https://www.youtube.com/watch?v=hVY9uPNNQRU

Realizzata dai creativi della TBWA ITALIA (sigla di Tragos Bonnage Wiesendanger Ajroldi), tra le più note e prestigiose agenzie pubblicitarie al mondo, questa pubblicità ha fatto subito parlare di sé (molto e male: http://www.ilmattino.it/mangiaebevi/lenews/mcdonald-pizza-happy-meal-video/notizie/1284215.shtml). La nostra pizza, icona dell’italianità non solo gastronomica tanto da diventare patrimonio UNESCO, è qui pensata non come alternativa, ma come “sinonimo in difetto” dell’offerta McDonald’s: «E tu che pizza vuoi?», chiede il cameriere della pizzeria che fa da scenografia allo spot; «Un Happy Meal!», risponde senza esitazioni il bambino interrogato. Come a dire: «La pizza che scelgo è un Happy Meal»; ossia, “Pizza = Happy Meal”. Quindi l’Happy Meal sarebbe una valida alternativa alla pizza tradizionale e quindi McDonald’s offrirebbe lo stesso prodotto che potrebbe offrire la tradizione culinaria italiana. Che dir si voglia, le premesse implicite dell’entimema retoricamente studiato per non essere letto rimangono queste, sostanzialmente. D’altronde la multinazionale americana sta attraversando un periodo di crisi profonda e, definendosi glo-cal (crasi non solo linguistica di global e local, aggettivo preso da glocalizzazione o glocalismo, noto termine introdotto da Bauman), non potrebbe che optare per scelte di marketing di questo tipo: più che creative, corrosive di una cultura preesistente che, rispetto alla propria offerta, significa solo “ostacolo”. Perché si sa, la miglior difesa resta l’attacco e quindi, per difendere il suo bambino (l’Happy Meal), il Sig. McDonald’s deve prima trovargli un nido adeguato… E quale spazio migliore della nostra indifesa e abbandonata tradizione (non solo) culinaria? Uno spot, questo, che si sposa coerentemente con un esperimento assolutamente ben riuscito lo scorso 9 aprile 2015 a Milano: http://food24.ilsole24ore.com/2015/04/e-dietro-lhamburgheria-per-gourmet-spunto-una-grande-m-gialla/ «Siete di quelli che “io non mangerei mai un hamburger McDonald’s?» Allora sperate di non essere passati nel cuore della movida milanese, in corso Como, ed aver assaggiato i panini del nuovo Single Burger, magari decantandoli per la loro bontà e ineccepibile qualità. Scoprireste di essere stati «bonariamente beffati», avverte il giornalista de IlSole24Ore.

In breve, è successo questo: «Il 9 aprile scorso a Milano ha debuttato Single Burger, trendy hamburgheria “certificata” da Maurizio e Andrea di chissenefood [a loro volta “vittime” di questo test], concorrenti di Masterchef che si sono prestati alla realizzazione di un locale che, sotto mentita insegna, ha servito un hamburger McDonald’s». Il risultato? Dopo giornate di successo, il sabato sera, come in un The Truman Show cine-pubblicitario, l’insegna del ristorante-hamburgheria cade lasciando posto all’inconfondibile M gialla, simbolo dell’azienda, e con lei crolla la parete che separa la sala dalla cucina che si intuisce immediatamente essere una cucina McDonald’s.  Cosa hanno detto tutti quando hanno saputo che non si trattava di hamburger pregiati e/o artigianali, ma del nuovo Bacon Clubhouse? «Se l’abito non fa il monaco, l’hamburger non fa McDonald’s», sembrerebbero suggerirci. Va riconosciuto: McDonald’s ci ha fatto tutti fessi, l’esperimento è stato un successo palese e tutti ce la siamo bevuta. Anzi, ce la siamo proprio mangiata, è il caso di dire. Crollano “i vestiti nuovi dell’azienda” e crollano anche i nostri pregiudizi. Un esercizio, questo, che ricorda quello della stampa Ikea, del valore di 10 euro, spacciata per preziosa opera d’arte contemporanea nel museo olandese di Arnhem: http://video.repubblica.it/divertimento/olanda-espongono-quadro-ikea-al-museo-il-parere-degli-esperti/195464/194476

Esperimenti del genere (il cui antenato più celebre fu probabilmente quello del violinista Joshua Bell che nel 2008 suonò Bach in una fermata della metropolitana di Washington, passando praticamente inosservato, mentre pochi giorni prima il suo concerto a Boston registrò il sold out!), fanno certamente pensare: nel caso di McDonald’s, mettono l’acquolina in bocca. Come dire… Una certa fame di “giustizia” che, nel ristorante di Madama Pubblicità, non si può certo ordinare.  Dopo la sponsorizzazione ufficiale, da parte del colosso della ristorazione fastfood, di “EXPO2015 – Nutrire il Pianeta”, insieme a un altro partner che ha fatto tanto discutere, cioè Coca-Cola, c’è solo da sperare che questo Pianeta mostri di avere un certo gusto. Un gusto migliore del nostro, magari. Ma lo si sa, de gustibus non…