di Ermanno Durantini

Il tema del prevalere di una mentalità individualistica ed egoistica nelle società contemporanee, in special modo occidentali, è stato declinato in molteplici modi e ambiti, raccogliendo una grande varietà di possibile cause e spiegazioni. Si tratta di un processo evidente agli occhi di tutti, al di là del facile moralismo di basso livello a cui può essere ascritto a una prima e superficiale lettura. Non si tratta, infatti, di stigmatizzare il presente, auspicando, in maniera nostalgica e reazionaria un utopico ritorno ai “bei tempi andati”. Si tratta, al contrario, di riconoscere come l’umanità sia passata attraverso un processo secolare che ha condotto all’attuale atomizzazione delle esistenze individuali, sempre più prive di un orizzonte intersoggettivo, di un insieme di valori comuni che fondi la ragione dello stare assieme in una comunità più o meno allargata.

In Europa, questo processo si trova in una fase più che mai avanzata. La società europea rappresenta ormai poco più di un aggregato di singoli individui tenuti assieme in parte dalla costrizione dello Stato a farlo mediante strumenti intimamente vissuti come coercitivi, come le tasse o le Forze dell’Ordine (entrambi tra i più diffusi oggetti di critiche e invettive), in parte dalla consapevolezza dell’inevitabilità di un rapporto minimale con altre persone attorno a noi. Complice anche la lunga pace che ha permesso alle società europee di prosperare negli ultimi decenni, oggigiorno nessuno sarebbe in grado di sopravvivere più di qualche ora abbandonato a se stesso in un territorio anche solo vagamente ostile. Ciò fonda la necessità di una vita in società, vissuta però come una limitazione inevitabile, un “male necessario” imposto al supremo diritto della libertà assoluta del soggetto individuale.

Questa considerazione è quanto di più lontano possa palesarsi dalla socialità naturale dell’uomo di matrice aristotelica e tomistica, ma è anche ciò che viene esplicitamente teorizzato come l’unica corretta interpretazione dell’umano dalla più potente e dominante delle costruzioni politico-filosofiche della Modernità, l’individualismo liberale. Privo di un unico padre, come è Marx per il comunismo, il liberalismo si è imposto come unico modello politico-sociale grazie al suo saper spiegare l’intera esistenza umana con pochi e semplici assiomi. Così, l’uomo sarebbe prima di tutto individuo e la società nient’altro che l’insieme di questi individui; i diritti dell’individuo verrebbero prima dei diritti della comunità nel suo insieme ed essa sarebbe perciò sottomessa a tali diritti; l’uomo agirebbe nella realtà come un massimizzatore del profitto individuale, tendendo a ottenere il massimo utile per sé con il minimo sforzo. Infine, tutte le interazioni con gli altri individui vengono in ultima analisi spiegate dall’individualismo liberale sotto la forma della transazione di scambio: si tratta di tutte le transazioni in cui, a fronte di un oggetto dato o di un servizio reso, si riceve in cambio un altro oggetto o servizio, in base ai termini di un accordo sancito precedentemente allo scambio. Lo scambio è effettuato se, soggettivamente, ai soggetti interessati pare di stare sostituendo una situazione peggiore con una migliore; in caso contrario, non avviene. Nei secoli, lo scambio si è poi evoluto, passando dalla forma più semplice del baratto alla transazione con un medio di scambio, la moneta. Ma per l’individualismo liberale, resta costante il fatto che l’uomo sarebbe tale in quanto scambia. Contrariamente all’aristotelismo e al tomismo, l’uomo non sarebbe, dunque, un “animale politico”, ma un “animale che scambia”; lo scambio sarebbe quel quid che differenzia l’uomo dagli altri animali.

L’intero esistente viene poi spiegato in base a questi pochi e semplici assiomi. Ogni volta che un individuo si relaziona con un altro individuo e compie un’azione, anche all’apparenza la più altruistica in assoluto, come, ad esempio, la crescita e l’educazione dei figli, in realtà l’individuo sta velatamente facendo il proprio interesse. Allevare i figli è visto come un esempio di investimento a lungo termine, il quale, a fronte dei costi sostenuti nel periodo dell’infanzia e fino alla prima adolescenza, condurrà, infine, a dei guadagni: aiuto nel lavoro, sostegno quando sopraggiungerà la vecchiaia, e via discorrendo. La potenza di questa costruzione è tale da provare ad assolutizzare se stessa quale unica forma mai esistita di relazione tra gli uomini. In realtà, si tratta di una costruzione filosofica relativamente recente, priva di una sistematizzazione unitaria e totalmente smentita da vari studi antropologici sulle società primitive, che contestano fortemente questa visione dell’umano.

Questi studi, tra i quali quelli di Marcel Mauss, hanno evidenziato come nelle società primitive, ma finanche nella Polis greca e nella Romanitas, a prevalere nelle interrelazioni umane non fossero affatto i rapporti di scambio, quanto le relazioni di dono. Esse costituiscono un diverso esempio di interazione tra gli uomini, in quanto il dono di un oggetto o la resa di un servizio non è fondata sull’accordo esplicito (quando non messo per iscritto in un contratto) di avere qualcosa in cambio, ma avviene in quanto apertura di credito unilaterale dell’individuo verso l’altro. Il dono genera un’obbligazione nel ricevente verso il donatore, che è però di natura essenzialmente affettiva e morale, legata a un sistema di fiducia interpersonale che non ha a che fare con la transazione di scambio. Solo ammettendo l’esistenza di quest’altro modello di transazione, il dono, si può riuscire a spiegare compiutamente perché l’uomo effettui un investimento economico assolutamente pessimo, perché insicuro e a lunghissimo termine, come l’educazione dei figli. Semplicemente, non si tratta di un investimento, ma di un’apertura di credito unilaterale legata a ragioni che, se sono egoistiche, lo sono nella misura in cui si vede nella propria discendenza l’unica maniera di continuare a essere nel mondo, in via indiretta, dopo la propria morte. È solo a un certo punto, al termine di un lungo processo che ha attraversato il Medioevo, il Rinascimento e la Rivoluzione Industriale, che le relazioni di scambio si sono progressivamente imposte, prima affiancandosi alle relazioni di dono nella forma del baratto, in seguito pretendo di sostituirla completamente nella forma definitiva della transazione monetaria. Ciò ha comportato l’estendersi capillare di quello che tanta letteratura ha descritto come il “potere del denaro” e che si può più asetticamente chiamare pratica monetaria. (Andrea Zhok, Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo, Jaca Book, Milano 2002)

È, dunque, nel progressivo venir meno delle relazioni di dono e nel parallelo affermarsi di quelle di scambio, e con esse della pratica monetaria, che trova la sua radice più profonda la progressiva atomizzazione delle esistenze individuali e l’isolamento dell’uomo contemporaneo. La pratica monetaria, infatti, tende a imporre un modello di transazione tra gli uomini impersonale e fissato sui rigidi canoni di un accordo monetario con clausole e importi specifici. Ciò contribuisce a deteriorare le relazioni umane e a far sparire qualsiasi orizzonte intersoggettivo che accomuni tra loro gli individui di una comunità. Così prevale sempre più una logica di interesse individuale, dove prima le relazioni di dono tendevano, al contrario, a creare legami di fiducia reciproca, orizzonti di valori comuni e tradizioni di lunga data, la prima delle quali era la necessità morale di ricambiare il dono ricevuto.