“Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti”.
M. Yourcenar

Giorgio Albertazzi non ha età. A Teatro è sempre lo stesso di un tempo. Adora ancora i cavalli e la gambe delle donne, entrambe prove dell’esistenza di Dio per il giovane/vecchio Giorgio. Lui è come l’Imperatore Adriano: eterno.  Albertazzi afferma che l’età anagrafica non gli appartiene. Ma è l’età di Adriano mentre scrive le sue memorie ad appartenergli. Se Adriano, al tempo, aveva sessant’anni…beh, ce li ha anche lui. Lui è Adriano. Non è Albertazzi che recita Adriano, ma Adriano che torna in scena nelle vesti di Albertazzi che, a sua volta, ha il volto dell’Imperatore. Anche perché Albertazzi non recita. Lo ripete ormai da tempo. E attraverso la scrittura di Marguerite Yourcenar l’imperatore fa sentire la sua voce. Le Memorie di Adriano compongono il ricordo della vita dell’imperatore raccontata in prima persona e diretta, in forma epistolare, al nipote Marco Aurelio, suo erede al trono. “Comincio a scorgere il profilo della mia morte…”. Inizia così il racconto di una vita grande quanto un impero, un impero grande quanto un sogno. Tante vite in una fu la vita di Adriano. Fu soldato, condottiero, direttore di teatri, amante stanco e freddo con la moglie ma appassionato con il giovane Antinoo. Amò moltissimo il mondo greco. Per l’imperatore, tutto ciò che è stato detto e fatto è stato detto e fatto, prima, almeno una volta, in greco. Ricorda Traiano e lo omaggia con un discorso funebre che è forse l’origine delle riflessioni sulla morte che  ne seguono.

Grazie alla regia di Maurizio Scaparro e attraverso le parole della Yourcenar, il fantasma di Adriano arriva a Milano, al Teatro Franco Parenti, e assomiglia tanto a Giorgio Albertazzi, il grande uomo di Teatro. Dopo ben ventisei anni e più di un milione di spettatori, Adriano continua a rivivere sulla scena teatrale per raccontare la sua vita. Gli amori, le noie, le gioie, i sogni di gloria, i successi, le sconfitte… E poi la libertà, il potere, la bellezza e, soprattutto, la morte. Ecco cosa ha ancora da raccontarci Adriano…cioè Albertazzi. Volevo dire, la Yourcenar, scusate il lapsus. Perché le tre figure si sovrappongono l’un l’altra. Almeno tre amori accomunano queste tre grandi personalità: l’amore per Roma, quello per il Teatro, così come quello indistinto per uomini e donne. Come ha infatti affermato Albertazzi  in un’intervista di pochi anni fa, il suo rapporto con Adriano è al tempo stesso il suo rapporto con Marguerite Yourcenar – l’autrice dell’omonimo romanzo da cui è tratto lo spettacolo-. Come sempre, prima di occuparsi dell’opera da portare in scena, lui si occupa prima dell’autore. Questa è la sua chiave di lettura per i grandi testi. E per l’autrice, questo fu un testo tormentato. Marguerite, sedicenne, andò a Villa Adriana, a Tivoli, e fu lì che sentì per la prima volta la presenza del fantasma dell’imperatore romano. Scrive alcune pagine, poi le abbandona, poi le ritrova vent’anni più tardi, le riscrive, getta via tutto; poi le riscrive ancora dando voce in prima persona ai pensieri sulla vita dell’imperatore, come se fosse egli stesso a raccontare.

È un’opera di immedesimazione quella tra Marguerite Yourcenar e l’imperatore Adriano, così come quella tra Giorgio Albertazzi e l’autrice del romanzo. Nelle opere della scrittrice francese il pensiero della morte è sempre presente. Così come lo è per Adriano, arrivato alla soglia dei sessant’anni (età convenzionale per gli antichi romani in cui far cominciare la vecchiaia), lo è anche per Albertazzi che ha già superato, anagraficamente, i novanta. Adriano rilegge la sua vita attraverso la prospettiva della morte, sempre più vicina.

Lo spettacolo è attuale più che mai, dato che la morte è, di fatto, uno dei tabù della modernità. Non la si affronta, non la si pensa, non la si immagina; non la si pronuncia nemmeno. Come ha notato in proposito il giornalista e scrittore Massimo Fini, scorrendo in rassegna tutti i necrologi degli ultimi decenni, la parola morte non compare mai. È il Grande vizio che “non osa dire il suo nome”. Il Tal dei Tali è “scomparso”, “si è spento”, “ci ha lasciati”, “porge l’ultimo saluto”, “lascia due figli e una moglie”…e così via. Nessuno muore mai. Scompare semplicemente. Si dissolve nell’inconsistenza del nostro tempo. Un tempo in cui nessuno sa più né vivere né morire. L’Imperatore Adriano, invece, non ha  paura della morte. La pensa, la immagina, la affronta e, infine, consiglia ai suoi simili: “cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti”. Senza più paura alcuna. Dal canto suo, Marco Aurelio, suo successore, più beffardamente lascerà detto ai posteri che se la morte sorride a tutti, un uomo non può far altro che sorriderle di rimando. E, ancora più ironicamente, il già citato Massimo Fini scrisse anni fa:

“Morire è facile. Lo hanno fatto tutti”.

Adriano vive ancora perché ha saputo morire.