Nella sequela ininterrotta dei tweets, il 29 luglio 2016 ce ne è uno che ha rattristato l’Italia in una giornata particolarmente afosa. «Ciao nonita mia» scrive Beatrice Borromeo, sposa da circa un anno del secondogenito di Caroline di Monaco della dinastia dei Grimaldi. Sino all’ultimo allegra e generosa viene ricordata nella comunicazione ufficiale che la famiglia ha diramato. Aveva sicuramente una personalità particolare Marta Vacondio. Nata povera nel 1931 e cresciuta mondina, nel 1954 era divenuta la contessa Marzotto, e dal conte Umberto aveva avuto cinque figli. La vita le ha riservato forse quel che è il dolore più grande tra tutti, al punto che sul vocabolario italiano non esiste una parola per definire la condizione di una madre che perde la figlia. Di fibrosi cistica, nel 1987, difatti, a soli 32 anni era morta la figlia Annalisa. Dopo l’accaduto non aveva perso l’originalità e il sorriso.

Da venticinque anni indossava solo caftani, molti predisposti dalle sartorie delle proprie aziende di abbigliamento e disegnati da lei stessa, altri fatteli preparare appositamente dai più grandi stilisti, tra cui Giorgio Armani che disegnò per lei quello rosa antico con ricami ocra indossato per il matrimonio in Italia, alle Isole Borromee, proprio della nipote Beatrice. Erano divenuti proprio quei caftani il simbolo della serenità del suo rapporto con il lento trascorrere del tempo e il conseguente sfiorire della bellezza del corpo. Abiti che nascondevano la minore compattezza del corpo, che le conferivano la agilità necessaria per far fronte ai molteplici impegni della sua agenda, che non accennavano a diminuire, ma soprattutto abiti dai colori fiammeggianti, quasi camaleontici, come la sua variopinta personalità, che si ispiravano allo spirito etnico, quasi gitano, in cui tanto si identificava.  Sempre sorridente e convinta delle proprie opinioni la ricordano gli italiani. Splendidamente ritratta da Helmut Newton in una foto in bianco nero in cui si specchia nel dipinto di Renato Guttuso, in un evidente riferimento alla Maya Desnuda di Goya (ritratto di un’altra nobile dall’insolita vivacità, la duchessa d’Alba) la ricordano molti appassionati di arte e fotografia. Nella sua vita ha avuto tra i suoi amici, molti intellettuali tra cui ricorda Leonardo Sciascia. Fu proprio Guttuso, il suo amore, a presentarglielo. Fu così che conobbe anche Moravia che la intervistò, lusingandola oltremodo come lei stessa ha dichiarato, per un settimanale. Ha incontrato alcune tra le personalità più importanti della storia, come Jacquline Kennedy e Madre Teresa di Calcutta.

L’intensità con cui ha vissuto la sua vita l’hanno resa cara a un popolo come quello italiano che sovente nutre sentimenti ambivalenti nei confronti di nobili e ricchi. Con la sua morte cala un altro poco il sipario su quella epoca d’oro che è stata per l’Italia la dolce vita romana, e che tanto sembra lontana dai nostri giorni, da lei descritti, invece, con la sincerità tipica dei sopravvissuti, come i tempi in cui «Parlano tutti. Troppo. A vanvera» e che chiosava con un perentorio «L’Italia è piena di Renzi.»