Si voti quel che si vuole. Ma il vero contributo non sarà venuto dall’aver apposto una crocetta sul “sì” o sul “no”, ma dal non avere contribuito alla sostanza antidemocratica di questa Italietta di inizio XXI secolo. La democrazia, benché non possa darsi senza suffragio universale e senza lo schierarsi di ciascuno, non si riduce a questi elementi: la democrazia non si riduce al volere della maggioranza, non si riduce alla partitocrazia. Non ha ragione chi vince, ma chi, attraverso il confronto, sarà riuscito a svolgere le migliori argomentazioni. Se le argomentazioni non vengono svolte, allora non ci sarà stata vittoria di nessuno. Ci sarà qualcuno che governa, ma con una legittimità povera. La povertà della legittimazione è quel che caratterizza le democrazie fittizie di questo inizio di secolo. Lo sviluppo delle argomentazioni produce infatti una consapevolezza trasversale, un aumento del senso democratico della propria comunità, un’unità di scopi nell’accettazione delle differenze che vanno messe alla prova – dell’argomentazione prima, dei fatti poi. La politica, come la vita, è un esperimento. Invece la politica dell’Occidente finora ha conosciuto perlopiù scontri tra classi, scontri tra partiti; ora, pare, tra fazioni dall’identità evanescente, volubile come l’andamento della borsa, come le sensazioni di una folla. Dopo lo slancio post ’89 si è iniziato ad additare i fallimenti della classe politica, senza prospettiva e corrotta, per poi iniziare la campagna contro di essa – contro la politica stessa. Sì che le prospettive ancora mancano, il confronto sembra volatilizzato e, a rimanere, è uno sterile scontro. Così l’Europa dà l’impressione di disgregarsi, perché non è un progetto, un ideale, ma un mezzo per  capricci e convenienze passeggere. Così gli Stati Uniti – la più grande democrazia del mondo, si dice, sic! – propongono polemiche da quartiere e soluzioni con una lungimiranza massima del dopodomani. Avremo recato beneficio alla Costituzione, all’essenza della nostra Repubblica democratica, se non contribuissimo alla deriva alla quale tristemente assistiamo. Facciamo del bene alla Repubblica costituzionale quando attacchiamo meno e ascoltiamo di più; quando non parliamo di persone, ma di idee; quando, mentre invochiamo un diritto, sottolineiamo un nostro dovere. Quando mostriamo agli altri, con l’esempio, ciò che ci aspetteremmo da loro, come vorremmo l’Italia del futuro, l’avvenire dell’Occidente.

La forma è sostanza e la sostanza che conduce al Referendum sbigottisce

Esso è proposto da un parlamento raffazzonato, che segue a una legge unanimemente definita una “porcata”, voluta e propagandata da ministri e protagonisti della maggioranza che giorno dopo giorno hanno perso pezzi di credibilità (quelli che potevano averne una). La Corte costituzionale ha dichiarato la legge incostituzionale ed è il parlamento eletto con una legge incostituzionale a proporre la riforma della Costituzione. È vero che la stessa Corte dichiara il parlamento legittimo, ma solo perché uno Stato non può rimanere senza un parlamento, affinché venga garantita la ovvia e necessaria continuità istituzionale. La sostanza è questa: il parlamento è stato eletto da una legge illegittima.

costituzione-de-nicola-de-gasperi_650x447

Dalla firma della Costituzione elaborata da una classe politica impareggiabile ad oggi pare trascorso un millennio

Addentrandoci ancor più, la dinamica che ci ha accompagnato fin qui non è meno allucinante: abbiamo una riforma presentata (prima) e non presentata (poi) nel binomio con la legge elettorale; il governo che la propaganda lamenta la lentezza dell’iter parlamentare e si vanta della celerità con la quale fa le riforme; si lega l’approvazione della riforma alle sorti del governo, per poi smentirne il legame. Si indica l’importanza dell’esito positivo del referendum per la credibilità dell’Italia in Europa, sostenendo in seguito che il Referendum riguarda l’Italia soltanto e che si debba  far risultare il “sì” o il “no” dal calcolo tra vantaggi e svantaggi che la modifica potrebbe arrecare. Ecco, appunto, l’esito del Referendum sarà comunque di poco conto se non torneremo a una rinnovata vita politica, se non ritorneremo sui nostri passi; se non capiremo che non è la lettera morta di una legge a cambiare le sorti di un paese, ma lo spirito e la prassi della quotidianità: ovvero come ci siamo comportati in questi mesi, come ci comporteremo nell’avvenire.