France, n’abandonne pas tes paysans (“Francia, non abbandonare i tuoi contadini”) è solo uno dei numerosi slogan lanciati dall’alto dei 1500 trattori che ieri hanno assediato Parigi. Una ‘marcia’ ben efficace a livello mediatico, provocatoria, tutta giocata sullo shock dell’ ‘invasione’, della temporanea e violenta contaminazione di due mondi, quello cittadino dal traffico caotico e sommesso e quello campagnolo, irruento e fiero. Se la rottura temporanea della barriera che li separa è in questo caso funzionale a dar risonanza a una protesta dalle rivendicazioni essenzialmente economiche, essa fornisce uno spunto di riflessione sulla cosiddetta ‘crisi delle campagne’ (non solo francesi) ben lungi dall’interessare l’esclusivo lato economico – che pure ne costituisce il fulcro. E’infatti in atto un processo che in modo poco ortodosso potrebbe essere definito ‘urbanizzazione delle campagne’. Se l’urbanizzazione canonica implica uno spostamento fisico di ingenti quantità di persone dalla campagna alla città, quello che chiameremo ‘nuova urbanizzazione’ è  un fenomeno che ha poco a che fare con lo spostamento fisico della popolazione rurale; consiste piuttosto nell’assorbimento culturale di quest’ultima da parte della città. Ecco dunque anche in questo caso una contaminazione, tanto più pervasiva quanto più mondo un contadino che rimane saldo sul proprio territorio e che rifiuta di inurbarsi è raggiunto da quella nuova etica cittadina e modernista che ne invade i campi, i ritmi di produzione, l’etica, l’immaginario per assorbirli e renderli conformi a mercato, gusti, tendenze.
E’ a livello inizialmente mediatico e virtuale che questa invasione latente sortisce i suoi effetti. Un esempio? Potremmo farne due, il sito internet OrtoManager per il processo di produzione agricola, il reality tv “Il contadino cerca moglie” per l’etica e l’immaginario contadino.

OrtoManager già dalla sua presentazione on-line introduce espressioni linguistiche come “coltivazione a distanza” e “orto interattivo” che sanno di assurdo logico. In effetti il sito propone di trapiantare virtualmente l’esperienza della semina, della coltivazione, della trasformazione (di norma subordinata al possesso e alla lavorazione di un terreno) in città. E’ proprio senza muoversi da quest’ultima che l’aspirante manager (addirittura imprenditore, fingersi semplice ‘agricoltore’ non vale la pena) segue giorno per giorno la crescita dei prodotti acquistati, successivamente trasformati in prodotti finiti, forniti di una etichetta personalizzata con il proprio nome “perché sia lui (l’aspirante manager, n.d.r.) il primo protagonista di questo progetto”. Garanzia di una certa dose di narcisismo più che di freschezza, genuinità, comunione con la natura. Quest’ultima è intesa in modo non dissimile da un magazzino ad ampia fornitura alla Amazon et similia dove poter scegliere un prodotto ed ordinarlo, controllare lo stato di consegna e alla fine ritirare il pacco. Perché allora non accontentarsi della distribuzione di mercato (per prodotti ‘mainstream’) o alla filiera dei piccoli produttori (sperando in una qualità migliore)?
Pur non emancipandosi di fondo dal ruolo terminale di mero acquirente-consumatore, si cerca un alibi per autodefinirsi in una maniera più nobilitante (manager), essere appunto “protagonisti” pur nell’acquisto (necessario e comune a tutti) di frutta e verdura.  Il prodotto agricolo è frutto di fatica, subordinato ai cicli delle stagioni, alla variabilità metereologica, al tempo di coltivazione e quello del raccolto … tutte varianti che rendono l’uomo subordinato e dipendente dalla natura stessa, non suo dominatore. Ma questo l’orto-manager non lo sa. E’ impegnato a depennare dalla lista della spesa le zucchine in via di spedizione (coltivate dal divano di casa).

Se “l’orto interattivo” non fa che svilire l’imprescindibilità della natura e i suoi ritmi oltre che la dignità e i sudori chi lavora la terra, anche l’immaginario agreste non è immune da ibridizzazione. Quella natura che già per gli antichi era sinonimo di labor (fatica) e esychia (tranquillità), abitata da gente non certo istruita ma che nella sua fierezza e forza sembra essere in possesso di una conoscenza altra, preclusa ai più, trova oggi la sua negazione in reality quali Il contadino cerca moglie – format che approderà in Italia su FoxLife l’autunno che è alle porte. Il programma si propone ‘docu-reality’, avendo come finalità principale dar mostra di un reale ‘spaccato di Italia’ attraverso le infelici dinamiche sentimentali di giovani villani (non ci si offenda, è in senso etimologico) che, desiderosi di metter su famiglia (sono giovani di valori, loro) ma incapaci di trovarsi una moglie, si propongono come partner ad un gruppo di aspiranti villane. Così, se la mediatizzazione e la virtualizzazione di rapporti interpersonali (sempre più a distanza, più rapidi, più facili) aveva interessato in larga percentuale un pubblico cittadino, per par condicio oggi si dà spazio anche all’universo extraurbano, rappresentato come un ibrido feticcio privato dei suoi tratti più genuini e dotato di quelli ‘pop’ più invasivi (soprattutto l’estetica del “tronista”). E la filosofia della rustica simplicitas, della pazienza, della riservatezza e dell’attesa? Il lavoro che consuma le mani e sporca i vestiti, la pelle cotta dal sole? Ma no. Una camiciola a quadri che fa tanto country basta e avanza.