Attenzione: quella che si andrà a sostenere è una posizione altamente impopolare. Studiosi dal piglio serio, nostalgici del razionamento della cultura, crociati dell’elitarietà del sapere, pretesi intellettuali, siete allertati. E come si dice: uomo avvisato…  

È più di qualche giorno che sulla Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza campeggia un Cicerone centralinista. Locandine che rappresentano il busto marmoreo di Cicerone arricchito con dettagli gold (papillon e cuffie immense) intendono pubblicizzare una scuola di lingua denominata “Latino Vivo” che promette, expressis verbis, di “capire il latino anche senza tradurre”. Impossibile non farvi caso data la grande messe di locandine affisse, la cui immagine senz’altro non tradisce buon gusto. L’effetto (forse volutamente) straniante che crea è tale che non si esagera nel dire che più la si guarda più la si trova agghiacciante. Inoltre la frase che funziona da motto pubblicitario non lascia indifferenti quanti, vocabolari al seguito, abbiano sudato su grammatiche ed eserciziari per apprendere le lingue antiche. Di fronte alla promessa di un apprendimento privo delle fatiche della traduzione, si rimane legittimamente perplessi facendo di contro fede alla (giustamente) rigida disciplina impartita al liceo. I più temibili professori di ginnasio amano spesso introdurre la prima lezione di latino e greco utilizzando l’aggettivo “morte” riferito a queste lingue. Solitamente utilizzato da modernisti detrattori, desiderosi di svilire l’utilità delle lingue antiche in virtù di una loro mancata spendibilità nel presente, tale aggettivo viene usato dai professori in maniera caratterizzante per sottolineare al contrario, la dignità di un tipo di studi prettamente antiquario e per marcare al contempo l’imprescindibilità della pratica della traduzione, banco di prova unico, mezzo e fine di tal tipo di conoscenze.

Al contrario, il metodo di apprendimento naturale, sperimentato dal linguista danese Ørberg e trapiantato in Italia da Miraglia e Borri intende proporre un apprendimento basato sull’usus, proponendo la conoscenza delle regole grammaticali fruendo direttamente testi in lingua, senza lo studio mnemonico tradizionale. Più che mirare ad una precisa competenza di traduzione del testo, l’obiettivo del metodo sembra essere quello di fornire una familiarità con la lingua che permetta l’immediata comprensione dei testi scritti. Le reazioni esasperate di molti studenti latinisti e (per solidarietà) anche grecisti di fronte alla sponsorizzazione di questo metodo ha da dirci qualcosa che esula l’ambito accademico o meglio, che lo riguarda non nei suoi conseguimenti scientifici ma nei suoi aspetti antropologici. Colleghi, invece di star lì a rimuginare su cosa è quel volantino (è una vergogna, è inaudito, è ridicolo etc.) chiediamoci cosa non è – perché è chiaro che si tratta di una pubblicizzazione che volutamente gioca sulla esasperazione, sull’ aprosdoketon (inaspettato), sulla negazione dell’antico, del morto, dell’intoccabile, e sulla volontà pubblicitaria di rivisitarlo stravolgendolo per renderlo percepibile come vivo, attualizzabile, reinterpretabile, moderno. Non è una minaccia, non è un pericolo, non è un rischio per gli studi classici: è impossibile legittimare come coppia antinomica l’eresia estetica del Cicerone centralinista contrapposto al classico Cicerone. Una scuola come “latino vivo” non può opporsi in modo valido alla consuetudo affermata negli studi dalla tradizione, non può esserne sostituzione,  non può assurgere a nuovo modus operandi per chi ha a che fare con queste materie. Sembra essere un metodo, una scuola come tante, una proposta. Di tutto questo ne siamo ben coscienti. Perché allora tanto scalpore? Di scandaloso non c’è molto altro al di là della cuffia dorata che rende Cicerone moderno zimbello della praticità e del praticismo (su questo certo, siamo d’accordo).

Le urla più disperate sembrano gridare “al ladro” perché si sentono derubate del primato del possesso della cultura, “vergogna” perché qualcuno osa trascinare fuori dal recinto accademico, in veste che all’apparenza è semplificata perché a scopo divulgativo, una materia che invece si vorrebbe rinchiudere in una turris eburnea. Che l’ambito accademico, i suoi conseguimenti scientifici, i suoi strumenti, i suoi metodi di studio, la sua tradizione siano intoccabili questo è fuori discussione. Lascia un po’ perplesso però l’atteggiamento forzatamente snobbistico di quanti sembrano incapaci di vivere questo con serenità, rendendo così insanabile il dissidio tra erudizione e divulgazione. Incapaci di trovare un equilibrio, non sembrano tanto migliori dei metodi che attaccano tacciandoli di faciloneria. Bisognerebbe di certo sperimentare questo nuovo metodo di apprendimento per poterne giudicare la validità, per prenderne le accuse o le difese. A priori si potrebbe però avere un atteggiamento propositivo, verso ciò che forse potrebbe configurarsi come un modo di divulgazione della materia, un potenziale allargamento della cerchia dei fruitori (non accademici) di testi latini invece che denunciare l’usurpazione di ciò che è proprio. I rischi in agguato sono quelli della superficializzazione, della banalizzazione, della scarsa competenza ed è giusto difendersene. Questi sono però presenti anche altrove, nello scarso interesse e nell’incompetenza ad esempio, cosa che rende disonesto tacciare i nuovi metodi come causa prima dello snaturamento di una tradizione.

Quelli la cui sensibilità è rimasta particolarmente urtata non solo dalla forma ma dal contenuto dei manifesti sopra citati sembrano sostenere un atteggiamento che è ben lontano dal difendere dalla corruttela il Latino e la sua tradizione di studi. Non fanno infatti altro che difendere se stessi dal pericolo di un allargamento della conoscenza, rivendicando la pretesa di una assoluta non condivisione, come se l’esclusività della conoscenza rivendicata con le unghie e con i denti sia un valore aggiunto. Gli stessi saranno poi favorevoli ad una democratizzazione della cultura, all’apertura di nuovi centri culturali, alle campagne di alfabetizzazione in paesi stranieri, insomma a tutto ciò che permette agli altri di conoscere ad un gradino sempre più in basso del proprio. Ecco la falsità di chi invece che conoscere, ha bisogno di possedere conoscenza per derivarne uno status da esibire, per gloriarsi di essere addidato come “colui che sa” da ignoranti in materia. La grettezza di chi più apprende, più ha bisogno di ignoranti che legittimino il suo sapere.

Non amo nimium diligentes direbbero loro senza tradurre, tanto per far pesare a chi non capisce il latino la loro erudizione. “Non prediligo le persone troppo zelanti” meglio dire, palesando a tutti Cicerone.