L’uomo contemporaneo vive in un mondo governato dalla tecnica. L’uomo etico – colui che intende agire come “deve” agire, secondo cioè lo spirito del tempo – è di conseguenza, come sostiene Emanuele Severino, un uomo tecnico. Chi si oppone allo spirito del tempo, rifiutando l’etica contemporanea e cercando di costruirsi da sé una visione del mondo cui attenersi, lo chiamiamo nel solco della trattazione di Ernst Jünger, il Ribelle. Questa nobile figura, vivendo moralmente bandita dalla società in cui vive ed essendone contemporaneamente attore in scena e spettatore in sala, trascina il proprio fardello di estraneo e vive in una condizione di sospesa non adesione alla realtà che si potrebbe definire brevemente: noia. Il problema che il Ribelle si trova a fronteggiare nell’epoca contemporanea è che la tecnica, pervasiva ed invasiva, ha penetrato così a fondo nelle vite dei singoli da rendere la noia, la stasi, l’alterità, praticamente quasi impossibili: è quello che chiameremo il meccanismo della Macchina. Gli ingranaggi infernali di questa stritolano l’individuo fino a renderlo estraneo perfino sé stesso, senza che egli se ne avveda, in una condizione esistenziale in cui la noia diventa impossibile proprio perché portata alle estreme conseguenze: è impossibile annoiarsi perché la noia domina imposta nella vita contemporanea. Nota Jünger nel Trattato del ribelle che

le persone si sono talmente adagiate nell’alveo delle strutture collettive da non essere più capaci di difendersi. Quasi non riescono più a rendersi conto di quale forza abbiano raggiunto i pregiudizi della nostra epoca detta dei lumi. La vita, tra l’altro, discende dalle prese di corrente, dalle riserve di plasma, dalle condutture; da cui l’importanza delle sincronizzazioni, dei ripetitori, delle trasmissioni.

Figurarsi cosa direbbe oggi, nel mondo informatizzato, digitalizzato e robotizzato in cui pressoché tutte le forme di azione e comunicazione sono mediate dall’apparato: rispondono cioè a norme prescritte, in primis l’utilizzo ovunque intensivo degli strumenti tecnologici. In un mondo siffatto la noia, elemento fondamentale per sostenere uno sguardo sul mondo che sia altro dal comune sentire, diventa il frutto di un coraggioso atto di volontà che in pochi possono permettersi e che in ancor meno riescono a coltivare: riflettere e metabolizzare il quotidiano, fare i conti con le proprie infinitezza e nullità. E dire che la noia è creativa, seppur autoflagellante allo stesso tempo: può educarsi alla complessità, tentare di illuminare gli angoli bui dell’esistenza umana, solo chi si dedica all’abbandono del sé contingente, della figura che la Macchina vuole che il singolo assuma.

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Una sgualcita copia della prima edizione dell’emblematica opera di Moravia

Non a caso Moravia intitola proprio La noia un suo noto romanzo: la noia che attanaglia Dino, il disilluso protagonista, è la noia borghese figlia della tragica scoperta che il denaro non compra l’esistenza e che bisogna fare i conti con una realtà di tumultuosi sentimenti imprevisti che fanno impazzire la bussola dei valori sociali. Per bocca di Dino, Moravia ci regala la triste consapevolezza che

la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà.

Attenzione, non scarsità dell’uomo di fronte alla realtà, bensì scarsità della realtà di fronte all’uomo. Questo sentimento è espresso perfettamente dai versi de All’amato me stesso («all’orda sfrenata di tutti i miei desideri / non basta l’oro di tutte le Californie!»), in cui il delirio di Majakovskij diventa il pianto liberatorio di tragica e nobile sconfitta di fronte all’urto dei propri desideri più intimi sul muro infrangibile della grigia e ostile realtà. Majakovskij infatti, annoiato (nell’accezione che si è individuata) e altro dalla realtà storica, si era illuso di dare un senso alla propria vita nella Rivoluzione bolscevica. Non bastò, cadde armi in pugno di fronte alla noia, gli fu necessario un colpo di rivoltella. Nella lettera d’addio scrisse: «la barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano.»

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all’orda sfrenata di tutti i miei desideri / non basta l’oro di tutte le Californie!

Chi invece con la realtà contingente non presenta alcuno sfasamento è la figura del Lavoratore, sublimazione esistenziale del nostro tempo, la figura che meglio esprime l’adesione alla realtà della Macchina. È l’ingranaggio oleato e ben funzionante: secondo quanto serve consumatore, stakanovista, democratico ubbidiente, carrierista, povero necessario, ideologo. È il prodotto della civiltà delle industrie e dei consumi, la cui perfetta adesione alla realtà e alle sue richieste gli preclude la possibilità di coltivare la noia. Non ci riesce perché la noia domina la sua vita senza che egli se ne renda conto, allucinato com’è dai bagliori di una civiltà che si presenta opulenta e felice ma che cela dentro di sé l’abisso della depressione. Per non cadere in incomprensione bisogna chiarire che il Lavoratore non è l’operaio. È l’uomo comune –  operaio, impiegato, imprenditore che sia – che supinamente si adatta a vivere nelle condizioni in cui si trova, aderendovi anche se intuitivamente le rifiuta. La Macchina lo ingloba a sé e i tentativi di sfuggire ad essa, come ha dimostrato Marcuse ne L’uomo a una dimensione, lo faranno ricadere in essa anche nella negazione. Per tornare sui nostri passi, basti dire che la facoltà della noia – quella condizione di inadeguatezza della realtà di fronte al desiderio – gli è preclusa perché i desideri del Lavoratore ricercano soddisfazione nella realtà stessa. Il Ribelle, differentemente, cerca un superamento della Macchina, non una adesione ad essa e neppure il rifiuto.

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Il mito del Lavoratore nella propaganda sovietica

Come quando si guarda un film, se questo non piace quindi annoia, la reazione sarà differente. Il Lavoratore sarà portato a credere che esso è comunque il migliore dei film possibili o che almeno in esso sono da ricercarsi le scene più belle, che diano un senso di piacere al tutto. Il Ribelle invece rifiuta il film in toto e combatte contro quella brutta cinematografia, nella migliore delle ipotesi diventando egli stesso produttore di nuove pellicole. Il film, nella nostra metafora, è la vita stessa. Trascorrere la propria esistenza perpetuando il quotidiano, non-scelta di vita che poco più alta è rispetto all’esistenza istintuale delle bestie, trova negazione nell’eternità del prodotto creativo della noia che è l’arte. Il motto che il padre del conte Andrea Sperelli, nel Piacere di D’Annunzio, amava ripetere al figlio: «Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.», frase che è stata demonizzata dall’intellighenzia pauperista e comunista italiana, è invece poco più di una banale considerazione, alla luce di quanto è stato sopra descritto.

Contro il mondo dominato dalla tecnica, che cerca in tutti i modi di convincere l’uomo che egli non è altro che un granello di sabbia nel vasto oceano, si staglia l’opportunità dell’arte. L’arte è l’unico autentico nemico della Macchina, perché squarcia il velo di Maya dell’esistenza, individua i buchi neri della realtà e li mostra, sfuggendo al controllo sociale, alla morale, allo Stato. L’artista, il poeta, è colui che, per dirla nuovamente con Jünger, «manifesta l’enorme superiorità del mondo delle Muse su quello della tecnica, e aiuta l’uomo a ritrovare se stesso: il poeta è Ribelle.» Mentre il poeta è Ribelle per definizione, l’uomo comune può diventarlo purché si riappropri della noia creativa che la Macchina gli nega. Non si diventerà magari degli artisti, nel senso di chi realizza delle opere d’arte, si sarà però cercato almeno di dare forma alla propria vita con le proprie mani. Si tratta di un atto di forte coraggio, che presenta controindicazioni come tutte le scelte radicali: chi lo compie rischia di diventare un moderno Sisifo, che paga la punizione eterna per aver osato sfidare gli dei materialistici del nostro tempo. Tuttavia, piaccia o no, è l’unica soluzione che garantisce almeno un risultato, un privilegio: la libertà.