La purezza della politica s’è fatta programma. Dopo i casi mediatici sugli ultimi governi, è stato tutto un fiorire di slogan sull’onestà, sia dalla parte del palazzo e da quella della strada, che ha fatto la fortuna di rottamatori e movimentari pronti a ergersi quali personificazione della Catarsi comune e perciò morale e dunque politica. Ma già prima dei suddetti tribuni, la purezza è valsa così tanto da coordinata della politica da diventarne categoria. Che la purezza sia pensabile solo apofaticamente come assenza di purezza, ce lo ha ricordato Jankélevitch: non si può affermare di “essere puro” alla prima persona singolare dell’indicativo presente, se non al prezzo della perdita di quella purezza, così come non si può affermare agli stessi tempo, modo e persona, il verbo morire – “io sono puro” è illegittimo tanto quanto “io sono morto”, non può essere la stessa persona ad esserlo e affermarlo.

Sebbene la purezza non sia sostenibile al presente, l’impurità lo è di certo – ed è un motivo dell’attualità, qualcosa che (si) muove. S’alza il sipario, ecco la politica: invece di un semplice utilizzo dell’impurità come momento di contrasto, come diretta traduzione negativa della purezza, essa può invece essere posta come l’effetto di una decadenza o il segno di una prossima e migliore età. Qui la purezza si fa categoria politica. Di contro all’impurità presente, nascono e si scontrano la nostalgia di una purezza passata e la vocazione di una purezza futura; dove la prima ponendo un’età dell’oro la pro-pone ipso facto come da recuperare, la seconda spinge per un progresso che sia emendazione dallo stato di impurità.

Il gioco avviene fra le tre estasi del tempo, divise in presente dell’impurità e passato o futuro della purezza. Della collocazione dell’età della purezza (nel passato o nel futuro) ne va l’approccio alle cose del mondo, lo sguardo e l’azione sulla politica. Le espressioni “conservatorismo” e “progressismo” sarebbero utili alla comprensione, se non fossero già ben più che usurate. Colui che sposa un approccio di tipo reazionario si pensa come riparatore, come portatore del fardello di un peccato originale, e agisce politicamente per ritrovare quel paradiso. Egli è sì nostalgico, ma tale nostalgia non è fine a se stessa, poiché proietta verso il futuro un dovere e verso il passato un rimpianto; il suo futuro è allo stesso tempo un passato remoto. Se questo è chiamato a rigenerare, in forza di una sua rappresentazione edenica di ciò che è stato e di una catastrofe rovinosa da esorcizzare, l’altro – il progressista – vive l’impurità presente come pretesto messianico, verso un avvenire in cui realizzare l’uomo puro. In entrambi v’è il sentimento del dovere, ma è declinato in modi diversi.

Sia il reazionario che il progressista, nelle rispettive coscienze passatista e avvenierista, ritrovano nell’impurità presente la perfetta occasione dell’azione politica. Ma l’origine edenica e la richiesta messianica di futuro li intrappolano nelle maglie di una sorta di anacronismo, perché il primo e l’ultimo momento del tempo non sono fatti empirici né psicologici, ma astorici. Il paradiso perduto e l’avvenire radioso si inscrivono in un ordine metaempirico e atemporale. Quello dell’età dell’oro, di un passato migliore del presente non è un ricordo conservato nella memoria, ma una reminiscenza immemoriale, al limite frutto di testimonianza (e perciò oggetto di fede e fiducia); allo stesso modo la futura purezza, raggiungibile nelle magnifiche sorti e progressive, non è previsione empirica ma incerto sguardo profetico.

Negli affari dell’uomo – in politica – la purezza, lo si tenga a mente, non è altro che una esigenza regolatrice, una finzione normativa. Non è la purezza a essere oggetto di esperienza, ma il suo contrario. Essa, direbbe Jankélevitch, «fa ancora sentire il suo richiamo nel concerto discordante del nostro essere», regolando i nostri sforzi, calamitando la nostra azione, dando senso ai nostri valori. Non si faccia del passato e del futuro un mito, tantomeno si abbia la pretesa di “essere (politicamente) puri”: si potrebbe fare la fine dei pentastellati a Quarto, al di là di pretesti mediatici o dottrine di partito.