A meno di un anno di distanza, l’Europa torna a piangere i propri figli. Era il 7 Gennaio, quando le sedi del giornale satirico Charlie Hebdo furono prese d’assalto da un gruppo di fanatici. Il 13 Novembre, meno di un anno dopo, la Francia torna a tingersi di sangue innocente di fronte alla furia omicida degli islamisti. Nonostante i proclami di guerra, i raid aerei e gli appelli ad una fantomatica fratellanza europea, la Francia trema come una foglia in autunno. L’Europa vacilla, benché ne dicano i suoi leader con gli hashtag #noinonabbiamopaura. Noi chi, del resto?
Venerdì notte, il paese d’oltralpe si è ritrovato nel coas, con scene da guerra civile. Conflitti a fuoco, esplosioni, kamikaze, il tutto magicamente orchestrato da un commando di otto terroristi, in maggioranza cittadini francesi. Fatti che farebbero pensare più a dei prodromi di un conflitto interno, che a degli atti terroristici. L’Occidente è stato abituato a pensare all’ISIS come ad una minaccia esogena, localizzata in una determinata area geografica, che molti non avrebbero nemmeno saputo individuare su un atlante. I fatti di Parigi hanno invece mostrato che la minaccia è interna e che come una progenie incancrenita si è riversata nelle strade di quel continente che le aveva dato i natali.

Venerdì scorso, il fuoco dei miliziani ha illuminato le contraddizioni della coalizione occidentale in Siria. Essa, infatti, non può sperare di sconfiggere la minaccia islamista soltanto attraverso i missili su Raqqa – capitale de facto del sedicente stato islamico -, ma deve far fronte anche alla minaccia di cellule terroristiche europee.
Come in un walzer della morte, l’islamismo radicale avanza ogniqualvolta l’Europa arretra. Si rafforza sulla nostra debolezza. Il vecchio continente, spogliatosi dei suoi valori, ha ceduto il passo al macabro fascino dell’ISIS. Non c’è da stupirsi che molti giovani europei, smarriti nel mondo dell’individualismo trionfante, si lascino plagiare dalle raccapriccianti parole di al Baghdadi e dei suoi accoliti. L’Occidente, ormai arido di valori, è divenuto un terreno fertile per il germe islamista che ha fatto breccia  nelle mente di qualche disadattato. Grazie alla sua struttura, lo Stato Islamico è riuscito ad insinuarsi in alcune realtà musulmane del Vecchio Continente. Il Califfato presenta, infatti, dei tratti peculiari: da un lato, si configura in Europa attraverso delle cellule trasversali che compiono azioni simili a quelle di Al-Quaida; dall’altro, invece, si presenta con una struttura statuale de facto, localizzata tra la Siria e l’Iraq. Un’organizzazione gerarchica che ha conferito stabilità al movimento. Ragion per cui, i soli bombardamenti in Siria, finiranno solo per acuire il sentimento di vendetta delle cellule europee.

Eludendo le facili soluzioni dal retrogusto fallaciano, oggi l’antidoto al dilagare del germe islamista è da rintracciarsi nell’Islam stesso, ricordando che il Califfato rappresenta innanzitutto una minaccia per gli stessi musulmani. Siamo di fronte ad un Islam in lotta con se stesso, come ha sostenuto Pietrangelo Buttafuoco. Questa religione si trova dinnanzi ad una sfida epocale per la sua sopravvivenza: o nella sua forma tradizionale, o come degenerazione wahabita.                Oggi più che mai, è divenuto necessario il dialogo con le forze islamiche tradizionali, proprio al fine di arginare il dilagare di degenerazioni che poco hanno a che fare con il Sacro. Come ha sottolineando Aleksandr Dugin, uno tra gli intellettuali più accreditati del Cremilo, è necessario tracciare una netta distinzione tra le tendenze dell’Islam: «La Russia ha utilizzato una strategia delle divisioni tra un Islam tradizionale, euroasiatico e un islam politico, artificiale e antitradizionale, antisufista. Facendo questa divisione noi siamo riusciti a separare le due rappresentazioni, appoggiando l’islam tradizionale, garantendo molte libertà ai capi tradizionali».

Come in Cecenia ieri, oggi in Siria. La Russia si presenta ancora come argine contro l’islamismo.