“Tutte le strade portano a Roma”, recita il detto. L’inestricabile arcano infatti si presenta appena giunti alle porte della capitale.
Tra le tante cagate del Leader Maximo leghista, Umberto primo il Padano, una era senza dubbio Vangelo: “Roma è tentacolare”. Due linee metropolitane, una con i tempi d’attesa d’un regionale del profondo sud. Un trasporto su gomma che funziona a singhiozzo, servendo in orario e con continuità solo sparute aree della città, evidentemente baciate da Dike e dal prestigio della borghesia che vi risiede.  La macchina?! Neanche a pensarci. Nella giungla senza regole del il traffico capitolino, è dura uscire vivi. Per non parlare poi dell’Odissiaca ricerca del parcheggio, senza dubbio l’ultima impresa eroica della modernità. E come dice Brecht: “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”, nel nostro caso di automobilisti.

Il Sabato però, di solito, la furia cittadina concede qualche sconto. Gli uffici sono chiusi, i bimbi sono a casa e il weekend trascina via una parte del vortice della congestione feriale, illudendo gli inquilini della capitale di vivere in una città normale.
Questa mattina però in viale Libia l’atmosfera è più assopita del solito. Il viavai consueto della via dello shopping del quartiere Africano, dono dell’edilizia ducesca alla classe impiegatizia del regime, é sostituito da un andare lento, a tratti quasi guardingo. Non si vedono le solite matrone romane: le cinquantenni in trench e jeans aderenti, fiore all’occhiello della fauna locale, note alle moderne cronache con l’anglofono appellativo di MILF ( mamma che mi piacerebbe fo…). Le ragazzine non fanno la fila presso i loro nuovi idoli alimentari : venditori di patatine fritte in cartocci giganti, smerciatori sani di patologie varie ed eventuali – altro che carne rossa! -. Niente signore ai lati degli ultimi alimentari rimasti, a fare incetta di leccornie per gli imminenti pranzi domenicali. Con l’interrogativo dello spopolamento in testa mi dirigo verso la stazione metro, senza riuscire a trovare una plausibile spiegazione al fenomeno, che non sia una repentina conversione della popolazione alla fede ebraica. Forse un esodo collettivo lungo il Tevere, verso la splendida Sinagoga Romana. Ma evaporata via dalla testa l’ipotesi dell’apostasia diffusa, mi accorgo che la causa è molto più elementare di quanto creda. DAESH, o come diavolo lo chiamano adesso. L’Isis insomma. La paura per gli attentati di Parigi  è ancora fresca e la gente preferisce la svilente programmazione mattutina di RaiUno al posto di una passeggiata in centro. Poco male, più posto per me.

Scendo le scale mobili, passando in mezzo a quattro militari all’entrata, con dei fucili scintillanti tra le mani. Arrivo finalmente giù dopo la miriade di scale della stazione Libia. Ad accogliermi altri militari, stavolta sono sei. In metro suona uno splendido pezzo dei Beach Boys: “Good Vibrations”, lo canticchio nell’attesa del treno. Di botto la musica si stacca, lasciando il posto ad  una specie di allarme e una voce ci invita ad uscire dalla stazione per problemi ai treni. I militari ci incitano non senza agitazione a recarci immediatamente all’uscita della metro. Il mio pensiero va a quelle maledette scale . Per fortuna siamo in pochi nella stazione, non ci sono signore anziane. Una volta usciti, subito ci rendiamo conto che si tratta di un possibile attacco bomba dell’Isis. Comincio a sentirmi mangiato dai rimorsi, fino a un attimo prima nella mia mente sbeffeggiavo i fifoni rimasti a casa e ora sono qui, a rischiare la vita per una passeggiata in centro, solo per vedere la fontana di Trevi ristrutturata. Preso dal panico post adrenalina mi allontano dalla stazione. Entro dal primo venditore di patatine e ordine un cartoccio grande con maionese e salsa al cheddar. Mentre mangio nervosamente cammino verso casa, cercando di pensare ad altro. Chissà di cosa parleranno oggi su Linea Blu. Finalmente arrivato a casa accendo la tv. Su RaiUno, il volto di Giorgino, meno rassicurante del solito, dice che si è trattato di un falso allarme. Rilassato, finalmente sul divano, impugno il telecomando. Su Italia Uno c’è una maratona di Mamma ho perso l’aereo. Mi sa proprio che la fontana di Trevi può aspettare.