Nella sua concezione più astratta, l’odierna ‘libertà di espressione’ considerata uno dei fondamenti della democrazia liberale fa capo ai concetti già greci di parresia ed isegoria -reciprocamente indicanti i valori di libertà di parola e uguaglianza della stessa- che definivano il valore della parola detta in pubblico in termini assoluti prima e relativi poi. Svincolatisi dal necessario legame con la dimensione politica che agli inizi ne caratterizzava il significato, col tempo entrambi i concetti sono confluiti nella definizione di quel più ampio diritto d’espressione che ci riguarda da vicino, caratterizzato da sostanziale assenza di restrizioni nel suo esercizio – sia esso inteso come comunicabilità del proprio essere al mondo esterno (tramite opere artistiche di varia natura, ad esempio) o come comunicabilità della propria opinione sulla realtà fenomenica. Complessivamente questa libertà assoluta, e quindi positiva idealmente in quanto pura, si rivela negativa nei fatti: considerata dall’individuo quasi de iure inalienabile ed irrevocabile, risulta ormai esercitabile prescindendo da un suo utilizzo raziocinante. In effetti lo spirito democratico e libertario del diritto, non dovrebbe portare alla abolizione di restrizioni di ordine morale, dettate da logica e buonsenso, in virtù delle quali ci si sentirebbe in dovere di aderire, prima di esercitare il diritto d’espressione, ad un standard di decenza espressiva –intendendo ‘decenza’ nel senso etimologico di ‘appropriatezza’, dal latino decere ‘convenire’. Tralasciando ovviamente contesti e situazioni informali ed amicali, in cui è pur normale comunicare con leggerezza e disimpegno, si prenda in considerazione la pubblica espressione di sé: ridotta all’osso ogni riflessione, ogni razionalizzazione su un argomento; non più necessaria una preliminare, seppur minima cognizione di causa; messo infine al bando ogni dubbio, ci si lancia privi di remore nella verbosità di un opinionismo che sentenzia –perché è questa, libertà di esprimersi- e che nulla analizza o comprende –non è contemplato tra i doveri né consigliato dal buonsenso-.

Alla pressoché illimitata disponibilità di informazioni in tempo reale, sembra corrispondere nell’informato (ormai ridotto al mero utente) l’impellenza di rispondere all’input ricevuto in un modo che sia soggettivo ed esterno, ovvero personale ed ostentato –cosa senz’altro facilitata dall’utilizzo dei social i quali, benché reclamino di ‘connettere persone’, forniscono ad ogni iscritto nient’altro che una piccola tribuna virtuale su piazza mondiale, dalla quale ognuno esplicita la propria liturgia sentenziando tramite status. Sotto l’imperativo dell’’esprimersi al di là di tutto’, che altro non è che l’esasperazione del ‘content is king’, la serietà del diritto d’espressione è divenuto mero entertainment, ormai  caratterizzato da alto tasso di criticità e scarsa o nulla capacità di razionalizzazione. Proprio in virtù della natura negabile delle opinioni, si fa un uso sempre più inconsistente di esse, sovrapponendole, ponendole a contrasto senza che l’una possa scalfire l’altra: semplicemente muoiono accumulandosi, rivestendo di effimero, con strati di parole, superficialità e ignoranza.

La culture, c’est comme la confiture, moins on en a, plus on l’étale. – Francoise Sagan