Il servizio militare in Italia venne sospeso nel 2005, tra l’indifferenza e la generale soddisfazione dei più: l’ultima classe a ricevere la famigerata cartolina precetto rosa fu la 1985. La naja, compagna più o meno gradita di generazioni di Italiani, veniva mandata in soffitta in favore della professionalizzazione e l’ammodernamento delle Forze Armate. Introdotta nel 1861, si impose su culture e tradizioni diverse, cementando nelle camerate e nei servizi di guardia la malferma costruzione unitaria. Dopo due conflitti mondiali, una guerra fredda, venne il tempo del suo pensionamento. Che senso aveva, nel XXI secolo, mantenere un esercito di massa, poco e male addestrato, composto da coscritti che non aspettavano altro che finire l’anno di leva e tornare alla vita civile? Nessuno.

Chi – come il sottoscritto – ha annusato, almeno per un giorno, l’aria di una caserma, chi ha indossato la divisa e le stellette, sa perfettamente che la vita militare non può non essere scelta volontaria in seguito a una decisa e forte volontà personale, suffragata da una certa predisposizione mentale ed emozionale. Imporre con la forza dell’obbligo giuridico un’esperienza simile, anche se di durata limitata, non è giustificabile da alcun punto di vista. Eppure, ciclicamente, la proposta di reintrodurre l’anno di leva appare nello scenario politico italiano. I favorevoli affermano che i ventenni di oggi sono senza rispetto, non conoscono il sacrificio, trasgrediscono ogni regola, ignorano le più basilari norme di rispetto e buona educazione. Dunque? Dove evidentemente ha fallito la famiglia e la società, essi credono che deve e può agire, come extrema ratio, la Forza Armata? Crediamo proprio di no.
Un reggimento non è un asilo, un sergente istruttore non è una maestra elementare: indossare l’uniforme, parimenti, non significa mettersi addosso il grembiule da scolaro, ammesso ancora che qualche scuola lo utilizzi. Il servizio militare, così come inteso dalla Costituzione all’art. 52, è un dovere morale che il cittadino Italiano, in quanto tale, ha verso la propria Patria: se si corrompe, se diviene un  comodo ricettacolo a cui delegare i compiti educativi, se diviene un serbatoio dove impiegare i disoccupati, perde completamente di significato. In tal senso ha più dignità sospendere la pratica della coscrizione piuttosto che continuare testardamente a praticarla, per ottenere in cambio najoni imboscati e annoiati.

Se il figlio di papà o il sottoproletario sono divenuti degli automi vili e incapaci di pensare, lobotomizzati dai media e dalle mode angloamericane, il problema non è certo causato dalla mancanza del servizio militare. D’altronde,  reintrodurre la leva per migliorare il carattere e la condizione della gioventù e continuare, al contempo, a distruggere e smantellare l’identità Italiana costituirebbe un evidente nonsense.  Non sarebbe né il primo né l’ultimo.
Beninteso, la leva ha svolto la funzione che lo stato gli richiedeva: in un tempo in cui andare nella provincia vicina era considerato un viaggio epico, la naja riuscì a far conoscere agli italiani il proprio paese, favorendo il contatto tra regioni, mentalità e dialetti altrimenti irraggiungibili. Un secolo prima della televisione, ha “fatto gli italiani”. Proprio per questo, già nel dopoguerra, era divenuta anacronistica.

Riproporla oggi, è francamente assurdo: non per altro, si stenterebbe a trovare l’Italia, prima che gli italiani. E se Prezzolini nel suo L’Italia finisce. Ecco quel che resta scrisse la Storia d’Italia, affermando che l’unità nazionale si sia definitivamente compiuta attraverso la televisione (per il fattore linguistico) e la cucina (per il fattore alimentare), ora che l’Italia è “finita”, non possiamo constatare – amaramente – che l’esercito non resta.