La seconda stagione di Gomorra si è avviata ieri alla conclusione consegnando ai milioni di appassionati una ridda rapsodica di colpi di scena nel corso dell’ultima puntata. L’interminata odissea di camorra ambientata tra le Vele di Scampia e il degrado di Secondigliano non poteva che terminare col botto: tramontata l’effimera dittatura dell’alleanza, annichiliti i traditori, a Don Pietro Savastano rimaneva infatti il sublime e atroce gusto della vendetta nei confronti di Ciro. Il compito- dal punto di vista degli sceneggiatori- di realizzarlo era tutt’altro che semplice. Ripetere il successo di un prodotto, specie se seriale, è un problema con cui Stefano Sollima ha già dovuto combattere al tempo di Romanzo Criminale. Occorre avere vero talento per non cadere nella banalità delle caratterizzazioni, informandosi supinamente a ciò che ha riscosso enorme successo tra gli spettatori. Con Gomorra tale pericolo è stato evitato abbattendo, uno dopo l’altro, tutti i personaggi con cui il pubblico poteva, a torto o ragione, empatizzare: a partire da donna Imma, passando per Salvatore Conte e le rivelazioni Scianel e O’Track, si è fatta piazza pulita lasciando progressivamente spazio soltanto ai veri protagonisti: Ciro di Marzio, Don Pietro e il figlio Genny. Su questo triangolo si è sviluppata la trama profonda della saga, accumulando tensioni e incomprensioni crescenti sino alla spannung mortale del finale di stagione, cui si potrebbe dar titolo Vendetta.

Accanto all’antitesi più evidente Ciro-Don Pietro, il ribelle decaduto e il ritrovato boss, il vero coup de theatre è stata la gestazione e l’esplosione dell’odio reciproco tra padre e figlio. La famiglia, unico vero istituto sociale riconosciuto da gente di malavita, gioca dunque un ruolo cruciale: alla famiglia ricorre don Pietro per la terribile e crudele vendetta nei confronti dell’immortale, colpendo l’unico affetto rimastogli, e al focolare domestico si aggrappa un redivivo e machiavellico Gennarì per sublimare la propria maturazione. In un continuo scambio di sanguinose battute, dunque, Savastano senior lava la morte di donna Imma con il sangue della povera Maria Rita, consegnando Ciro alla disperata follia di un padre cui muore una figlia. Ristabilita la macabra contabilità, per il vecchio leone sembra arridere la vittoria, da celebrare addirittura per mezzo d’un nuovo matrimonio con Patrizia, l’ambasciatrice nipote di Malamore, gradita new entry. A questo punto, però, la sua famiglia entra di nuovo in gioco. Suo figlio, quel bamboccione, è divenuto uomo, ed è stanco delle umiliazioni subite. Vuole comandare: ha tradito il suocero a Roma, vuoi che non liquidi anche suo padre? Ed è la sua, quindi, la mano che arma un alienato Ciro, intontito dal dolore, appostato fuori dalla cappella cimiteriale dei Savastano: una scarica di colpi, e il pesante e grave corpo di Don Pietro si accascia sugli scalini che portano alla tomba della Lionessa, riunendosi nella morte all’amata consorte per mano dello stesso killer. Una sintesi diabolicamente perfetta, che lascia il terreno dello scontro ai due superstiti, consegnando dunque alla terza stagione tutte le soluzioni agli interrogativi dei fan.

Al netto delle perplessità iniziali la serie ha confermato le aspettative, puntando molto sui capisaldi della produzione: ottima fotografia, azzeccato accompagnamento musicale, perfetta scelta del cast. Discutibile la volontà di allungare il brodo con un terzo capitolo, ma d’altronde se la qualità riesce a mantenersi alta l’azzardo sarà coronato dal successo. Una costante, per Gomorra.