di Giuseppe Piconese

Nel panorama politico-intellettuale italiano ormai scorazza e imperversa una dissacrante inclinazione ad accettare a braccia spalancate-e a teste vuote-tutto ciò che non presenta alcun legame culturale con l’ Italia e che addirittura si presenta in contrasto con qualsiasi bagaglio intellettuale nazionale. Ovviamente, per il principio secondo il quale la classe dominante (intellettualmente parlando, in questo caso) riversa i suoi modi di intendere e di vedere il mondo direttamente sulla massa sottopostale, impegnandosi anche affinché sia impossibile qualsiasi messa in discussione di questi “dogmi” calati dall’alto. anche quest’ultima sarà intrisa, pervasa e imbevuta fino al collo di questa esterofilia colorata e subdola. Ma è questo un processo innato? La graduale e apparentemente inarrestabile “corsa all’ internazionalismo” è un fenomeno che nasce e si autodefinisce casualmente come una collisione di molecole estranee a loro? O questo incendio viene alimentato e foraggiato dal soffio di qualcuno?

Con il perfezionamento e la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa la quantità di nozioni e informazioni imponibili e assimilabili da parte dei cittadini è cresciuta esponenzialmente e, altrettanto repentinamente, è scesa la capacità di mettere in discussione tali diktat  del pensiero. Sarebbe quindi qui che risiede la matrice di tutto ciò: nella famosa categoria degli “intellettuali” e specialmente di quegli intellettuali che operano sempre più sotto le sembianze di formatori d’opinione. Giornalisti, politici, industriali, uomini e donne dello spettacolo, scrittori, artisti e chiunque altro riesca ad avere un ascendente tanto forte sulla mente di chi gli è affianco da poterne paralizzare la coscienza e manipolare il modo di pensare.

Gli intellettuali di casa nostra, si sa, sono pienamente (forse anche consapevolmente) funzionali a questo processo di svilimento della cultura italiana e del sentimento nazionale: reportage, articoli di giornale, convegni e rassegne sono i principali mezzi attraverso i quali si instilla nell’opinione pubblica questa cosiddetta “esterofilia dilagante”. Prende sempre più piede nelle coscienze, soprattutto nelle fasce d’età più giovani, la concezione che solo ciò che esiste al di fuori dei confini nazionali può essere accettato e accolto come portatore di progresso e di apertura mentale. Al contrario qualsiasi cosa mantenga anche una minima parvenza di legame con la cultura nazionale italiana viene vista come veicolo del germe del bigottismo e dell’arretratezza intellettuale che, secondo questo modo di vedere, sono i principali prodotti della scena culturale italiana e sarebbero endemiche nella popolazione del Belpaese. Inutile dire che da qui per arrivare a discorsi disfattisti e inconcludenti (oltre che dannosissimi) il passo è breve, brevissimo. Anzi, l’abbiamo già compiuto!

Ma tutto ciò è riscontrabile nella realtà di tutti i giorni? O basterebbe non più di una mezz’ora per far cadere nel dimenticatoio e nell’irrilevanza la tematica discussa finora? Guardandosi intorno di certo le peculiarità esterofile  non mancano ma anzi sono così radicate ormai da farci credere che esse siano da sempre appartenute al nostro bagaglio culturale: esaminando, ad esempio, il comparto lessicale degli ultimi decenni della lingua italiana si può notare come l’italiano sia una delle lingue più facilmente inclini ad accogliere quantità enormi di lemmi e modi di dire tipici di altre nazioni e culture, principalmente inglese. Col consenso e col beneplacito di linguisti che approvano e incentivano le modificazioni lessicali e di giornalisti e intellettuali in genere che non si fanno aspettare per sfoggiare questi nuovi arrivi della lingua italiana. Facendoli entrare nella quotidianità di chiunque e nel loro conseguente utilizzo. In linea di massima comunque questo processo di svilimento avvolge e coinvolge tutto il panorama culturale italiano, non solo l’apparato linguistico, distruggendolo in funzione di un non ben definito culturame internazionale.

Risulta ben evidente quindi il fortissimo ruolo politico che giocano gli intellettuali di una nazione: ruolo che può anche essere nefasto e dannosissimo per gli interessi nazionali che coincidono sempre meno con gli interessi delle masse troppo impegnate a guardare al di là della siepe per vedere che, da questa parte, lo scenario è caotico. Spetta dunque a questi formatori d’opinione il dovere di raccogliere e convogliare in modo sano ed etico le energie nazionali di cui disponiamo (particolarmente le più giovani e fresche) verso interessi comuni nazionali ben individuati e condivisi, e anche il compito di contribuire alla restaurazione di un sentimento nazionale ormai distrutto e abbandonato dalle masse.