La narrazione è uno strumento fondamentale al tempo della propaganda liquida, informe ed onnicomprensiva, fatta di hashtag, selfie e post su Facebook. Il racconto oggi si avvale di un dizionario trasformato, pieno di vocaboli piegati alle ragioni dello storytelling, svuotati del significato originale. Goebbels, al confronto, pare un dilettante visti gli eccellenti risultati raggiunti dai sempre pronti (e proni) megafoni del regime del politicamente corretto. La libertà di dibattito, elemento essenziale nella libera dialettica democratica, risulta totalmente fuorviata ed annichilita, stuprata dagli interessi faziosi, inquinata da chi, in teoria, dovrebbe animarla in continuazione.

La dinamica, temprata a lungo nelle battaglie di retroguardia  a difesa di un sistema economico-monetario (euro) fallimentare e omicida, si è oggi a tal punto rinforzata da interessare ogni campo del vivere civile, alla guisa d’un cancro che propaga metastasi nel corpo debilitato dello Stato. L’edificazione di dogmi, nel pieno della presunta era iperlibertaria, produce conseguenze mostruose, che pongono in serio pericolo le fondamenta stesse delle società europee.

In specie, il campo minato dell’immigrazione costituisce un chiaro e drammatico esempio della sopravvenuta impossibilità di critica dell’esistente,nonostante sia evidente a chiunque quanto siano false e pretestuose le fondamenta ideali del sistema. Il contributo  dei cantastorie prezzolati  diviene quindi cruciale per sostenere con il fumo delle parole vuote una struttura traballante ed irreale. Il modus operandi di costoro è lineare: confondere immigrati economici con profughi di guerra, strumentalizzare orribilmente la morte di bambini per meri fini propagandistici, ignorare le cause economiche e politiche alla base dei flussi umani, ridurre chi dissente a fascista, nazista, leghista e via discorrendo, fino a giungere all’assurdo di mutare il vocabolario. Di fatti, da almeno un paio d’anni s’usa solo e soltanto il termine migrante, come se i nigeriani o i somali sui barconi fossero assimilabili alle teorie di piumati che ogni anno si spostano in base al mutar delle stagioni. V’è del serio in questa follia.

Cambiando i termini, si sostituisce il significato originario del fenomeno con quello idealizzato e narrato dai soliti tromboni, imposto con la forza bruta del perbenismo liberale d’accatto. L’immigrato, infatti, si sposta per ragioni economiche: se il Paese che lo accoglie (o lo subisce) lo accetta, evidentemente agisce per ragioni altrettanto veniali. Assunto che l’Italia non offre le opportunità di sviluppo e d’occupazione degli Stati Uniti d’inizio ‘900, è evidente che la ragione, infame e profonda, della mercificazione dei clandestini è collegata ad un caposaldo dell’economia euroliberista: la svalutazione dei salari. Il marxiano “esercito industriale di riserva” africano, difatti, ingrassa il lauto pasto del Capitalismo transnazionale, innescando al contempo una drammatica corsa al ribasso delle già scarse retribuzioni salariali: non potendo svalutare la moneta, si scarica sul Lavoro il costo assassino delle scelte europeistiche dell’attuale classe dirigente. A ciò si aggiunga il progressivo declino demografico degl’Italiani, stroncati dalla più lunga crisi della storia patria, impossibilitati materialmente a mettere al mondo le generazioni del domani: le meravigliose sorti e progressive della società multiculturale vengono esaltate proprio per simulare, sotto gli arcobaleni dei soliti idioti, il gretto beneficio di poter sfruttare, in futuro, le moltitudini di bimbi nati da immigrati.

Con un termine all’apparenza banale, migranti, si vuole quindi stroncare ogni voce critica, celando sotto una densa e farisea massa di pietose ovvietà la realtà nuda e cruda: l’immigrazione è un crimine contro l’umanità, perché desertifica il paese di partenza e destabilizza quello d’arrivo, permettendo al contempo un inumano sfruttamento delle vite di centinaia di migliaia di persone. Il fenomeno quindi non va gestito, ma abolito, distruggendo alla radice le cause che producono miseria, fame, disperazione e degrado. Solo offrendo benessere, lavoro e dignità a milioni di esseri umani si potrà eliminare una piaga incivile e vergognosa, foriera di lutti e inedite tensioni. Abbiamo il sospetto, però, che questa resti un’utopia sognante, al tempo dell’ipercapitalismo terminale: purtroppo, mala tempora currunt.