Macbeth, una delle opere più conosciute di Shakespeare, da quando è stata scritta nel 1608, non ha mai smesso di affascinare il pubblico e al contempo di orripilarlo. Nascosti tra le battute della tragedia, l’ambizione, la paura, l’assassinio ammaliano gli spettatori e gli studiosi trascinandoli in un vortice di emozioni. La tragedia narra di un nobile scozzese, Macbeth per l’appunto, impegnato in una sanguinosa guerra contro i traditori di Re Duncan, suo cugino. Facendo ritorno dal campo di battaglia con il suo fedele compagno Banquo, egli si imbatte in tre streghe che gli predicono il futuro. Oltre al Baronato di Glamis, che già possiede, Macbeth otterrà la Signoria di Cawdor e diventerà addirittura Re di Scozia, mentre Banquo sarà il capostipite di una dinastia di sovrani. Appena le figure si dissolvono, un messo regio giunge dai due condottieri informandoli che, per ordine del Re, Macbeth sarà in breve tempo investito del titolo di Signore di Cawdor. Egli invia subito il messo alla moglie, Lady Macbeth, con una lettera nella quale riassume gli eventi che ha vissuto sul campo di battaglia e la informa che Re Duncan sarà loro ospite la sera stessa. La donna decide che la predizione deve avverarsi ad ogni costo e organizza l’assassinio del re. Non appena il consorte rientra lo mette a conoscenza del piano. Egli, sebbene sia pervaso dall’incertezza, le presta ascolto. Nella notte il Barone di Glamis raggiunge la stanza del re e lo uccide nel sonno. La mattina seguente l’assassinio è scoperto dai nobili compagni del re. Malcom, figlio del defunto monarca, fugge spaventato in Inghilterra. Macbeth viene eletto re di Scozia. Egli ingaggia quindi un sicario perché uccida Banquo, per non incontrare ostacoli nella sua ascesa al potere.

Qualche giorno dopo, durante un banchetto, il nuovo sovrano ha un crollo psicologico e il fantasma del suo amico gli appare ovunque. Egli comincia a urlare contro l’apparizione e gli invitati sono costretti ad andarsene. Macbeth decide di visitare le tre streghe perché gli rivelino altre informazioni sul futuro. Apprende allora che rimarrà al potere finché la foresta di Birman non si sposterà e che  nessun uomo nato da ventre di donna potrà sconfiggerlo. Egli, benché rassicurato, ordina la completa distruzione della famiglia di Macduff, un aristocratico andato in Inghilterra per appoggiare Malcom. Dopo questi ennesimi omicidi, anche Lady Macbeth comincia ad avvertire il peso di tanti crimini e si suicida. Intanto Macduff e Malcolm muovono guerra contro il sovrano. Le truppe di Malcolm si accampano nella foresta di Birnam, dove si mimetizzano con dei rami tagliati dagli alberi. Come le streghe avevano predetto, la foresta di si sta muovendo contro Macbeth. Le forze nemiche sono predominanti, e così si giunge allo scontro finale tra Macduff e Macbeth. Quest’ultimo invoca l’oracolo delle streghe, per cui nessun  nato da donna potrà sconfiggerlo, ma Macduff rivela di essere nato da un parto cesareo. Macbeth viene decapitato e l’ordine è ristabilito.

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La tragedia offre innumerevoli spunti di riflessione su temi che ci riguardano, che chiedono a gran voce di essere considerati, analizzati, risolti. Ancora oggi il futuro è qualcosa di sconosciuto, di imperscrutabile e spesso, proprio a causa di queste sue caratteristiche, si tende a delinearlo come qualcosa di ambiguo, subdolo e talvolta oscuro. La necessità di trarre certezza da ciò che sicuro non è risiede nel cuore dell’uomo contemporaneo tanto quanto abitava nell’animo di Macbeth. Gli oroscopi che ci si preoccupa di avere a proprio favore, l’astrologia, altro non sono che le streghe che egli invocava.

Anche chi ritiene di essere superiore, chi crede di non prestare attenzione a queste assurdità, probabilmente, seppur inconsciamente, si sente rassicurato da un pronostico vantaggioso

Al bisogno di sicurezza Macbeth sacrificò la sua coscienza e conseguentemente la sua intera vita. Può sembrare la scelta di un folle irresponsabile, una decisione  indubbiamente sbagliata, lontana dalla nostra mentalità. Nessuno immolerebbe talmente tanto per rincorrere qualche misera certezza. Eppure è sufficiente guardarsi intorno per accorgersi che così non è. Anche oggi esistono persone, e non sono poche, che inseguono quest’obiettivo con una foga tale da non accorgersi di ciò a cui rinunciano. Smettono di preoccuparsi per i propri familiari, non si fidano più degli amici. Arrancano, fanno a gara di scorrettezze pur di giungere per primi al loro scopo. E quando si arriva alla fine della corsa, all’agognato traguardo, all’affermazione economica e sociale, ci si adopera con tutte le rimanenti forze affinché nessun altro possa godere degli stessi benefici, delle medesime sicurezze. Il ruolo del privilegiato non prevede di essere condiviso. A pensarci, ci rendiamo conto che non è cambiato il modo dell’agire umano, sono solo mutati gli elementi di contesa, ovvero le fonti che offrono maggior sicurezza. Non si aspira più a titoli nobiliari ma a patrimoni consistenti. Sono premi inutili, insoddisfacenti e dannosi oltre ogni immaginazione, il loro raggiungimento implica il sacrificio delle cose fondamentali per l’uomo, come gli affetti o la consapevolezza di quello che è giusto. Ciò che ci arreca una così grande perdita non può essere positivo. Una ricerca davvero utile all’individuo deve valorizzare gli elementi appena menzionati, non distruggerli.

Il problema sorge quando si perde la competizione, quando il miraggio della certezza svanisce e ’insicurezza comincia immediatamente a sussurrare all’animo degli sconfitti. Alcuni tra loro, pochi in verità, sono meno soggetti alla sua influenza. Essi hanno escogitato metodi per sopravvivere a un’eventuale sconfitta prima di prendere parte alla folle gara o sono stati sufficientemente scaltri da mettere al riparo le loro risorse appena l’amara consapevolezza della supremazia avversaria si è palesata, prima della fine della corsa. Hanno rinunciato alla vittoria ma possiedono ancora una cospicua quantità di ricchezze che permette loro di ripartire, di preventivare i possibili ostacoli, di  studiare una nuova strategia che li conduca all’obiettivo. Ci giungeranno più forti di prima e scalzeranno il detentore dei privilegi. Gli “scaltri” abbandonano momentaneamente la pista, sospendono il metaforico Gran Premio perché la loro vettura possa fare rifornimento. Ma appena la revisione sarà completata essi rimonteranno in sella, si riallacceranno il casco, impugneranno il volante e premeranno sull’acceleratore finché la bandiera a scacchi non si alzerà per celebrare il nuovo successo.

La maggioranza dei perdenti però non fa parte di questa ristretta élite ed è inerme di fronte all’angoscia che immancabilmente accompagna la sensazione di insicurezza

Spesso si è più sprovveduti, più impulsivi, si investe in fretta tutto ciò di cui si dispone, sperando che la quantità superi la qualità. Per i primi atti della competizione questa strategia sembra funzionare. Nessuno si ritira. Se ne deduce che un piano così strutturato garantisce, almeno in un primo momento, le prime posizioni. L’esaltazione data dall’immediato  vantaggio inibisce la capacità e la volontà di pianificare i passi successivi. Poco importa che il metodo sia sbagliato, se offre i risultati desiderati perché rinunciarci? Di conseguenza gli “sprovveduti” continuano a investire i loro averi, puntano tutto nella loro automobile senza considerare che il telaio è stato costruito con materiali scadenti, inadatti. Nella loro mente si attua un meccanismo simile, anzi uguale, a quello del gioco d’azzardo. La dipendenza dall’estasi iniziale porta a sacrificare qualsiasi tipo di progettazione. Con il passare del tempo però, le falle organizzative di un tale modus operandi emergono inevitabilmente. Le risorse finiscono. È tardi per far rientrare l’auto da corsa, i box sono ormai troppo distanti. Non c’è più la possibilità di fermarsi e pensare lucidamente al da farsi. L’unica opzione è continuare a correre, il piede incollato all’acceleratore sperando che la benzina finisca il più tardi possibile.

Così, mentre pochi riflettono attentamente sulle mosse più convenienti, molti si trovano costretti a ultimare una gara che sanno di dover perdere senza poter avere una possibilità di riscatto, per vecchiaia o mancanza di ricchezze. Bramavano la certezza del successo come premio della vittoria, hanno vinto la sicurezza della sconfitta.

È quello che successe a Macbeth, la cui vicenda è anche, e forse soprattutto, la nostra. La sua tragedia è la chiave che ci spalanca le porte del mondo in cui, volenti o nolenti, siamo inseriti. Chiunque entri in contatto con l’opera, non può evitare di percepire le similitudini. Non è necessario essere esperti di teatro o di drammaturgia, il legame indissolubile che ci unisce si nota immediatamente, come un filo rosso tessuto in una trama di fibre candide. È una forza che si fa strada dentro di noi, dapprima lentamente, lasciando che sopraggiunga la consapevolezza di ciò che sta accadendo, per poi divenire irrefrenabile e correre irruentemente fino a raggiungere il profondo del nostro animo per gridarci: “Questo sei tu!”.

Shakespeare è riuscito, in maniera tanto precisa, intensa eppure delicata, a imbrigliare nell’inchiostro un tratto comune all’uomo di tutti i tempi. È questa caratteristica a renderlo memorabile sopra ogni altro drammaturgo suo contemporaneo. Molti riuscirono a spiccare per la maestria stilistica, ma solo lui seppe impregnare ogni battuta delle passioni e dei turbamenti dell’animo, rendendo eterni i suoi capolavori.