Bisognerebbe arrabbiarsi molto con chi parla di lotta al pensiero unico magari solo per contestare le politiche del governo sulla carne da cavallo o sulle alici marinate. Questo perché la lotta al pensiero unico non è concepibile senza l’analisi del fenomeno che dietro al pensiero unico fermenta e si cela; fenomeno che si chiama progressismo. Utilizzare l’espressione “pensiero unico” per designare altre cose o degradarla a semplice espediente retorico non ha molto senso, perché “pensiero” significa visione organica del mondo e non genericamente conformismo od ottusità mentale. Cos’è dunque il “progressismo”? Il progressismo è una tirannia, una tirannia ideologica. Non dobbiamo identificare le tirannie con quelle forme di governo dove un solo soggetto comanda e concentra su di sé tutti i poteri. Sarebbe un errore clamoroso. Tratto comune di tutte la tirannie che nel mondo vi furono non è infatti l’accentramento di poteri in capo a una singola persona, e anzi è del tutto normale che le tirannie moderne provino a sedimentarsi nella forma di governo che oggi si è imposta in Occidente, e cioè nella democrazia.

Tratto comune di tutte le tirannie che nel mondo vi furono è il seguente: forgiare “uomini nuovi” funzionali al disegno egemonico che la tirannia di turno ha concepito per loro, a prescindere dalla forma di governo. E quale “uomo nuovo” aspira a plasmare il progressismo? Ovviamente, data la sua natura tirannica, un uomo debole e facilmente manipolabile. E qual è l’uomo più debole e manipolabile che esiste? L’uomo-individuo, l’uomo disorientato, l’uomo svincolato da qualsivoglia legame comunitario e religioso, l’uomo “pezzo di noiosa carne” non molto dissimile a un cane di Pavlov. Il progressismo, che più concretamente federa, sotto la sua ala, liberalismo di destra e libertarismo di sinistra, sta riuscendo – e in parte è già riuscito – a realizzare tutto questo. Ha distrutto famiglie, ha diviso padri e figli, ha calpestato religioni, ha frantumato i confini degli stati, ha esasperato conflitti sociali e promosso guerre, ha precarizzato il lavoro, ha imposto la sua letteratura e la sua arte (come i polpettoni prolissi e da salotto che si vendono nelle librerie e l’oscenità dell’arte contemporanea, che vanno a tanto per la maggiore).

“Ma tutto questo è frutto della nostra volontà, frutto delle nostre libere scelte, di cui questo pensiero non è che un riflesso!” osserverà qualcuno. Osservazione pertinente: perché la libertà osannata dal progressismo è in effetti quel tipo di libertà funzionale a compiere i suoi disegni egemonici, ossia una libertà scientificamente affrancata dal bene comune e unicamente correlata alle pulsioni più grette dell’uomo, trasformato in pezzo di noiosa carne.
Certamente siamo di fronte a una tirannia sofisticata, che andrebbe ponderata con attenzione come fatto da autori quali Prada (in senso cattolico), Preve (in senso socialista) e De Benoist (in senso nazionalista). E certamente parlare di tirannia nel mondo della massima libertà e dei tanti diritti può sembrare a prima vista grottesco. Ma non dobbiamo dimenticare che il grado di perfezione di una tirannia si misura dalla sua impercettibilità, dalla sua apparente inesistenza (Orwell). Ed è chiaro che la tirannia in questione abbia tutto l’interesse a non venire svelata e descritta; e inoltre che detta tirannia, nei paesi dove prolifera, si mostri plurale, aperta, divertente, quasi irresistibile (chi non vorrebbe vivere in Olanda o in Svezia?).

Focalizzandoci ora sulle cause, è evidente che la storia di questa tirannia è la storia dell’imperialismo americano e del capitalismo finanziario fusi insieme. E che il mezzo tramite il quale si afferma è essenzialmente uno: il denaro. Sottomettersi alla visione “progress” della vita (cosa molto spesso naturale, data la monumentale propaganda) significa possedere una sorta di prerequisito culturale e politico per fare carriera. Non leggeremo mai, sui nostri giornali e tanto meno sui giornali degli altri paesi colonizzati come il nostro, un articolo eterodosso sulla Russia o sulla Cina, sui BRICS in generale, sull’inganno delle Primavere Arabe o sulla situazione siriana; non troveremo mai, nelle nostre scuole e università, professori che non guardino alla storia come a un eterno divenire positivo e incessante, e che non disprezzino l’uomo del passato per le sue sovrastrutture culturali e religiose; né filosofi che non siano meri divulgatori della storia della filosofia; né giuristi che mettano in discussione le basi del costituzionalismo e i valori tira e molla delle Carte costituzionali; né economisti che sappiano ragionare al di là della competitività e del mercato, e che riflettano criticamente sulla dubbia moralità di alcuni fenomeni, come il prestito a interesse o i derivati finanziari; né persone che non idolatrino la scienza, o che non stimino o che non guardino con messianica ammirazione alla democrazia americana, perché ciò è mal visto e condannato socialmente. Tutto questo non è, solo, espressione di un diffuso conformismo. Ma è anche espressione di un pensiero tirannico che – mentre ci ricopre di libertà e diritti – orienta le nostre volontà a perseguire fini egoistici o materiali, per spezzare i legami familiari, comunitari, identitari e religiosi che soli possono resistere al suo ambizioso primato sulle nostre coscienze.