Viviamo in un’epoca dove i confini si sono dilatati, ma le distanze tra le persone sono aumentate, in cui i popoli migrano, ma raramente si incontrano. La vuota retorica universalistica che grida accettiamo tutti! porta soltanto ad alzare muri, a chiudersi in se stessi, alla ricerca di un’identità ben definita. Questo accade perché quell’accettare ha una valenza passiva, totalmente immobile, disinteressata a comprendere realmente l’altro da sé. Di seguito, si parlerà di antropologia, del contatto col diverso e della percezione della differenza: chi cerca risposte direttamente politiche alla disastrosa frammentazione sociale, alle falle dell’immigrazione e al riemergere di un razzismo di stampo ottocentesco, sappia che qui non le troverà, perché di ricette pronte non ce ne sono. La prospettiva adottata sarà quella di Gérard Althabe, antropologo francese poco studiato in Italia, attraverso la presentazione del libro In campo aperto. L’antropologo nei legami del mondo, di Ferdinando Fava, suo allievo ideale.

In campo aperto. L’antropologo nei legami del mondo, di Ferdinando Fava, edito da Meltemi.

In campo aperto. L’antropologo nei legami del mondo, di Ferdinando Fava, edito da Meltemi.

Gérard Althabe, morto nel 2004 a 71 anni, è una di quelle personalità che affascina per il suo vissuto. Antropologo di professione, prima ricercatore presso l’Office de la Recherche Scientifique et Technique d’Outre-Mer, poi dal ’79 direttore della prestigiosa Ecole des Hautes Etudes en Sciences sociales di Parigi, lavora un po’ ovunque sul campo: dal Madagascar al Congo, dall’Argentina urbana post-dittatoriale alla Romania rurale post-comunista. Nel ’57, si trova a contatto con i giovani disoccupati di Poto-Poto, seguendo direttive accademiche e un approccio statistico. Pochi anni dopo, tutto quel materiale, fogli e fogli di questionari, gli sembra superfluo, in quanto incapace entrare in contatto con i soggetti studiati. Distaccandosi man mano dai paradigmi dominanti (i quali, da una parte concepiscono l’antropologo come un sociological stranger, dall’altra credono nella necessità della totale immedesimazione nella situazione analizzata) sviluppa una propria prospettiva, definita da Fava rivoluzionaria.

Se la domanda degli altri antropologi è chi dovrei essere o come devo comportarmi per interagire da ricercatore con le persone che incontro?, per Althabe diventa: chi sono io ricercatore per coloro che incontro? Da qui, la necessità di essere implicati nel contesto: l’antropologo ideale deve saper instaurare con la comunità un dialogo paritario, non mediato, mantenendo comunque la propria identità. La svolta epistemologica si compie nei villaggi rurali del Madagascar all’inizio degli anni Settanta, quando Althabe capisce che l’unico modo per entrare in contatto con la popolazione, reticente a qualsiasi contatto occidentale, è quello di sottoporsi al rito di iniziazione locale, il Trumba. Compiuto questo passo, infatti, inizia ad essere visto dagli indigeni in un modo diverso, quasi familiare. Così, può abbandonare gli odiati questionari ed avviare ricerche espressamente dialogiche.

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Trent’anni dopo il Madagascar, torna nuovamente su significato dell’implicazione, attraverso una suggestiva metafora teatrale:

L’etnologo, installandosi in una situazione locale, è proiettato su una scena dove si gioca una sceneggiatura di cui non conosce l’argomento ma in cui un ruolo gli è assegnato.

Come spiega Fava, dunque, l’implicazione comporta l’attribuzione di una posizione (secondo i rapporti di forza locali), e solamente in un secondo tempo è soggettiva e personale: «una relazione personale, dialogica, fondata sul riconoscimento della differenza, una interazione umana in senso pieno che diventa a un tempo anche crogiolo della coscienza riflessiva dell’alterità». E, per dirla con Sartre (in riferimento a L’Afrique fantôme di Leiris):

Il sociologo e il suo oggetto formano una coppia in cui ciascuno deve essere interpretato attraverso l’altro e il cui rapporto stesso deve essere decifrato come un momento della storia.

Il riferimento alla sociologia non è casuale. Il concetto di implicazione, seppur attualizzato da Atlhabe, viene teorizzato dal sociologo istituzionalista René Loureau, verso la fine degli anni Sessanta. Seppur simili, i due approcci presentano una differenza sostanziale: mentre quello sociologico ha un percorso e dei fini ben determinati fin dall’inizio, quello antropologico è del tutto variabile: invenzione sempre nuova, dialogica, non incastonabile in nessuna struttura di pensiero. L’implicazione di Althabe è praxis, azione che si compie con gli altri, dove l’unico obiettivo è quello di far parlare il vissuto. Nessun’altra meta è data.

Uno scorcio del quartiere Zen di Palermo.

Uno scorcio del quartiere Zen di Palermo.

L’autore del libro, che stiamo citando ampiamente, ha applicato direttamente questa prospettiva di indagine. Antropologo urbano, professore, conferenziere in prestigiose università del mondo e ricercatore titolare del Laboratoire Architecture Anthropologie a Parigi, Ferdinando Fava ha portato l’implicazione althabiana nel quartiere Zen di Palermo, dove ha collaborato con un istituto locale (nell’ambito del Progetto Zen), affiancandole il concetto di legame emergente, ovvero una relazione creata nel corso del tempo e, per questo, divenuta reale. Fava compie le sue ricerche a contatto con molte persone, stabilendo questo profondo legame soltanto con pochi.

Ed è naturale che sia così, perché non con tutti si può entrare in relazione profonda, perlomeno non contemporaneamente: il rapporto umano, fondato sulla comprensione dell’altro, è un qualcosa di impegnativo, che presuppone una disponibilità ad ascoltare, ad aprirsi e a confrontarsi. Vita, casalinga e occupante abusiva, gli confesserà: «quando parlo cu tia, tu nun si ni masculu ni fimmina, ma persona», a testimonianza del rapporto sincero che si è venuto a creare, lontano dalle norme quotidiane, dagli schemi prefissati e dalle etichette sociali.

Donne Nuer, forse prossime a sposarsi con un fantasma.

Donne Nuer, forse prossime a sposarsi con un fantasma.

Il testo di Fava si chiude con un riferimento alla nozione di bene interno del filosofo comunitarista Alasdair MacIntyre, secondo cui la ricerca conterrebbe, già in sé stessa, il suo fine: un’etica non soltanto della ricerca, ma anche e soprattutto nella ricerca. Perché è importante tutto ciò? Essenzialmente, per due ragioni. La prima, la più ovvia, è quella accademica. Grazie a questi approcci, si riesce ad andare oltre le costruzioni sociali, giungendo realmente alle persone, agli esseri umani, e per una disciplina che studia, letteralmente, il genere umano da un punto di vista culturale, è molto significativo. La seconda, è più sociale, fruibile da tutti, in quanto conferisce, pure ai meno implicati direttamente, una prospettiva di analisi (e giudizio) stratificata, relazionale e riflessiva: domandarci chi sono gli altri?, passando per il chi siamo noi per loro?, porta a considerare queste due entità (Noi-Loro) come un tutt’uno, in cui le differenze non si annullano, ma dialogano.

Oggi, purtroppo, per motivazioni innanzitutto sociali, questi spazi di confronto mancano, il che è paradossale in un mondo sempre più globalizzato. La globalizzazione stessa, più che possibilità di incontro tra realtà differenti, è appiattimento al paradigma dominante, ai suoi valori e ai suoi fini. Quotidianamente, siamo così tanto proiettati nella nostra visione del mondo, da considerare l’altro da noi come una massa omogenea. Raramente ci fermiamo a ragionare riguardo a quante storie, quanti vissuti, quante culture ci sono dietro quelle persone. Forse, stiamo perdendo una grande possibilità.

Per i Kalabari, le statue sono dimore degli spiriti.

Per i Kalabari, le statue sono dimore degli spiriti.

L’esempio più lampante in questo senso è l’Africa. Quell’enorme continente, verso cui, in fondo, l’Occidente sente di avere la coscienza sporca, così tanto stratificato al suo interno, quanto estraneo ai più. Parlando di africani si compie una generalizzazione spaventosa, che pretende di unificare realtà diversissime, da molti punti di vista. Del resto, si può provare a comprendere un italiano, un tedesco o un svedese, identificandolo semplicemente come europeo? E, allora, perché farlo con un continente con una storia e memoria condivisa molto inferiore a quella del Vecchio Continente?

Una raffigurazione degli uomini Azande, con scudi e arpe.

Una raffigurazione degli uomini Azande, con scudi e arpe.

In conclusione, riportiamo qualche esempio di queste diversità culturali, relative al continente africano. Gli Azande, una popolazione di circa quattro milioni di persone che vive tra Congo e Sudan, prima di parlare, accordano le arpe alla propria voce, così da accompagnare la musica alla parola. Inoltre, riconducono tutti i mali sociali agli spiriti adirati dei propri antenati, e una credenza simile è condivisa dagli Ndembu dello Zambia. I Mende della Sierra Leone compiono riti di passaggio, in cui i giovani, per poter diventare adulti, vengono lasciati nella foresta per un periodo di tempo variabile. Ancora, gli Agni in Ghana, alla morte del sovrano, mettono in scena il potere, che viene preso simbolicamente da uno schiavo: alla fine del mandato, egli può diventare il nuovo capo, o essere condannato a morte. Le donne Bijagò, in Guinea-Bissau, sono sottoposte a dei riti di possessione, per liberare le anime dei giovani morti, rimaste intrappolate nei corpi. Presso i Nuer del Sudan, si assiste al cosiddetto matrimonio col fantasma, attraverso il quale, un parente di un adulto scomparso senza figli, può prendere in sposa una donna, per dare legittimità sociale al defunto, anche dopo la morte.

In Nigeria, ci sono le donne-marito Igbo: in quanto sterili, separate dal marito, si uniscono ad un’altra donna, diventando i “padri” dei figli nati da rapporti sessuali passati, presenti o futuri. Anche la concezione dell’arte è differente: la stessa Nigeria presenta diverse modalità, se si confrontano le maschere Yoruba con le statue Kalabari. Si potrebbe continuare all’infinito. Sarebbe veramente una grande fonte di arricchimento entrare a contatto con queste realtà, essere implicati nel loro contesto, ma, per ovvi motivi, non tutti possono farlo. Quello che si può fare, quotidianamente, è andare al di là dei giudizi superficiali, delle critiche sterili e dei finti buonismi, chiedendoci: come potremmo apparire noi a chi abbiamo la pretesa di valutare?