Nota del caporedattore: le tesi espresse nell’articolo sono, ovviamente, idee personali dell’autore. Nella convinzione che il Lettore sia il miglior giudice di un giornale, pubblichiamo volentieri il pezzo, ben sapendo le reazioni che potranno presto o tardi scatenarsi.  

di Giuseppe Piconese

L’eterno divario che intercorre tra Nord e Sud del Paese è senza dubbio una delle questioni, anzi La questione, che da più tempo interessa il dibattito sociale e culturale italiano. Sin dall’ unificazione politica della penisola sussiste infatti la famigerata “questione meridionale” che nel corso dei decenni si è acuita sempre più fino a far generare delle sotto-culture meridionaliste che, spesso con retoriche che colpiscono più la pancia che l’intelletto, rivendicano quello che fu il meridione d’Italia sotto il regno dei Borbone, descritto come oasi di progresso e di sviluppo in qualsiasi ambito umano tristemente collocata in quello stagno di rane che è il Mediterraneo.

Ma fu vera gloria quella dei Borbone e delle Due Sicilie? Confrontando le due entità politiche protagoniste principali di quest’epoca, il regno sabaudo e quello borbonico, le discrepanze, tutte a favore del primo, sono abbastanza evidenti. Tra le piaghe che principalmente affliggevano il meridione borbonico vi erano senza dubbio l’elevatissimo tasso di analfabetismo, che toccava la cifra record del 90% della popolazione, e quella del latifondo. Metodo di gestione del territorio d’epoca feudale e molto diffuso nel meridione, il latifondo consisteva in enormi appezzamenti di suolo per la maggior parte (a volte completamente) incolti concentrati nelle mani di pochi proprietari. Si contavano infatti non più di mille famiglie nelle cui mani era concentrato il 70% del territorio coltivabile; i latifondisti non investivano le rendite derivanti dai terreni in nuovi metodi e mezzi di lavorazione o bonificando zone altrimenti improduttive, come invece accadeva nel Regno di Sardegna. Anche lo sviluppo della rete stradale non lasciava scampo a equivoci: 150 km di estensione nel meridione a fronte di 2000 km nel nord della penisola.

Inutile sottolineare quanto questa corrente di pensiero meridionalista, analogamente alla retorica del “settentrione parassitato dal meridione”sia dannosa e pericolosa. In duplice direzione: in primo luogo risulta funzionale allo sgretolamento del concetto di Nazione, che ormai a stento si tiene in piedi, e in secondo luogo è più dannosa che altro anche per gli stessi meridionali che invece dovrebbero liberarsi e affrancarsi dalla retorica del pianto antico meridionale. Invocando sempre e incessantemente nuove politiche assistenziali da parte dello Stato si rischia di cadere nell’errore storico e, quindi, di essere inconcludenti. Errore storico in quanto si sceglie di ignorare deliberatamente che, dall’unificazione in poi, non sono mancati né i benefici diretti all’economia meridionale né i piani di recupero statali: per quanto riguarda i benefici diretti si potrebbe citare l’estensione del regime liberale a tutta la penisola, Mezzogiorno compreso, eliminando la politica protezionistica dei Borbone e aprendo il mercato meridionale alla scena internazionale; agrumi, uva e olio meridionali richiamarono gli investimenti di molti compagnie estere, principalmente russe e francesi. Non mancarono neanche i numerosi piani assistenziali statali dall’unificazione al secondo dopoguerra; ma, nonostante il gettito nei confronti del meridione fosse cospicuo, il dislivello con il resto del Paese non si appianava, anzi. Tutto ciò è da attribuirsi a prerogative che sembrano essere endemiche nel meridione come la scarsa intraprendenza della classe politica, la sua corruzione, il campanilismo infruttuoso e così via.

Proprio in virtù di ciò la retorica del pianto antico meridionale che, in nome di presunte ingiustizie storiche, rivendica un occhio di riguardo nei confronti dell’ex regno borbone vittima del capitalismo sabaudo, deve essere abbandonata al più presto. Solo così il Mezzogiorno potrà affrancarsi dal vittimismo che non porta da nessuna parte e potrà fare i conti con quelle che sono le principali cause della sua arretratezza e impreparazione.