Perché un boss come Bernardo Provenzano, con un patrimonio stimato in 300 milioni di euro, ha passato 43 anni nascosto in una masseria di Corleone e non in un paese del Sudamerica? Perché Giuseppe Morabito ha trascorso 12 anni recluso in una casa di Santa Venere tra le montagne dell’Aspromonte? Magistrati, investigatori e studiosi del fenomeno mafioso si sono spesso interrogati sulle dinamiche interne della mafia ma, inizialmente, avevano dato ben poco peso alla dinamica intrapsichica e sociale del mafioso in quanto individuo.  Il metodo Falcone, al contrario, fu innovativo proprio perché il giudice aveva capito che per arginare il fenomeno mafioso bisognava comprenderlo dal suo interno, scardinarlo nelle sue motivazioni più recondite, sia sociali che psicologiche, e per quanto strano possa sembrare, imparare dalla mafia stessa.

Foto segnaletica di Bernardo Provenzano da giovane

Foto segnaletica di Bernardo Provenzano da giovane

In un intenso passaggio del suo libro, Cose di Cosa Nostra, egli scrisse:

Conoscere i mafiosi ha influito profondamente sul mio modo di rapportarmi con gli altri e anche sulle mie convinzioni. Ho imparato a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore; ad avere rispetto reale, e non solo formale, per le altrui opinioni. Ho imparato che ogni atteggiamento di compromesso – il tradimento, o la semplice fuga in avanti – provoca un sentimento di colpa, un turbamento dell’anima, una sgradevole sensazione di smarrimento e di disagio con sé stessi. L’imperativo categorico dei mafiosi, di “dire la verità”, è diventato un principio cardine della mia etica personale, almeno riguardo ai rapporti veramente importanti della mia vita. Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità.  

Questa riflessione così forte, quasi stonata se la si riconduce al magistrato antimafia più famoso della storia repubblicana, fa capire come Cosa Nostra, ma anche la stessa ‘ndrangheta, prima che organizzazione criminale, sia soprattutto un fenomeno antropologico, capace di imporsi pesantemente grazie alla sua compenetrazione con il tessuto psicologico, sociale e culturale del Sud Italia.

La mafia nacque ben prima della Repubblica e dell’Unità, già ai tempi dei Borbone, quando lo Stato era nemico di quelle fasce sociali più basse che condividevano un comune sistema di valori che, proprio per sopravvivere, è divenuto patologico.  Solitamente il contesto culturale in cui gli individui nascono e raggiungono la maturità influenza il loro comportamento, ma ciò non vuol dire in automatico che essi vengano spogliati dell’Io, della loro individualità, e del libero arbitrio. Nel processo di socializzazione, ognuno sviluppa un senso di identità, una individualità a cui consegue la capacità di pensare e agire in modo autonomo e dunque un distacco, seppur strettamente correlato, tra l’identità dell’Io (o individuale) e quella sociale (plurima e cumulativa. Ad esempio: lo studente, il lavoratore, la madre, il malato ecc.). Nel mafioso o nel ‘ndranghetista, al contrario, allo sviluppo “sano” dell’identità, si è sostituito un meccanismo patologico dovuto proprio a quella distorsione che è la mafia stessa e che l’ha reso una non-persona, in quanto totalmente plasmato dal Sistema in cui vive.

7842431_2428538

Il fenomeno mafioso, inteso come processo di socializzazione e processo culturale, è talmente forte da inibire e riempire totalmente la psiche dell’individuo che in quanto tale sparisce.  E il mafioso non si percepisce più quindi come un individuo a sé stante, ma come la mafia, portando quindi a far coincidere la sua identità, il suo Io, interamente con essa.  Fin da bambino egli viene de-formato (sia psicologicamente che socialmente) da una cultura mafiosa che fa parte della sua famiglia, del suo territorio, una cultura che strumentalizza radicalmente le tradizioni meridionali. Il mafioso cresce così in seno ad un altro Stato, ma soprattutto ad un’altra società che si regge su distorsioni di valori ancestrali come l’onore, la religione e la famiglia, che assume tratti del tutto patologici secondo l’idea per la quale egli si affida e risponde non alla società (quella dello Stato), ma solo alla famiglia, e quel che è bene per essa (e dunque per lui), è giusto, senza alcuna riserva. E in questo modo impara la logica fredda e cieca del potere, il rispetto, il rifiuto dello Stato e dei suoi rappresentanti, la ghettizzazione di categorie come i “froci” (è nota l’estrema omofobia degli ‘ndranghetisti) e i “traditori”.  Il matrimonio si “contrae” solo con donne di famiglia e cultura mafiosa, proprio per evitare deviazioni pericolose dal “modello”.

Riprendendo quanto scriveva Falcone:

 (…) è proprio la mancanza dello Stato come valore interiorizzato a generare quelle distorsioni presenti nell’animo siciliano: il dualismo tra [onorata] società e Stato; il ripiegamento sulla famiglia, sul gruppo, sul clan; la ricerca di un alibi che permetta a ciascuno di vivere e lavorare in perfetta anomia, senza alcun riferimento a regole di vita collettiva. Che cosa se non il miscuglio di anomia e violenza primitiva è all’origine della mafia?  Quella mafia che essenzialmente, a pensarci bene, non è altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato.

 L’anomia in cui essi vivono – intesa secondo la definizione di Parsons – è dunque sostituita da un altro ordine normativo che è quello di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta o della Sacra Corona Unita, nel quale arrivano a identificare, come detto, perfino il proprio Io.   E la costruzione di questa non-persona è talmente radicale e forte che il mafioso perde la conoscenza persino della categoria del piacere.

Giovanni Falcone (1939/1992)

Giovanni Falcone
(1939/1992)

Egli non conosce la passione sessuale; se fa sesso, è unicamente per avere dei figli. E sebbene l’umorismo siciliano sia proverbiale, così come le grandi mangiate della domenica all’ombra degli ulivi con un crasto alla brace, il mafioso non ride mai e non sa gustare la buona tavola. Al massimo organizza pranzi rituali per siglare amicizie o prendere decisioni. La categoria del piacere gli è quindi totalmente estranea e ad essa si sostituisce quella del potere, del godimento dell’onnipotenza, della possibilità di disporre della vita e della morte altrui, di sapere che nel suo mandamento o nella sua ‘ndrina non cade una foglia senza il suo volere.  Dal boss in giù, fino ai picciotti, tutto ciò che conta è il potere.  Questo spiega la vita dei latitanti come Provenzano, Riina, Morabito, Bellocco e altri; i bunker sull’Aspromonte, i cascinali e le masserie fuori Corleone, lontani dalle comodità e dalle ricchezze, non sono una privazione che causa sofferenza o un dramma da sopportare causato dalla necessità del momento. Nessun capobastone o capo-mandamento lascerà mai la Sicilia o la Calabria per andare a nascondersi, proprio perché egli non cerca la quiete, la possibilità di ostentare le ricchezze accumulate (sebbene non lo disdegni) o le donne; il mafioso ha bisogno di essere sul territorio per esercitare tutto il suo potere in quanto egli è la mafia.

Fino all’introduzione del 41bis (il regime di carcere duro), anche la prigione non era una condanna terribile poiché potevano continuare a comandare anche da dietro le sbarre dove rimanevano, in ogni caso, uomini d’onore degni di rispetto. Questo blackout dell’identità individuale è strettamente connesso alla totale indifferenza rispetto alla violenza che viene esercitata come uno strumento qualsiasi della gestione degli affari.  I mafiosi uccidono senza provare alcuna emozione poiché, come loro, anche la vittima è una non-persona il cui “sgarro” deve essere punito con freddezza e lucidità secondo la legge di azione e reazione, anche dopo molti anni. L’omicidio è sempre funzionale ad uno scopo; i sicari di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta non ricavano certamente uno sfogo psicosessuale dall’atto di uccidere (come avviene nei serial killer, negli stupratori o nei pedofili), ma compiono semplicemente un lavoro nel modo più efficiente possibile. Girolamo Lo Verso, ordinario di psicologia dinamica all’Università di Palermo, dopo aver visitato e incontrato numerosi mafiosi ha affermato:

Non c’è traccia dell’omicidio neanche nei sogni, cosa che per noi [psicologi] è una specie di eresia.  Si capisce così che forza abbia un’organizzazione che dispone di uomini così.

Ma viene da chiedersi.  Di quanti uomini dispongono effettivamente le organizzazioni criminali italiane nel meridione? In Sicilia si calcola che i mafiosi siano poco più di 5000, in Calabria circa 6000.

La A112 dilaniata dai colpi degli AK-47 con i cadaveri dei coniugi Dalla Chiesa subito dopo la strage di via Carini a Palermo

La A112 dilaniata dai colpi degli AK-47 con i cadaveri dei coniugi Dalla Chiesa subito dopo la strage di via Carini a Palermo

Nonostante siano numeri molto alti (il 2,7% della popolazione regionale), anche organizzazioni così potenti e articolate non potrebbero contrastare lo Stato unicamente tramite formiche-soldato schiacciate nella dimensione mentale del potere. Appare quindi essenziale tutto ciò che fa da contorno alla mafia: i collusi, i condiscendenti e, molto spesso, anche le vittime stesse. Una rete di alleanze fortemente capillare che non è costruita unicamente sulla paura e l’intimidazione ma anche sull’assenza dello Stato in quelle zone. Durante un interrogatorio con il sostituto procuratore Alfonso Sabella, il boss palermitano Pietro Aglieri, in risposta all’affermazione del magistrato secondo il quale lo Stato si faceva presente in Sicilia, sentenziò:

Dutturi, quando voi venite nelle nostre scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?  

Le dure parole di U’Signurinu feriscono profondamente poiché terribilmente vere.

Al sud i cittadini sono stati costretti a rivolgersi alla mafia poiché lo Stato ha latitato per lunghissimo tempo e ancora oggi non garantisce lavoro, sostegno e assistenza. In Calabria una percentuale incredibilmente alta di persone lavora per il Corpo Forestale sia come guardia forestale che come impiegato per servizi di elettricista, idraulico, cuoco, manovale e così via. Tutti posti di lavoro che sono stati garantiti dalla ‘ndrangheta e che in questo modo, oltre alla paura e alle intimidazioni, riesce a mantenere un controllo serrato su tutto il territorio danneggiando però irrimediabilmente la Calabria.

Via D'Amelio subito dopo la strage del 19 luglio 1992

Via D’Amelio subito dopo la strage del 19 luglio 1992

Ci si è chiesti infatti come sia possibile che quest’ultima sia la regione più povera d’Italia se la ‘ndrangheta ha un fatturato netto annuo di 44 miliardi di euro (pari al 2,4% del PIL nazionale). La risposta è che la Santa, così come Cosa Nostra in Sicilia, vuole mantenere la regione povera e priva di risorse in modo da garantirsi il controllo sul territorio; e quei 44 miliardi che farebbero la fortuna dei cittadini finiscono reinvestiti in America Latina, in Germania, Canada e Australia.  La mafia infatti aiuta solo in apparenza; essa crea invece sottosviluppo, economico e psichico: nella crescita delle persone, nel potersi fidare dell’ambiente intorno, nel poter esercitare i propri diritti fondamentali, nella propria libertà personale. Sottosviluppo che si ripercuote in chi non può aprire una qualsiasi attività senza sottostare alla prepotenza del mafioso, perdendo così la propria libertà ma anche la propria dignità, finendo per sentirsi meno uomo. La mafia come processo di socializzazione e processo culturale crea una patologia, un cancro, una metastasi che priva le persone della loro possibilità di essere appieno individui, di essere appieno liberi.