Accade che nell’anno del Signore duemila e sedici l’intero Stivale, oppresso da un’insolita cappa uggiosa in un mattino di metà giugno, all’improvviso monti sul piede bellico-dialettico con prontezza futurista. L’amara questione nazionale, capace di infiammare gli animi e i cuori, è la seguente:  Il Giornale, una tra le principali testate giornalistiche del Belpaese, allega alla copia quotidiana nientemeno che il Mein Kampf di Adolf Hitler – si quell’Hitler, l’autore di quel Mein Kampf considerato la Bibbia del nazionalsocialismo, quel Mein Kampf che racchiude in un brandello di carta e inchiostro la gestazione degli orrori più neri mai perpretrati sul suolo di questo glorioso continente. Immediato il dispiegamento di forze: proteste ufficiali dell’Unione delle Comunità Ebraiche, richiami filtrati dall’Ambasciata di Israele romana, lazzi  social persino da parte del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che su Twitter definisce “squallida” l’iniziativa del quotidiano di Sallusti, il quale, prontamente, ribatte parlando della necessità “non aver paura di storicizzare le tragedie del Novecento”.

La frammentazione degli schieramenti, nell’aria rinvigorita del mattino di giugno, non si fa certo attendere, e l’impressione è, come al solito, che in molti abbiano perso un’ottima occasione per tacere. Nella tonnara italica post-fattaccio non si salva nessuno: non si salvano di certo gli ebrei, che parlano, inconcepibilmente, di “libri molto più adeguati per studiare e capire la Shoah” rispetto al Mein Kampf; né i paladini del come, beceri semplificatori che condannano la reazione ebraica paragonandola incoscientemente al rogo nazista dei libri, e né tantomeno coloro che tra le due censure non vedono nulla di simile, ovvero non vedono la Storia che ama ripresentare le sue forme –ovvero le forme dell’uomo – nel suo svolgersi; ancora, non si salvano molte presunte menti aperte, che si sono presentate in edicola col solo scopo di aggiungere agli scaffali delle loro librerie pseudoimpegnate e pseudoacculturate, invero intonse, “un tassello fondamentale della Storia” da affiancare, in un tripudio di apertura, al Libretto rosso di Mao o a qualche scritto di Lenin,  assestando un brutto colpo, per mezzo del loro cipiglio di facciata, al senso del tragico che dovrebbe accompagnare ogni coscienza storica che voglia essere tale; non si salva, quantomeno in parte, nemmeno Il Giornale, e di certo non per l’iniziativa in sé, ma per l’ovvio fatto che essa non può in alcun modo apparire disinteressata come pretende di mostrarsi, e dunque assolta da ogni accusa di propagandismo intenzionale.

Le scontate protensioni del fatto, puntualmente assecondate, apparecchiano una polemica attorno alla quale si sprecano improvvisate e improbabili riflessioni su “cosa fa bene alla Storia”, su “cosa sia meglio – occultamento o consapevolezza, ombra o luce – per non ripetere gli errori del passato” e via dicendo. Il fatto che la negazione di una convinzione, nella maggior parte dei casi, rinforzi la determinazione in questione invece di indebolirla. A dimostrarlo è lo stesso nazismo, il quale, come sottolineava Lévinas, ha fondato buona parte del proprio successo sul richiamo di alcuni valori- basti pensare a quelli legati al corpo-a lungo negati dalla cultura occidentale, platonica e cristiana. Ridicolo è ogni tentativo di prescindere da questa verità. Oppure, più esattamente, ciò assurge i contorni d’un’azione debole: debolezza è infatti la forma del chiassoso polverone innalzatosi attorno a questo fatto, debolezza è la reazione delle èlite culturali, della classe dirigente, della sovrastruttura, e debolezza è ciò che quest’ultima vede nelle pagine del Mein Kampf, prima ancora delle atroci parole scritte da Hitler in carcere quasi un secolo fa: è la sua stessa debolezza, la colpevolezza di non essere riuscita in questi decenni, come questo giornale ha più volte rimarcato e mai si stancherà di rimarcare, a ricostruire le fondamenta della cultura occidentale, a porre dei valori capaci di cancellare realmente ogni traccia del passato, e di fare in modo che un Mein Kampf disponibile in edicola sia salutato con la stessa imparzialità, con la stessa freddezza storica con la quale bisognerebbe maneggiare un pezzo del passato, evitando di rinnegarlo e di rinnegarsi, e in questo modo negarlo davvero, dominarlo, annullarlo nella propria forza, scioglierlo nella potenza e nella sicurezza di una civiltà saldamente ricostruita.

Al contrario, un mucchio di macerie costituisce il sostrato dell’odierno Occidente declinante, e in queste macerie riecheggia la sproporzione di un passato lontano che viene sentito come vicino, poiché la distanza che ci separa da esso, che ci separa dal Mein Kampf, è terribilmente vuota, come se essa non ci fosse, o come se non fosse stata percorsa come si sarebbe dovuto fare. L’unico vero clamore di questa vicenda, quindi è precisamente il fatto che vi sia stato clamore, ed è un baccano di inettitudine, di incapacità, di fragilità, di colpevolezza.