Non esiste peggior cieco di chi non vuol vedere. Siamo nel bel mezzo di un incendio, eppure qualcuno ancora “chiede le prove del fatto che tutto stia bruciando”. L’Europa, la nostra casa comune, arde di rogo endogeno: il Vecchio Continente giace immobile sulle soglie della catastrofe. Ed è proprio lì che un rinnovato Adriano Scianca dialoga socraticamente con le sorti dell’epoca nostra. L’identità Sacra (Aga Editrice, 276 pp.), è il risultato di questa meditazione, un saggio nel quale il filosofo di CasaPound trasporta il lettore in un viaggio mai errabondo né banale. Anzi, in cui si traccia una rotta inequivocabile che approda verso l’Origine, Roma. Come inequivocabile sembra la volontà di inanellarsi al filone culturale della Nouvelle Droite francese – che poi così tanto di “destra”, non fu mai. Se Faye, con il suo Archeofuturismo, ci parlava del dopo-catastrofe, Scianca guarda alle metropoli post-europee del 2016, in cui la Catastrofe, quella con la C maiuscola,anzitempo annunciata imperversa nelle strade.

Parlando con il lessico di Camus, il filosofo presenta quello che diviene un tema nodale nell’arco della narrazione: la Grande Sostituzione. Ed è lì che emergono le perplessità nelle tesi esposte. Sebbene a più riprese si neghi la convergenza verso tesi complottiste, si finisce più volte per ricaderne a piè pari. Tanto da arrivare ad ipotizzare un odio generalizzato delle oligarchie verso tutto ciò che è europeo:

“ci odiano, quindi. Ci hanno sempre odiato. Solo che ora lo possono dire apertamente” – scrive Scianca – “da qui deriva l’atavica esterofilia delle élite italiane”.

Su cosa si fondi questo odio rimarrà comunque un dubbio disatteso. Che le élite italiane soffrano di un’imbarazzante esterofilia è un fattore innegabile: ciò nonostante ricondurre questo sentimento ad un odio indiscriminato, sembrerebbe sin troppo fantasioso. L’attuale ondata di flussi migratori è, infatti, un fenomeno contingente al Liberalismo. Come sottolineava Aleksandr Dugin, nel suo The Fourth Political Theory, il soggetto politico dell’ideologia liberale è l’individuo. Va da sé che quest’ultima non parli il lessico dei popoli o delle etnie, bensì quello dei soggetti assoluti – dal latino: ab-soluti, sciolti -, completamente svincolati da qualsiasi legame, identitario o di genere. La sostituibilità dei popoli, o meglio la loro libera circolazione, rappresenta, appunto, la fase suprema di un Liberalismo post-ideologico. Come Scianca fa notare, lo stesso lessico di John Locke, padre spirituale del Liberalismo, era quello degli individui assoluti: “Il figlio non è vincolato da un patto stipulato dai suoi avi”. 

Un altro concetto chiave che emerge nella parte centrale del saggio è quello di “cosmopoiesi” – letteralmente, fare ordine. Sebbene spesso si parli di antropizzazione di un territorio, non si pone mai il giusto accento sulla dimensione “poetica” del vivere. Ogni popolo risponde in maniera totalmente differente alla necessità di “fare ordine”, di organizzarsi nella dimensione sociale e politica in relazione all’ambiente circostante:

“Le diverse civilità hanno vari modi di fare cosmopoiesi” – afferma il filosofo – “tutte le civiltà, senza esclusione, avvertono questo bisogno di dare senso allo spazio”.

Ogni popolo crea, infatti, un Nesso di Civilità squisitamente specifico, tra il Cielo ed il Suolo. “Perché un popolo ha delle radici nel terreno, in quel terreno, e delle radici nel cielo, in quel cielo”. Ed è proprio la difesa delle specificità, il vero campo di battaglia della lotta identitaria. Ma purché si parli della difesa di ogni identità, a scanso degli universalismi di sorta. Del resto, le identità sono molteplici, tante quante sono i popoli, ma la minaccia è comune. E, forse, si riflette ogni mattina allo specchio. Come Virgilio nella Divina Commedia, Scianca accompagna dunque il lettore in un viaggio archetipico che si dipana dal’inferno delle metropoli per giungere nel finale a una narrazione che fa spazio a Lei: Roma. Nell’ultima parte del saggio il lessico diventa incredibilmente raffinato, permettendo all’autore di decostruire la mitologia immigrazionista, ribadendo le ragioni di una Storia, la europea, che ha teso ininterrottamente verso l’Ordine, presupposto del Trionfo.