L’epoca fascista, in Italia, non si é rivolta esclusivamente verso un processo di totalitarizzazione politica, sociale ed economica in ogni ambito della sfera esistenziale del soggetto, ma si é rivelata, altresì, un vero e proprio indottrinamento culturale dal punto di vista del linguaggio e del comportamento. Il fascismo, infatti, -quello delle primissime origini- non poggiava le sue radici più  profonde sull’etica del “manganello e dell’odio di ricino”, non era necessariamente quello dello squadrismo violento, manesco e rusticano dei primi anni venti -sebbene Mussolini costituì l’anima dei primi Fasci italiani di combattimento a partire dalla retorica della vendetta post-bellica, della coalizione armata tra i reduci scontenti del grande conflitto mondiale e dell’abbattimento della pigra e malfunzionante democrazia del tempo mediante l’esercizio di misure drastiche e non moderate prese di posizione, ispirandosi anche alla filosofia della violenza come motore della storia di Sorel, ma la sua anima primordiale si fondava anche su valori filosofici, letterari ed artistici più nobili e meno risoluti, costruiti da immensi intellettuali del calibro di Gabriele D’Annunzio, Giovanni Giolitti, Filippo Tommaso Marinetti, Friedrich Nietzsche (per diversi aspetti), e molti altri. Il sistema politico fascista, infatti, costellato di immagini, rimandi storici, luoghi comuni e tormentoni costanti e miti della patria veri e propri, dalla sua nascita (avvenuta nel 1919) alla sua morte (dichiarata ufficialmente nel 1945), creò la sua propaganda e gran parte delle sue azioni a partire dall’affascinante utopia della resurrezione dei fasti e delle glorie della Roma imperiale, con tutti i suoi principi, i suoi culti, i suoi valori e la sua ideologia fondante annessi. L’Italia, dalle parole imbonitrici ed abilmente demagogiche del duce Benito Mussolini, avrebbe dovuto compiere il gesto audace di forza di risollevarsi rispetto alla mollezza decadente dell’equilibrio mondano borghese tipico delle democrazie occidentali di fine Ottocento e dei primi del Novecento (specialmente dell’Inghilterra post-vittoriana e della Francia della Belle époque) e divenire, nuovamente, “maschia e romana”. I Fascisti della prima generazione si opponevano, infatti, al modello culturale tipicamente anglosassone e nordico -si deve specificare che l’Italia dell’epoca, nonostante i fatti successivi non lo faranno supporre, era fortemente anti-germanica, e ambivano alla riaffermazione del vecchio modello dell’uomo latino, anti-borghese nella sua virilità, nel suo senso dell’onore verso la patria e la famiglia e nella sua ammirazione della forza e delle prestanza fisica e del principio e della Volontà di potenza (uno dei concerti più noti della filosofia di Friedrich Nietzsche).

Uno dei primi passi per forgiare il carattere dei nuovi italiani, rendendoli un popolo di gente unita e coalizzata (grande sogno atteso fin dai tempi di Garibaldi), che potesse competere in fatto di potenza militare con le vecchie legioni della Roma imperiale, era quello di modificare radicalmente gli assetti psicologici e comportamentali del popolo italiano stesso, a partire, soprattuto, dal linguaggio verbale (uno tra i più efficaci ed immediati strumenti di comunicazione in possesso del genere umano). Uno dei principali mutamenti operati in epoca fascista, nell’ambito delle relazioni interpersonali verbali, fu la sostituzione della forma di cortesia del borghese e femmineo “lei”, col più virile maschio “voi”. Ma, il provincialismo sempliciotto di Mussolini (ambizioso di parlare ai discendenti diretti del glorioso popolo latino e non alla moltitudine, in gran parte, semi-analfabeta degli italiani dell’epoca) aveva bisogno anche di strutturare il proprio pensiero a partire da radici culturali più profonde, che giustificassero la sua iniziale posizione anti-borghese ed anti-capitalista delle origini -posizione subito smentita, quando il fascismo divenne il più risuscito braccio violento dei grandi industriali e dei proprietari terrieri italiani dell’epoca, che utilizzarono le azioni brutali dei picchiatori squadristi, inizialmente demonizzati da Mussolini stesso, per sedare i fermenti del Biennio rosso degli operai insorti nelle campagne, generando il primo capitale di partenza del partito nazionale fascista-, e le trovò nella filosofia del vitalismo di Gabriele D’Annunzio e negli assunti culturali progressisti del dinamismo futurista. Il fascismo precedente a quello della Marcia su Roma, infatti, fu specialmente un movimento che disprezzava la stagnazione della staticità (espressa, in maggior misura, dalla democrazia italiana del tempo) ed esaltava, invece, la forza della giovinezza, del movimento e della rapidità della storia, e l’espressione Marciare per non marcire!, per esempio, definiva al meglio questi principi. D’Annunzio, il Vate, con il suo lessico classicista latineggiante, legato all’esaltazione dell’emotività e dell’istinto umano (forze dinamiche dell’interiorità e dell’azione umana), si prestavano alla perfezione alle esigenze del primo fascismo, e molti dei tanti motti coniati dall’immenso poeta, come Memento audere semper (ricordati di osare sempre), A noi!, Eia, eia, alalá (divenuto il grido di battaglia dei nuovi “guerrieri” italiani) e tanti altri, divennero le espressioni di stile tipiche del ventennio, presenti in ogni manifesto di propaganda del regime. Altri motti, coniati sempre sotto il ventennio, che divennero, quasi, massime di vita, in grado di indirizzare il pensiero e l’etica dei soggetti verso precisi obiettivi, furono, ad esempio Credere, obbedire e combattere (che sintetizzava gli imperativi categorici della fedeltà verso la causa della nazione, la sottomissione cieca all’autorità centrale ed il senso di dovere verso la difesa armata della Patria), piuttosto che la celebre frase é l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende (sempre ad indicare il senso d’attaccamento atavico alla propria terra, da difendere con ogni mezzo possibile), o il perentorio Me ne frego! (Che incarnava tutto il desiderio autarchico di autonomia ed indipendenza rispetto alle potenze europee plutocratiche). Il fascismo reale, come tutti sappiamo, fu altra cosa rispetto al fascino culturale e linguistico sul quale poggiava, che, tuttavia, mirava, come ogni perfetto regime, al medesimo obiettivo: la creazione dell’uomo “nuovo”, con una nuova cultura ed un nuovo modo di esprimersi ed agire.