In questi giorni la figura autorevole di Pierpaolo Pasolini, data l’occasione del quarantesimo anniversario dalla sua morte, è stata oggetto di dibattito e di riscoperta da parte di innumerevoli versanti mediatici e culturali. Attorno a quel profondo intellettuale, anticonformista, attento alle dinamiche storiche del suo tempo e del tutto insofferente nei riguardi della spinta borghese e liberale che l’Italia del suo tempo stava seguendo, si è ormai creato un vero e proprio circuito di idolatria superficiale e retorica, distribuita, spesso, anche dalle espressioni della nostra società che hanno fatto della divinizzazione di forma un modo per ritagliarsi, di certo, uno spazio di risalto all’interno del circolo mediatico. Pasolini, tuttavia, al di là delle retoriche sterili, dei luoghi comuni adottati dalla sinistra liberale ed ormai anti-marxista, fu, nella sua profondità, uno tra i più acuti analisti dei rapporti sociali, politici e culturali del suo tempo, uno tra i più scomodi critici di quegli spazi intellettuali dell’Italia del tempo (di quell’Italia che, dall’immediato dopoguerra, si apprestava a compiere il passaggio da una struttura di stampo agricolo ad una struttura maggiormente industrializzata), antenati immediati di quelle attuali cricche di benpensanti che, se Pasolini avesse avuto la possibilità di conoscere, non sarebbero, certamente, stati immuni dalle sue argomentate critiche.

Pasolini fu indubbiamente un personaggio dalla raffinatissima sensibilità artistica, con uno spiccato amore per l’indipendenza, una spietata avversione nei riguardi dell’autoritarismo del politicamente corretto del tempo, attaccato a quel popolano spirito del popolo italiano e delle componenti agricole della società che, a partire dal processo di sviluppo economico e di progressiva americanizzazione dei costumi, stava disperdendosi nelle coscienze e nei rapporti di potere, di linguaggio e di relazione in generale. Nelle sue opere cinematografiche, come nei suoi scritti, nel suo stile culturale, emergeva quella visione puramente marxista che si annidava nel suo pensiero, quell’odio per il formalismo e l’eccesso delle classi borghesi, tanto che il suo stile comunicativo, servendosi talvolta anche dell’uso del dialetto, ambiva alla semplicità, alla distruzione dell’orpello, di modo da imprimere nell’opera d’arte e di comunicare al fruitore tutta la semplicità del mondo contadino e popolano. L’Italia che si poneva dinnanzi agli occhi di Pasolini, era, infatti, un’Italia che stava gradualmente perdendo tutta la sua personalità regionalistica, tutta la sua veridicità delle origini, che stava rinnegando le proprie tradizioni, i propri usi e costumi, il proprio spirito popolano (costellato anche di misticismo e spiritualismo), e si stava sempre più consegnando ad un mondo artificiale, tecnicizzato e globalizzato.

Nelle principali pellicole di Pasolini, compare, inoltre, una forte esaltazione della corporeità, quasi come se volesse accentuare l’istintualità animale che si annida nelle pratiche quotidiane degli esseri umani, quell’istintualità che si rende  più manifesta e meno inibita più si procede verso i gradini più bassi della società. Perché il popolo, quello meno colto ed ancora legato alla natura de-artificializzata, è maggiormente libero, rispetto alle classi borghesi. Frequenti sono le scene di nudo presenti nelle pellicole di Pasolini, poiché la nudità, in qualche modo, rappresenta l’espressione massima di quel primitivismo che ancora, al di là degli interventi degli istituti sociali storici sulle coscienze degli individui, si insidia nell’inconscio di ogni essere umano. Gli attori scelti da Pasolini, spesso, erano uomini e donne del popolo e non attori professionisti, in quanto, nel suo modo di concepire l’arte e la vita, soltanto un autentico popolano avrebbe potuto interpretare al meglio quel realismo puro ch’egli voleva imprimere nei suoi capolavori. Questo forte amore per lo spirito popolare, per la semplicità dell’essenza naturale delle cose, per le tradizioni, per gli aspetti religiosi e talvolta anche superstiziosi della vita di una certa società, in Pasolini, rappresentava l’amore per un’Italia che, ormai, stava rinnegando tutto questo, abbandonando gli aspetti bucolici dell’esistenza e consegnandosi sempre più palesemente al mercato globale e alla tecnocrazia economica. Pasolini faceva notare questo passaggio socio-antropologico anche a partire dai mutamenti che la lingua italiana stessa stava assumendo, la quale, da lingua letteraria stava divenendo una lingua tecnica. Egli, infatti, evidenziava che l’assetto complessivo della lingua italiana stava iniziando ad assorbire nuovi vocaboli che, concettualmente, rimandavano al mondo dei processi tecnologici e la cui origine etimologica derivava proprio dal mondo dell’industria e dei commerci e non dall’azione creatrice di letterati o intellettuali. L’italiano, a differenza del dialetto (lingua utilizzata nell’ambito popolare e non accademico), era una lingua nata esclusivamente nel contesto letterario, ma i nuovi vocaboli che stavano entrando nel patrimonio ufficiale della lingua non erano più un prodotto della cultura ma di neologismi adottati nell’ambito dei rapporti di commercio. L’Italia, per come la vedeva Pasolini, era una patria ormai totalmente dipendente dalle influenze della globalizzazione, dei mercati internazionali, che si stava avviando verso un processo di annullamento totale della propria identità e delle proprie radici, che si stava  devitalizzando e de-virilizzando, consegnandosi alla mollezza dei costumi borghesi filo-liberali.

L’Italia vista dal suo saggio acume e dalla sua mai banale prospettiva era una società ormai satura di conformismo, figlia diretta del processo di progressiva massificazione dei costumi di cui l’intera società mondiale post-bellica era vittima. Pasolini, nonostante si dichiarò sempre (fino alla morte), comunista marxista, si pose, spesso, in una condizione di critica nei confronti della sinistra dell’epoca, la quale iniziava sempre più a smarrire la sua matrice proletaria delle origini. Egli, durante le sue prime fasi,contestò i movimenti studenteschi del Sessantotto, simpatizzando invece per le forze di polizia (rappresentanti, a suo dire, del vero proletariato) poiché li interpretava come risultato immediato di quel processo di conformismo di massa e di imborghesimento della società di cui parlava, dal momento che la maggior parte dei giovani che scendevano in piazza per contestare il sistema altro non erano (a suo dire) che i rampolli diretti della benestante borghesia italiana. Pasolini temeva che dietro le rivendicazioni sociali degli studenti vi fosse, in realtà, una profonda sudditanza rispetto alla società mercificata e liberale. Pasolini, inoltre, odiava quella carica di misticismo laico e simbolismo fanatico di quella sinistra, vittima dell’ideologismo e della retorica sterile dell’antifascismo, a vantaggio dell’enfatizzazione (molto anti-storica) del mito della resistenza. Celebre é la sua poesia in dialetto friulano, intitolata  “Saluto e augurio”, all’interno della quale, criticando il costume dei cosiddetti “capelloni” con la barba lunga, si rivolgeva ad un giovane fascista, coi capelli invece corti, invitandolo a difendere la tradizione, l’identità comunitarista, la storia ed i valori del proletariato.

I suoi atteggiamenti di conflitto nei riguardi della società del tempo, la sua critica anche alle aree più estreme della sinistra radicale lo resero indubbiamente un personaggio scomodo, e le sue analisi intorno al contesto socio-politico del tempo lo resero un brillante profeta di una società che stava mutando e che si stava sempre più passivamente consegnando ad una globalizzazione spietata e distruttiva. Pasolini, indubbiamente, seppe cogliere quella profonda scollatura antropologica che l’Italia stava subendo tra identità e tradizione e conformismo di massa.