di Damiano Rossi

L’incapacità dell’Europa di attuare un processo d’integrazione reale deve essere ricondotta ad una erronea elaborazione del concetto di differenza nella moderna cultura occidentale. Nodo cruciale, misconosciuto in nome di una interpretazione sovrastrutturale, è l’ambiguo, sospeso e ambivalente rapporto che il pensiero contemporaneo ha intessuto con l’idealità di diverso, con il concetto di “altro”, di differente da sè. Una errata eterologia ha condotto il pensiero occidentale moderno, nell’ambito delle opposizioni metafisiche tradizionali esterno/interno, dentro/fuori, diverso/uguale ad un annullamento delle differenze oppositive in favore di una indistinta e artificiale uguaglianza omologatrice. L’Altro, in quanto possibile allergene, viene dunque eliminato dall’opposizione in favore di un unicum indifferenziato.

Il Weltanschauung moderno nega a priori l’esistenza ontologica del diverso da sé. La morte delle differenziazioni viene a costituirsi nel mancato riconoscimento dell’altro come esistente differenziale. Nulla può esistere al di fuori di una presenza pienamente cosciente a se stessa. La differenza è portatrice di caos, di poliedricità disturbante, di dissenso, minaccia di una metafisica della presenza, da qui ha origine la moderna indifferenziazione violenta. Le differenze culturali e religiose perdono il loro valore, le facies culturali sono annichilite da uno stuccante monismo pacificatore. La teoria gender mira all’eliminazione di una distinzione uomo/donna in luogo di un efebico e totale consumatore commerciale.
Il termine “integrazione” viene ad assumere in questo contesto il significato nascosto di assimilazione, dunque annullamento dell’altro.

Renè Girard con grave lucidità analizza la crisi sacrificale come crisi delle differenze. In “Violenza e Sacro “il filosofo francese individua le differenze come garanti dell’ordine culturale “Questo ordine non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro identità”. Le differenze sono dunque fondamentali per situare gli esseri gli uni rispetto agli altri, la sua perdita priva gli uomini di ogni identità, si vengono in tal modo a dissolvere tutte le forme di associazioni, decadono tutti i valori spirituali e materiali. La stessa giustizia umana spiega Girard ha le sue radici nell’ordine differenziale e soccombe con esso “L’ordine, la pace, la fecondità, riposano sulle differenze”. La giustizia stessa è squilibrio, differenziazione tra “bene” e “male.

Il pensiero moderno ha invece ripudiato istintivamente tale principio differenziale, poiché ritenuto dannoso per la costituzione di un’armonia tra gli uomini e per il raggiungimento di una uguaglianza totalizzante. Il mondo contemporaneo teme le differenze e non riesce a pensare l’indifferenziazione come violenza.  È invece la perdita stessa di queste differenze ad essere causa del disgregamento sociale e a instituire una rivalità violenta tra gli uomini. Ossimoricamente sono le battaglie per l’ottenimento di una realtà egualitaria ad aver condotto alla stessa cancellazione del concetto di diverso. Assimilando l’Altro a se stessi in nome di tale volontà indifferenziata, l’Altro percepito come entità diversa è andato perduto. L’ipocrita concezione della parità assoluta ha demonizzato il concetto stesso della differenza, misconoscendo la sua stessa esistenza. Nessuno è diverso, tutti siamo uguali. Questo è lo stolto motto che il mondo moderno grida da tempo.

Soltanto tornando a concepire l’Altro come effettiva esistenza differenziale, come “altro da sé”, come differenza,  potrà essere realizzato un reale processo d’integrazione.