È noto che la forma dell’ala della Nike di Samotracia, da un po’ di anni a questa parte, è divenuta il simbolo del principale marchio di abbigliamento sportivo a livello internazionale, il quale dalla celeberrima statua greca ha preso addirittura il nome (Nike, vittoria). Su questa ala di successo, tutti quanti (i clienti, si intende) sono invitati a salire. Una fenomenologia della retorica sportiva contemporanea mostra immediatamente come multinazionali, sponsor e brand, per mezzo delle forme magniloquenti tipiche di questa retorica, diffondano il verbo del successo come una promessa – la quale è una promessa per tutti. Tutti sono raggiunti dalle vie di questa retorica, a tutti viene ricordato, ad esempio, che “il primo non segue mai”, o che “ci saranno nemici (haters)”, o che “si gioca per la gloria”. Tutti sono partecipi, tutti sono chiamati in causa in questa battaglia virtuale da combattere contro un nemico indefinito. Il per tutti è dunque carattere peculiare di questa retorica, e allo stesso tempo il suo oggetto, ovvero ciò che viene promesso, venduto, è un per pochi, per i migliori (o il migliore). In questa apparente contraddizione si gioca tutto il suo successo. Nemmeno un profeta del calibro di Nietzsche arrivò così lontano da immaginare il miracolo compiuto dalla nostra epoca: essa è riuscita a mettere in vendita l’agonismo, a commerciare e massificare l’aristocratica volontà di potenza.

Questa specie di retorica vorrebbe presentarsi come portatrice di una sorta di emancipazione, in quanto invita l’individuo a superare se stesso, a combattere. È interessante osservare come risulti essere esattamente il contrario. La retorica sportiva è alienazione, è la promessa di un successo virtuale che risulta immediatamente appagante nel momento stesso in cui viene pronunciata, poiché ad ogni individuo è già garantito il successo. È tuttavia lo sport stesso a mostrare che il successo acquista valore (e dunque diviene tale, ovvero successo, in quanto appropriazione di valore, di superiorità) esattamente per negazione: il vincitore è tale per esito di una dialettica che ha determinato degli sconfitti, e non è pensabile che vi sia un vincitore senza che vi siano sconfitti. Al contrario, il valore della vittoria è inversamente proporzionale all’entità degli sconfitti. La vittoria che promettono gli slogan non ha valore, precisamente per il fatto che è una vittoria per tutti. La retorica sportiva è dunque alienazione in quanto illusione: dietro di essa vi è soltanto un comodo appagamento, il quale è simulazione di una dialettica agonistica, nonché eliminazione di ogni dialettica, di ogni competizione, di ogni valore. La falsa promessa di potenza di questa retorica è smentita dalle forme della potenza stessa. L’agonismo smerciato dalle multinazionali è, più che altro, una caricatura dell’agonismo.

È così che nello sport vediamo incarnarsi lo spirito dei tempi. Questo tipo di retorica è forse il sottoprodotto più eloquente dell’epoca contemporanea e dell’esaltazione incondizionata della soggettività che ne costituisce uno dei tratti più peculiari. È la versione circoscritta ed enfatizzata della subdola retorica democratica, della promessa di valore en masse che percorre tutta l’età postmoderna, della svalutazione totale del singolo travestita da sua valorizzazione, dell’omologazione mascherata da individualismo. Nell’agonismo degli stadi, insieme a tutto ciò che vi sta intorno, leggiamo il postmoderno. Di ciò non bisognerebbe stupirsi: l’agonismo, in quanto massima concrezione, condensazione ed esplicitazione del volere umano e delle sue dinamiche, dovrebbe costituire un oggetto di riflessione privilegiato di ogni cultura, e di quella corrente in particolare. Gli intellettuali, tuttavia, preferiscono pensare ad altro (con qualche eccezione: Foster Wallace, ad esempio). Non cogliere le forme storiche nelle quali si struttura la volontà dell’uomo significa precisamente non cogliere l’uomo. Gli intellettuali arrancano colpevolmente dietro l’epoca contemporanea, non riescono a tenerne il passo. La nostra è l’epoca nella quale, forse più che in ogni altra, la coscienza è drammaticamente in ritardo rispetto al presente.