Ne La democrazia in America Tocqueville rilevava come nei secoli democratici gli uomini si sacrificano raramente gli uni per gli altri, ma al tempo stesso, ipocritamente, sono spinti da una generale compassione. L’osservazione, forse non troppo giustificabile ai tempi in cui Tocqueville scriveva, oggi si erge nella sua imponente verità. A furia di tenersela buoni con tutti (e con tutte, cari fratelli e sorelle), si fa attenzione a non dire una parola in più – anche se una parola è troppa e due sono poche – si predica l’amore indiscriminato, l’esorcizzazione delle differenze in nome di una “medesimità” indiscriminata, il livellamento di tutti e tutti in un pantano indescrivibile che non può che destare uno stato di profonda dispersione. Si è persa la capacità critica di esaminare i fatti per come sono, sommersi, come siamo, in un clima di indifferenza delle differenze. Il politicamente corretto domina le nostre vite e gli stili di vita. Prima di dire qualcosa ci si pensa sopra due o tre volte perché la gogna mediatica è pronta a tirare fuori la verga con cui bastonare in nome della democrazia. Democrazia è divenuta sinonimo di uguaglianza; un’uguaglianza ipocrita e perniciosa, che non mira ad apprezzare l’individuo nel suo essere differente, ma ad appiattirlo all’altro, a farne un’immagine sbiadita. Ideologia inconsapevole del fatto che, in fondo, nessuno è uguale, e per differenze cognitive o esteriori, e perché tutti più o meno potremmo essere simili (in ogni caso anche la similitudine è un fattore discriminante), mai uguali. Come scrive Alain de Benoist nel suo interessante saggio, I demoni del bene (Ed. Controcorrente, 2015), si sarebbe uguali solo essendo identici. La società del politicamente corretto ha finito per creare un esercito di uomini pronti a ribellarsi contro chi ha la sola colpa di pensare che le differenze siano l’humus della società.

Esiste una sola razza, siamo prima esseri umani e solo dopo uomini e donne, con il diritto di scegliere liberamente il nostro sesso che, vuoi per l’educazione ricevuta, vuoi perché è così che si fa in società, ci è stato ritagliato e messo addosso. Ed è una lotta aspra, che non vuole sentire ragioni, perché le ragioni sono di coloro che stanno dalla parte del sistema. Un esercito – dicevamo – di anonimi indistinti che può contare sull’appoggio di buona parte della cultura accademica, di intellettuali e professoroni che, avendo perso la strada della sapienza (non avendo mai saputo cosa fosse, nonostante i cinquanta master e le dieci lauree), hanno dato vita, dall’alto della loro saccenza e delle loro cattedre, a discussioni sterili ed ammorbanti. Si è fatto strada un clima di sentimentalismo cieco e annichilente: cieco perché ideologico, annichilente perché porta l’individuo ad una mortificazione interiore, ad uno stravolgimento forzato e veemente della propria interiorità. Dogmatismi di destra e di manca impediscono di vedere la realtà nella sua trasparenza. Cosicché la lotta contro le discriminazioni – termine che di per sé non aveva in passato nessuna accezione negativa, volendo significare solo la differenza – è divenuta lotta contro differenze che sarebbero discriminanti a prescindere, nel senso che contribuirebbero a creare, nell’opinione pubblica e nelle situazioni concrete, un clima di acuta disuguaglianza morale. Così da una causa legittima si giunge ad effetti illogici ed irrisori. Nel suo saggio, de Benoist, con preziosa citazione di fonti ed acume intellettuale, riesce a ripercorrere la parabola pietosa di questo atteggiamento tutto contemporaneo:

“Nancy Huston e Michel Raymond, direttore di ricerca al CNRS e specialista di biologia dell’evoluzione umana, hanno trattato questo problema in un articolo intitolato «Sessi e razze, due realtà». Essi ritengono che «l’idea secondo la quale tutte le differenze non fisiologiche tra uomini e donne sarebbero costruite» non è altro che una «mitologia moderna». «La finzione attualmente alla moda», scrivono, «afferma con forza che le differenze genetiche tra gruppi umani sono prossime allo zero e che la nozione di razza è scientificamente infondata. Idea tanto generosa nelle sue intenzioni politiche quanto strampalata sul piano dei fatti […] Se affermate l’esistenza tra gli esseri umani di due sessi, piuttosto che di uno solo o di tutta una sfilza, siete subito tacciati di «essenzialismo». Tuttavia, dire che solo le donne hanno un utero, o che gli uomini hanno in media un livello di testosterone più alto del loro, non è né speculare quanto all’”essenza” dell’uno o dell’altro sesso, né promuovere un’ideologia sessista, né decretare l’inferiorità delle donne rispetto agli uomini, né raccomandare che le donne stiano lontane dall’esercito e gli uomini dagli asili nido, è enunciare dei fatti! […] Negare la differenza dei sessi vuol dire vietarsi ogni possibilità di comprendere e dunque di progredire». Conclusione: «l’antagonismo tra natura e cultura è indifendibile. L’essere umano non è un animale come gli altri: non è davvero facile accettare al tempo stesso le due parti di questa frase!».”

Cosicché dire di essere schifato dal modo in cui la politica gestisce l’immigrazione apre la strada ad isteriche critiche di razzismo; dire che il genere sessuale non è un prodotto sociale e culturale (al di là di ogni “manomissione ideologica”) e documentarlo attraverso studi e ricerche dà vita a convulsioni frenetiche da parte di attivisti omosessuali e LGBT. Si badi bene: non si tratta di affermare che il genere è la riproduzione esteriore del sesso biologico, altrimenti faremmo il gioco di chi crede che l’omosessualità sia una pura scelta, quando invece la natura attesta casi di omosessualità tra le diverse specie animali. Si tratta invece di affermare che la dimensione biologica (il sesso) non gioca un ruolo minimale: il ruolo di genere è anche un prodotto culturale e sociale. Lo è, ma in misura minore.

Eppure è proprio il darwinismo a fornirci una spiegazione delle differenza da un punto di vista antropologico: David Geary, psicologa dell’età evolutiva presso l’Università del Missouri[1] in un aggiornamento molto ampliato del suo libro, Maschio, Femmina: L’Evoluzione delle Differenze Umane del Sesso, ha spiegato come la selezione sessuale di Darwin è la migliore spiegazione delle differenze fra le donne e gli uomini che includono dall’infanzia, le relazioni con gli amici, le scelte del compagno, il cervello e la cognizione. Nel suo libro Geary scrive che «l’esposizione prenatale agli ormoni di tipo sessuale determina delle differenze nell’organizzazione cerebrale che, seppur limitate, spingono maschi e femmine a dedicarsi ad attività tali da accrescere gradualmente le differenze iniziali». «Secondo quanto affermato da Melissa Hines, psicologa presso la City University di Londra, le bambine affette da Iperplasia Adrenalinica hanno maggiori capacità atletiche rispetto alle coetanee, preferiscono i giocattoli meccanici alle bambole e sono molto più vivaci e turbolente». In sostanza gli ormoni, le inondazioni ormonali, influiscono a dismisura sul comportamento.

Peraltro, sottovalutare il ruolo del testosterone nella conformazione dei cervelli maschile e femminile impedisce di tenere conto di differenze strutturali che si riversano poi nel ruolo di genere. Come scrive Patricia Churchland, esperta di neuroscienze e docente emerito di Filosofia presso l’Università della California di San Diego, «nei primi stadi dello sviluppo gli organi sessuali (gonadi) del feto sono neutri, ma nel corso del secondo mese dello sviluppo fetale i geni sul cromosoma Y producono proteine che trasformano le gonadi neutre in testicoli maschili. Senza questo intervento, le gonadi crescono in modo da diventare ovaie. Nella seconda metà dello sviluppo il testosterone prodotto dai testicoli del feto è riversato nel flusso sanguigno e penetra nel cervello in crescita. Il testosterone a questo punto influenza l’anatomia del cervello del maschio»[2]. In parole povere «l’aumento del testosterone mascolinizza il cervello del feto alterando il numero di neuroni in alcune aree molto specifiche, che riguardano prevalentemente il comportamento sessuale, come la monta e la penetrazione. In assenza dell’aumento di testosterone, il cervello segue la tipica via femminile»[3]. Tali processi sono localizzati nell’ipotalamo, una struttura sottocorticale, tra le più antiche sulla linea evolutiva, che regola importanti funzioni vitali: fame, sete, sesso. «Nei mammiferi l’ipotalamo secerne anche l’ossitocina, che innesca una cascata di eventi grazie ai quali la madre si sente fortemente attaccata ai figli. L’ipotalamo secerne anche la vasopressina, che innesca un’altra cascata di eventi che porta la madre a proteggere i figli, difendendoli per esempio dai predatori. Le madri amano i figli e soffrono se sono in pericolo»[4]. La funzione di questi due peptidi, letta in un’ottica evoluzionistica, è funzionale alla sopravvivenza della prole che sarà accudita fino a quando non svilupperà i mezzi che le consentiranno di vivere indipendentemente.

A conferma di ciò, Marco Del Giudice, psicologo dell’università di Torino, ha condotto uno studio[5] pubblicato poi sulla rivista Public Library of Sciences, il quale sostiene che non è mera fantasia lo differenza tra i due sessi. «L’idea che ci siano solo piccole differenze di personalità fra uomini e donne va ripensata perché è basata su metodi inadeguati»[6]. La ricerca è stata condotta dallo psicologo insieme a due colleghi della Manchester Business School su un campione di 10 mila americani su 15 diversi aspetti della personalità. Ecco nel dettaglio le differenze: Uomini – a) Equilibrio e capacità di adattarsi agli alti e bassi della vita quotidiana sono i punti forti del carattere maschile. b) La tendenza al dominio è uno dei tratti della personalità più spiccato dei maschi, in generale più aggressivi e competitivi delle donne. c) Coscienziosità. d) Socialità, audacia sociale e un carattere più disinibito sono più maschili. Le donne sono considerate più timide. e) Vigilanza che può essere anche tradotta con diffidenza e sospettosità. f) Discrezione. La tendenza a farsi coinvolgere nelle situazioni emotive altrui è più una caratteristica femminile. g) Gli uomini sono più flessibili delle donne rispetto ai cambiamenti. h) Perfezionismo. Contrariamente al luogo comune non è una caratteristica delle donne. Donne – a) Calore. Le donne sono più attente agli altri e meno riservate. b) Vivacità, allegria, entusiasmo e spontaneità sono più componenti femminili che maschili. c) Sensibilità, intuito e attenzione per i sentimenti altrui sono i tratti in cui la differenza tra i sessi è più netta. In questo campo le donne primeggiano. e) Le donne sono più apprensive e ansiose. Inoltre sono più inclini ai sensi di colpa. f) Le donne a differenza di quanto si pensa comunemente hanno più fiducia in sé stesse degli uomini. g) Il genere femminile sente di più la tensione. Sono più impazienti e facili prede delle frustrazioni.

Alla luce di tutto ciò verrebbe da chiedersi che cosa spinga determinati individui a voler sistematicamente organizzare una battaglia di repressione nei confronti della differenza. Che siamo prima esseri umani e solo poi uomini e donne è un concetto che rimane vero nella mente di chi è abituato a perdersi in mille astrazioni, nella mente di coloro che sono abituati a concepire l’essere umano come individuo neutrale, astratto da ogni legame identitario, assemblabile come i mattoncini LEGO. Siccome è bene guardare in faccia la realtà, noi rivendichiamo il sacrosanto diritto di essere, prima di tutto, uomini o donne. Più che un diritto, a pensarci bene, è un dato di fatto. E non abbiamo bisogno di niente altro che lo giustifichi: la Natura parla già da sé.

Note:

[1]http://www.news-medical.net/news/20100415/MU-researcher-compiles-evidence-that-supports-Darwins-theory-of-sexual-selection.aspx

[2]Patricia Churchland, L’io come cervello, Raffaelo Cortina Editore, pp. 133-139

[3]Ibidem.

[4] Ibidem, pag. 93

[5]http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0029265

[6]Cfr.: http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2012/01/05SB44001.PDF