effetti, le canzoni, nonostante la qualità canora degli interpreti, costituiscono l’elemento più debole dello spettacolo, tanto che si fondono con la recitazione e il parlato quasi senza soluzione di continuità, rendendo difficile astrarle dal contesto, come invece è avvenuto per i brani più famosi della storia del musical. Ad ogni modo, tutta la rappresentazione è giocata in realtà su più piani: l’orchestra convive con la musica elettronica, la lirica del melodramma si alterna ai proclami politici, la rievocazione storica in costumi d’epoca s’intreccia con coreografie simboliche. In ciascuna delle ben trentacinque scene, che si susseguono nell’arco di un’ora e mezza, gli attori in carne e ossa interagiscono con una serie di filmati proiettati sullo sfondo, che, pur in un contesto scenico minimale (due sedie e un tavolino), conferiscono allo spettacolo l’apparenza dell’epica. Questa eterodossia artistica rende bene il paradosso della vita del protagonista: un promettente avvocato di famiglia militare, nobilitata per i suoi servigi, titolato come Marchese d’Estella e Grande di Spagna, che lascia tutto per dedicarsi alla causa della Patria e della giustizia sociale, morendo fucilato a 33 anni: i salotti dell’alta società e le piazze, i teatri d’opera e il carcere. Era un uomo del Secolo Breve, con le sue contraddizioni, e nello specifico d’un’epoca tanto tumultuosa e cruciale per la storia spagnola come la Seconda Repubblica.

La trama si basa su fatti reali, e in particolare sul breve telegramma d’amore («Je pense à toi. Love, Elizabeth») conservato da José Antonio tra i suoi ultimi averi, inviato da Lady Elizabeth Asquith (interpretata da Irene Mingorance), nobildonna inglese, figlia di un Primo Ministro, sposata all’ambasciatore romeno Bibesco, e nota, per le sue posizioni progressiste, come la “Princesa Roja”. Per lei, José Antonio (Juan Carlos Barona), tombeur des femmes reso asessuato dalla postuma canonizzazione franchista, aveva lasciato la Duchessa de Luna (Cecilia Regino), il cui padre gli rimproverava una nobiltà troppo recente e posizioni politiche troppo progressiste. A completare il triangolo amoroso, una seconda protagonista femminile, colei che ricorre nell’arte e nella letteratura, non meno che nell’estetica politica spagnola, la novia del legionario, la Morte (Sonia Reig), la quale celebra il proprio trionfo nelle mattanze della Guerra Civile; la Morte che interpella José Antonio, nell’istante della sua fucilazione, con la quale si apre lo spettacolo, e lo porta a ripercorrere tutta la sua vicenda umana, politica e sentimentale. Intorno a loro, sfilano i principali personaggi del dramma della Repubblica spagnola: la reciproca stima con il Presidente della Repubblica, il radicale Manuel Azaña (Francisco Prado), anch’egli progressivamente esautorato dagli eventi; l’amicizia con Federico García Lorca (Nacho Brande); il disprezzo da parte del generale destrorso Gonzalo Queipo de Llano e la scarsa simpatia da parte del comunista Largo Caballero e del futuro Caudillo nazionalista Francisco Franco.

La lettura storica scelta dall’autore presenta dunque un José Antonio sinceramente rivoluzionario, nonostante le sue contraddizioni, ugualmente lontano dalla sinistra anarco-comunista e dalla destra conservatrice e retriva, non estraneo alla violenza politica ma sconvolto dall’assistere impotente, dalla sua cella, al disfacimento progressivo della Spagna e al suo deflagrare in una guerra civile, in cui i suoi giovani svolgevano il poco gradito ruolo di massa di manovra dei militari insorti, quegli stessi per cui era più utile da morto, come “Ausente” che da vivo. Per questo, è indubbiamente vero che si tratta di un’opera revisionista e apologetica, come è stato lamentato da alcuni, ma nel senso migliore del termine. È uno spettacolo che strappa la figura di José Antonio, una delle più affascinanti del fascismo spagnolo ed europeo, dalla demonizzazione/monumentalizzazione post-bellica, per restituirlo ai giovani del secolo successivo in tutta la sua umanità e la visionarietà della sua idea: Patria, pan y justicia.