Nell’inaudito rivolgimento della coscienza occidentale che ha fatto seguito all’elezione di Trump, e più precisamente nel contesto di quel mea culpa, ormai quasi sentito come obbligo unanime, del cosiddetto sistema egemone di informazione e cultura, vero e proprio sconfitto dinnanzi ai fatti recenti, uno spunto interessante lo ha offerto Alessandro Baricco in un suo intervento su Repubblica. Lo scrittore ha posto l’accento su una tendenza, da lui definita «fine della mediazione», identificata quale causa fondamentale degli eventi che hanno determinato la scelta del popolo americano. Per spiegare cosa si intenda con tale espressione vale la pena di citare il lapidario sunto fornito da Michele Serra sull’Amaca di sabato: ciò che intende Baricco è che

Non ci si fida più di nessuna autorità tradizionale (politica, culturale, scientifica, giornalistica) perché la pratica e la mitologia del web fanno sentire ognuno nelle condizioni di “fare da solo”, scavalcando ciò che, a ragione o torto, è divenuto “casta”, privilegio, imbroglio.

Da qui, l’impeto popolare anti-èlite che ha portato il tycoon newyorkese alla casa bianca. Ciò che descrive Baricco è, in sostanza, una sorta di antitesi della repubblica platonica, un contesto sociale nel quale il saper fare è destituito di ogni valore, e la tecnica (intesa in un senso più inerente alla sua etimologia: il greco tèchne), ormai inestricabile rispetto alla corruzione, è immediatamente causa del risentimento delle masse, nonché avvertita come inutile a causa della consuetudine, appunto, del fare da sé, del salto di ogni anello intermedio, ogni appoggio specialistico. TripAdvisor, Airbnb, Wikipedia, Amazon, Google: ecco, secondo Baricco, alcune espressioni di questa «mossa animale», di questa preoccupante piega antropologia latente degli ultimi decenni. Il know-how è sacrificato sull’altare del facile, dell’immediato, e quest’ultimo coincide con una valorizzazione acritica della prima persona, con un innalzarsi incondizionato di ognuno di noi al rango di esperto. Il passaggio da simili forme di facilitazione quotidiana alla demolizione delle élite politiche e culturali sarebbe solo una questione di abitudine. L’intuizione, di per sé interessante, va tuttavia inquadrata in un complesso sistema di concause al quale, nella sede di un articolo di giornale (nel quale essa è apparsa), può al massimo rimandare. Analisi storiche, antropologiche, sociologiche sono implicate e anzi dovrebbero essere presupposte da un simile discorso; ignorare la complessità di quest’ultimo è, in un certo senso, a sua volta fare a meno di mediazioni, tentare di fare da sé e di semplificare. Al contrario, ora più che mai, l’unico ideale regolativo che deve essere assunto da ogni analisi è il categorico rifiuto di ogni semplificazione: l’Occidente non può più permettersi di prescindere dal complesso.

Ciò che di sfuggita si può discutere è invece il fatto che l’osservazione di Baricco non fa che inserirsi nel riconoscimento di alcuni caratteri capaci di dirci qualcosa su ciò che è divenuto l’uomo negli ultimi anni, e che più volte sono stati da noi portati alla luce e criticati. Soggettivismo incondizionato, esaltazione acritica della prima persona e sua conseguente svalutazione, ridicole forme di egualitarismo, relativismo degenerato, nichilismo in senso ampio – ecco alcuni tratti culturali postmoderni, qui elencati in modo generico e senza pretese esaustive. Ciò che Baricco chiama «fine delle mediazioni» non è altro che un’espressione in più capace di aggiungere un tassello a questo quadro sovrastrutturale, probabilmente riconducibile (come lui stesso intuisce) al mutamento postmoderno del sostrato tecnico e materiale, giacché è proprio nello sviluppo della tecnica che va rintracciata l’origine di ogni abitudine alla semplificazione e all’immediatezza, vero e proprio cancro dei tempi che condiziona anche sfere particolarmente critiche come quella dell’istruzione (ora più che mai aliena al difficile). Ma il discorso, come si è capito, è già oltre Trump e i suoi elettori, oltre il singolo paradigma del proprietario di un negozio di ferramenta in Wyoming nel quale Baricco si immedesima nel suo articolo. Esso coinvolge infatti anche l’altra parte, l’elettorato della Clinton composto in maggioranza da giovani e uomini di città, persone ben più assuefatte, per certi versi, alla semplificazione perversa causata dalla tecnologia.

Il discorso è costitutivamente al di là di ogni faziosità poiché esso riguarda la democrazia nel suo insieme, e la democrazia, infatti, non è altro che il trionfo della faziosità, il gioco delle parti.

E la democrazia postmoderna è divenuta inoltre un’inquietante apologia del facile; essa è in se stessa l’invito par exellence al salto della mediazione. Portare fino in fondo lo spunto di Baricco significa forse andare oltre le sue stesse conclusioni, e oltre le convinzioni dell’Occidente. Del resto, qualora Trump non si rivelasse essere un bene in sé, potrebbe rivelarsi una sorta di male necessario, ovvero un fondamentale elemento dialettico nella Storia, come già in questi giorni sembra evidente: mai l’Occidente, in questi anni, era stato messo così tanto in discussione, mai si era dovuto interrogare così profondamente.